Agüero

La rivoluzione di Sergio Agüero

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«In una rivoluzione, come in un racconto, la parte più difficile è quella di inventare un finale»: il filosofo dell’Ottocento Alexis de Tocqueville ci aveva avvertito della sorte di Sergio Agüero, in qualche modo. La grande rivoluzione agueriana e il cammino dell’attaccante argentino, quanto mai più vicino all’utopia, si infrangono sul Chelsea di Thomas Tuchel prima e sulla fragilità di un battito, dopo.

Fresco di trasferimento a Barcellona, un’aritmia cardiaca maligna ha infatti frenato il finale di carriera di Sergio Agüero. Un addio agli scarpini prematuro, un saluto a cui nessuno era pronto. Niente, però, può far dimenticare il viaggio di Agüero, profondamente segnato dallo sconvolgimento delle gerarchie storiche e da una generale indole ribelle.



Argentina, Buenos Aires, Avellaneda: è qui che si consuma l’incipit di Agüero, tra la terra bagnata e la terra di calcio; figlio d’arte, con el rojo dell’Independiente prosegue il legame che era iniziato col padre. «Mio padre rompeva le scatole all’Independiente per farmi giocare» racconta Sergio, bambino genuino cresciuto nei quartieri più umili. Un aneddoto interessante sul suo modo di essere lo racconta César Luis Menotti, CT della prima Argentina campione del mondo, che presentandosi con la più classica delle strette di mano, riceve dal giovanissimo Sergio un saluto di quartiere, un cinque seguito da un pugno, concluso con un «Kun Agüero».

Serenità e leggerezza, questo era il Sergio ragazzino, soprannominato ‘Kun‘ dal nonno per la somiglianza con il protagonista dell’anime Kum Kum, cartone animato giapponese che il piccolo argentino guardava da piccolo. Fin dal principio jugadorazo, un ragazzo vivace nella vita e infermabile nel campo, la scalata nelle divisioni giovanili è semplicemente naturale, ultimata dall’esordio da predestinato: a soli quindici anni e poco più, subentra con la maglia dell’Independiente in una partita di Primera División, prima di Pablo Aimar, Javier Saviola e soprattutto Diego Armando Maradona. Con el Pibe de Oro, in futuro, vivrà un rapporto controverso, segnato dall’iniziale legame di parentela – nel 2008 sposa infatti la figlia Giannina, prima della separazione nel 2012 – e dalla sua gestione dell’Argentina in Sudafrica 2010.

Nonostante un esordio da film, inizialmente lo spazio tra le fila dell’Independiente non è molto per lui. Sarà la vittoria dei Mondiali Under-20 del 2005 la sua prima vetrina importante, anche se il protagonista indiscusso di quel Mondiale fu il suo caro amico Lionel Messi. Dopo la spedizione vincente della giovane Selección nei Paesi Bassi, Agüero, a diciassette anni e già con la maglia numero dieci, è pronto a conquistare il suo popolo, e lo fa nel migliore dei modi: un golazo nel Clásico de Avellaneda, contro il Racing del Cholo Simeone, che conferma le prime sensazioni sul suo futuro.

Addomesticato un pallone in modo eclatante dalla propria metà campo, inganna un avversario con un contro-movimento elegante, seguito da un tocco di esterno per riversarsi nell’area avversaria. La cavalcata è poderosa, lascia addirittura sfilare dalle proprie scarpe i nastri lanciati dai tifosi. Invita a un valzer il difensore Diego Crosa, che nel frattempo indietreggia, impaurito. La sfida è impietosamente vinta da Agüero, che celebra l’arte del dribbling e del calcio dei bambini scalzi con le tre finte consecutive e tutte diverse: di piatto, d’esterno e infine di suola. Con il difendente a terra, el Kun incrocia serenamente sul secondo palo. Dopo la rete si spoglia della camiseta dell’Independiente e mostra la scritta «para vos Emiliano», in ricordo di Emiliano Molina, suo grande amico e compagno nelle giovanili, deceduto a seguito di un incidente stradale qualche tempo prima.

