Pedernera

Adolfo Pedernera, el más grande

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“Pelé, Maradona od io? Chi è stato il migliore tra noi? Si vede che non avete mai visto giocare Pedernera. Lui è stato un gradino sopra gli altri. Sopra tutti. Sempre. Se oggi, dopo che ho vinto tutto, e ne ho viste di ogni colore, dopo che ho segnato a chiunque ed ho giocato al fianco dei migliori, se chiedete a me che cosa penso quando chiudo gli occhi e sussurro nella mia mente la parola ‘fútbol’, io vi dirò che la mia testa non risponderà, mentre il mio cuore penserà sempre e solo ad una persona: Adolfo Pedernera. Lui per me è stato un maestro. È stato il calcio. Tutto questo, lo devo a lui. Il calcio lo veneri, sempre; perché così non ne incontrerà mai più.”.

Questa è la risposta che Alfredo Di Stéfano ha dato ad un cronista il quale gli chiedeva chi fosse il migliore giocatore della storia del calcio nel ventesimo secolo.

 

 

Adolfo Pedernera per l’appunto, insieme a Sindelar, è stato uno dei primi falso nueve della storia del calcio. Nato a Buenos Aires nel 1918, inizia a cimentarsi nel mondo del pallone dando i primi calci nelle giovanili dell’Huracán. Nel 1934 avviene la svolta, quando si trasferisce al River Plate. In 13 stagioni con i Millionarios diventa uno dei giocatori più importanti della storia del Sud America. Fa parte di entrambi i cicli della Máquina biancorossa, nel ‘38 e dal ‘41 al ‘47. La Máquina, squadra chiamata così in quanto considerata quasi invincibile e capace di schierare una linea delantera – una linea d’attacco a 5, come si giocava all’epoca – in grado di annichilire ogni difesa.

Nel 1938 per la prima volta il River può fregiarsi del titolo di Máquina, grazie ad un attacco in grado di realizzare 106 reti in 34 partite durante la stagione 1936-1937. I componenti di quella linea delantera sono solo il preludio a quella che renderà grande il River per tutti gli Anni Quaranta. Pedernera si trova a condividere il reparto col Charro Moreno, Peucelle – primo idolo di Di Stéfano –, Vaschetto e la Fiera Ferreyra. Il River, guidato dall’ungherese Hirschl, gioca il classico Sistema e domina il campionato staccando di 6 punti l’Independiente di Arsenio Erico, capocannoniere con 47 gol ed inventore di uno dei gesti tecnici più amati di sempre: il colpo dello scorpione.

Nel 1941 il River torna a vincere il titolo, con Labruna, Deambrossi e Muñoz che aiutano el Charro e Pedernera a sovrastare di 4 punti il San Lorenzo.

L’anno seguente inizia il secondo ciclo della Máquina, quando Deambrossi viene sostituito da Loustau e dà inizio ad un ciclo unico. Sistema di gioco nel quale tutti i giocatori eccetto il portiere attaccanoPedernera lo definiva un 1-10 – e che anticipa di un decennio il Sistema ungherese di Sebes e di trent’anni il Calcio totale di Rinus Michels.

Loustau e Muñoz sono le due ali devastanti in grado di fare entrambe le fasi per tutti i 90 minuti e di mettere dei cross perfetti per gli inserimenti di Labruna e Pedernera. El Maestro è infatti il terminale offensivo della rosa, ma come già detto è da considerarsi l’inventore del ruolo di falso nueve. Provato in questo ruolo dall’allenatore Renato Cesarini – proprio l’inventore della zona Cesarini – si mise in luce con prestazioni fantastiche, che lo porteranno a segnare 131 gol totali in 287 partite. Col River vince per l’appunto 5 campionati argentini, l’ultimo nel 1947, il quale segna la fine della Máquina.

 

 

Alla soglia dei trent’anni Pedernera decide di lasciare il posto ad un giovane di belle speranze che ha appena segnato 10 gol con la maglia dell’Huracán e che sarà considerato suo erede, proprio la Saeta Rubia Di Stéfano.

Gioca quindi nell’Atlanta e di nuovo nell’Huracán, quando nel 1949 scoppia lo sciopero dei calciatori argentini che chiedono l’avvento del professionismo. Si assiste quindi incredibilmente ad una fuga di cervelli calcistici verso la Colombia, in un neonato sistema calcistico in grado di offrire cifre da capogiro ai giocatori.

Va a giocatore assieme a Di Stéfano nel Millionarios di Bogotà, facendo parte del ciclo dell’El Dorado. Vince per quattro anni il titolo colombiano, risultando decisivo nella doppia finale del ‘49 contro il Deportivo Cali, segnando sia all’andata che al ritorno per le due vittorie dei biancoblu. Dall’anno successivo assume il ruolo di allenatore-giocatore, conducendo una squadra composta tra gli altri da Di Stéfano, Néstor Rossi e Julio Cozzi al successo per tre anni consecutivi, quando poi nel 1954 Don Alfredo si trasferisce al Real Madrid e Pedernera termina ufficialmente la carriera da calciatore.

Una carriera strepitosa e con connotati magici e leggendari, che lo hanno reso uno dei giocatori più innovativi ed importanti per la storia del calcio. Un giocatore troppo elegante, probabilmente il massimo esponente della marianela, giocata meravigliosa inventata da Juan Evaristo che consiste in una finta rabona eseguita per passare la palla con l’esterno del piede.

Una carriera ricca di successi anche con la Selección, arricchita da 18 gol in 36 partite e il trionfo nelle edizioni 1937, 1941 e 1946 della Copa América, capace di mettersi alle spalle formazioni come il Brasile semifinalista mondiale nel ‘38 e l’Uruguay di Schiaffino e Varela.

Ma anche una grandissima carriera come allenatore, con vittorie in tre grandi campionati sudamericani, quello colombiano, quello uruguagio nel 1955 col Nacional de Montevideo e quello argentino nel ‘64 con il Boca Juniors. Soprattutto però il merito di aver cambiato radicalmente il modo di giocare di Enzo Francescoli, il Principe, il cui raggio d’azione viene avanzato di 15 metri che gli permetterà di segnare 25 reti in 34 reti nel 1984 col River Plate.

Adolfo muore poi nel 1995, ad un anno di distanza dall’ultima riunione con due dei suoi più grandi compagni ed amici di sempre, el Pipo Néstor Rossi e Don Alfredo Di Stéfano, lasciando in eredità al calcio il ruolo – al suo tempo innovativo – del falso nueve e alcune delle più belle giocate di sempre.

 

 

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