Idolo della piazza, il finale non sarà all’altezza del percorso compiuto nei tre anni di Avellaneda: nella sfida contro il Bahia Blanca, nel Torneo di Clausura 2005/2006, Agüero subisce la sua quinta ammonizione, che significa squalifica per il turno successivo. Dopo delle brevi proteste con il direttore di gara, le lacrime prendono il sopravvento poiché el Kun sa di non poter salutare i propri tifosi nel proprio stadio, conscio del suo futuro trasferimento all’Atlético Madrid.

La tristezza, tuttavia, è subito messa da parte per far spazio alla volontà di lasciare comunque un ultimo segno. Conquistato veementemente un calcio di rigore, lo trasforma ed esulta come se fosse improvvisamente liberato da ogni sofferenza. Bacia lo stemma della maglietta, per poi confermare ai microfoni post-gara quanto circolava in quei mesi: è l’ultimo goal con i colori dell’Independiente, il diciottesimo in trentasei partite complessive.




È una cifra record quella sborsata dall’Atlético – di poco superiore ai venti milioni di euro – per prelevare il talento argentino. Con la valigia colma di sogni, el Kun lascia l’Argentina per approdare a Madrid. Vestita la numero dieci, il primo anno lo vive con lo status di niño, in una stagione in cui, per ironia della sorte, fa da sostituto al Niño per eccellenza, Fernando Torres.

La svolta per la sua carriera, giunge nuovamente dal Mondiale Under-20, il suo secondo personale, in cui ancora una volta riesce a trionfare, e questa volta da assoluto protagonista e trascinatore, mettendo a referto 6 goal nel corso del torneo e venendo insignito di conseguenza del Pallone d’Oro e della Scarpa d’Oro della competizione.

Dopo un anno di sporadiche presenze con la maglia biancorossa e l’assegnazione del Golden Boy del 2007, infatti, la rivoluzione augueriana a Madrid può finalmente avere inizio, ma non senza un fido compagno: dal Villarreal arriva l’uruguaiano Diego Forlán, e la coppia dei sogni KunCacha è realtà. Nella prima stagione assieme, l’Atlético torna in Champions League grazie al quarto posto conquistato in Liga, con i colchoneros assenti dalla competizione dal 1997. Era soltanto l’inizio per una coppia capace di siglare ben 196 reti assieme.

Intanto, nell’estate del 2008, c’è ancora una gioia con l’Argentina, l’oro olimpico conquistato alle Olimpiadi di Pechino, con un memorabile 3-0 rifilato al Brasile di Ronaldinho – con naturalmente la doppia firma di Agüero. Questa è forse l’ultima parentesi felice per l’attaccante con la propria Nazionale, con cui instaura un rapporto controverso, nonostante il rendimento altissimo con i club. Nei futuri Mondiali disputati con la maglia dell’Albiceleste – 2010, 2014 e 2018 – el Kun non sarà mai protagonista, oscurato quasi sempre dalla presenza di Gonzalo Higuaìn. Si ricordano un solo goal siglato nelle tre campagne mondiali e una Copa América vinta nel 2021 da bordocampo: il rapporto con la Selección non è mai decollato.



Una partita in cui le qualità e particolarità del duo Agüero-Forlán ne risultano manifeste, è senza ombra di dubbio il match pirotecnico della Liga 2008/2009 contro il primo Barça di Guardiola: al Vincente Calderón la sfida è subito accesa dagli eurogol di Thierry Henry e Leo Messi, ma un colpo di Forlàn da fuori e l’opportunismo di Agüero, rimetteranno in equilibrio il match; a un quarto d’ora dalla fine, tuttavia, è ancora Henry a riportare in vantaggio il Barcellona. La partita sembra orientata verso binari ben precisi, ma in dieci minuti la coppia sudamericana fa impazzire i tifosi dell’Atléti, con un rigore per Forlàn e un goal che fa beffe di Carles Puyol per Agüero. 4-3 all’ottantanovesimo e delirio in campo e sugli spalti.

L’Atlético si riconferma, infine, al quarto posto, e strappa l’accesso per la successiva edizione della Champions League.

Il girone di quella Champions 2009/2010 vede però i colchoneros fermarsi al terzo posto dietro a Porto e Chelsea. Contro i blues in particolare si gioca una partita nella partita: nel match disputato a Madrid, il risultato finale è di 2-2, con due doppiette per parte, che portano la firma di Sergio Agüero e Didier Drogba.

Oltre la realizzazione delle due reti – un tiro violento al volo e una punizione dai trenta metri allo scadere, emblemi del repertorio tecnico a dir poco completo dell’attaccante argentino – quello che affronta Agüero in quei pochi mesi è una sorta di premonizione. Le due doppiette inflitte a Thierry Henry e Didier Drogba, leggende venute da parti opposte di Londra e del calcio inglese in generale, sono soltanto l’inizio del futuro avvento del Kun in Premier League, dove è destinato a scavalcarli nella classifica dei marcatori di tutti i tempi del campionato inglese.

Scivolati dunque in Europa League, la stagione dei rojiblancos è travagliata e condita da alti e bassi, che li portano a chiudere il campionato al nono posto e ad essere battuti dal Siviglia in finale di Copa del Rey, ma è proprio nella seconda competizione europea che danno il loro meglio.

Con un percorso costellato da avversari del calibro di Liverpool e Valencia – e dunque il primo incontro con el Mago David Silva, suo futuro grande assistman – e una finale disputata e vinta contro il Fulham, l’Atlético conquista un trofeo europeo 48 anni dopo l’ultima volta. Nella stessa estate è festa anche contro l’Inter del Triplete – seppur orfana di Mourinho e raccolta da Benítez –, sconfitta per 2-0 nella finale di Supercoppa Europea, sotto le reti di Reyes e del solito Agüero.

Il segno nella storia dell’Atlético Madrid lasciato dal Kun è profondo, e nell’ultima stagione con i madrileni riesce a raggiungere quota 101 goal, tanti da valere il quarto posto nella classifica dei marcatori all time del club. Nonostante tutto, tra Agüero e l’Atlético non si consuma un dolce addio, anzi, è brusco, funesto e contestato, complice una sua richiesta di rescissione: anche in questo caso, il saluto finale con un popolo portato a conquistare l’Europa, non è degno dell’impresa. Il finale della revoluciòn di Agüero è desolante, ma è già tempo per una nuova sfida, è tempo di approdare al Manchester City.




Il look dell’argentino, nel frattempo, diviene sempre più punk: da un iniziale taglio più folto, lucido e puramente sudamericano, si comincia a intravedere una cresta già negli ultimi anni madrileni. È a Manchester, poi, che si compie la trasformazione da bambino spensierato ad adolescente ribelle, con la rasatura dei lati e la cresta imponente, seguita poi dal biondo Billy Idol, accompagnata per un lungo periodo da un’esultanza con le corna rock. Un mutamento che, verosimilmente, può rimandare all’evoluzione del suo calcio.

Inizialmente punta vivace, spesso seconda punta e a volte ala offensiva, Agüero è ovunque e velocissimo, ma necessita di un supporto offensivo – quale è stato Forlàn all’Atlético ed Edin Džeko per i primi anni ai citizen. Poi l’arrivo dell’età matura e delle spalle larghe, e dunque la cresta e il biondo: Agüero è più statico ma non perde la sua ferocia, e s’irrobustisce per poter lottare contro difensori ben più grossi di lui e reggere l’intero reparto da solo. Diventa sempre più prima punta, senza mai perdere il vantaggio di un baricentro basso e la capacità di fulminare il difensore da un momento all’altro.

Agüero arriva a Manchester con l’etichetta del top player, come ciliegina sulla torta per completare un reparto offensivo composto da Edin Džeko, Mario Balotelli e il connazionale Carlitos Tévez. Il City di Roberto Mancini – vincitore dell’FA Cup la stagione precedente – è pronto per tentare il colpo di stato nei confronti del tiranno Manchester United di Sir Alex Ferguson. Serve un sovvertimento, una rivoluzione: a chi affidarsi se non proprio al Kun Agüero, il rivoluzionario?

L’esordio dell’argentino con la maglia del Manchester City è subito impattante, doppietta da subentrato ai danni dello Swansea – i giornalisti inglesi lo commenteranno come uno dei migliori esordi di sempre della storia della Premier League, e l’inizio strepitoso prosegue fino alla quinta giornata, con già sette goal all’attivo.

Dopo un meraviglioso testa a testa lungo un campionato, le due squadre di Manchester si ritrovano a pari punti all’ultima partita di campionato, con una differenza reti favorevole ai citizens. Lo United gioca a Sunderland, mentre il City ospita il Queens Park Rangers. I Red Devils conducono 1-0 con il solito Wayne Rooney, mentre I Royals si portano sull’1-2 fino al novantesimo. Tutto sembra svanire, il City sembra rivivere il proprio continuo destino, la propria identità da sconfitto. I tifosi citizens, più che mai vicini alla vittoria finale come non succedeva da tempo, riassaporano già l’amarissimo gusto d’essere gli eterni perdenti, e si lasciano andare in reazioni di frustrazione. Non basta il pareggio di Džeko al novantesimo, serve ancora una rete, un’ultima rete disperata per tornare a impadronirsi del cielo d’Inghilterra.

Allo Stadium of Light l’arbitro fischia per tre volte, lo United ha fatto il suo dovere. Sir Alex Ferguson aspetta notizie confortanti dall’altra parte della città, alcuni tifosi si collegano via radio per sentire gli ultimi attimi della gara dei noisy neighbours. Qualcuno sorride, qualcuno canta, lo United è vicinissimo al ventesimo campionato della propria storia.

Fino al minuto novantatré, il Manchester City era esattamente il Manchester City: una squadra sfortunata, perdente, continuamente sbeffeggiata dai cugini vincenti. Semplicemente, la storia del Manchester City stava procedendo verso il suo naturale percorso.

Saranno quei venti secondi di lucida disperazione a creare uno strappo tangibile, uno squarcio rumoroso come una rete graffiata da una fucilata, un turning point nella storia del City e della città di Manchester. In quei venti secondi, Agüero decide di ribellarsi al destino del Manchester City e di riscriverlo di mano propria: raccolto un pallone da Nigel de Jong, el Kun si volta verso la porta del QPR e scambia con Balotelli; senza più guardare nient’altro, Agüero tocca il pallone un’ultima volta e spacca la porta, dicendo addio al Manchester City esistito fino a quel momento. Da quell’istante, da quel 93:20, Manchester non ha ancora la consapevolezza della rivoluzione compiuta da Agüero, che nel frattempo sventola la maglietta come un trofeo di guerra, come per dire «Il Manchester City è morto, e l’ho ucciso io!».

L’inizio del più grande ciclo di sempre del Manchester City ha origine da quella marcatura. Con el Kun in sky blue, seguiranno altre quattro Premier League, una FA Cup, sei EFL Cup e tre Community Shield. Dai centurions, la Premier League vinta con cento punti e il duello contro il Liverpool vinto per 98 punti a 97. Da Vincent Kompany, David Silva, Yaya Touré e Joe Hart fino a Kevin De Bruyne, Raheem Sterling, Fernandinho e Phil Foden. Il Manchester City ha mutato pelle, ha cambiato la sua storia, ha sovvertito le gerarchie storiche con il Manchester United; la città di Manchester rivede la rivoluzione abbattersi su di sé proprio come nell’Ottocento, quella industriale.



Dieci anni mancuniani costellati anche da diversi record personali, come il titolo di capocannoniere della Premier League 2014/2015 e dei derby di Manchester, nonché top scorer del City e miglior marcatore straniero della massima serie inglese. Il tutto con un sogno, un’utopia, il finale degno di un cammino eccezionale, la coronazione di una carriera memorabile: la Champions League.

Un trofeo maledetto, per il Manchester City – mai vinta nella sua storia – e per Pep Guardiola – ormai vera e propria ossessione. Con la maledizione dei quarti, tra le sconfitte meritate con Liverpool e Lione c’è il drammatico finale della partita di ritorno con il Tottenham: in un’incredibile partita portata sul 4-3 a favore dei citizens, al novantatreesimo – ancora una volta – Agüero serve Sterling che sigla la sua tripletta personale, e dunque un 5-3 che qualificherebbe Guardiola e i suoi ragazzi. Tuttavia, per un fuorigioco millimetrico dell’argentino stesso, il VAR annulla la rete e manda il Tottenham in semifinale.

Un episodio che può riassumere il rapporto problematico del City con la Champions League. Eppure, nell’ultima stagione da citizen, Agüero ha la possibilità di agguantare finalmente quella coppa. Dopo un cammino meraviglioso di Foden e compagni, gli sky blues raggiungono la finale per la prima volta nella loro storia. Ad aspettarli dall’altra sponda, il Chelsea di Thomas Tuchel.

Quella stagione, la 2020/2021, è la meno brillante del Kun da quando veste azzurro, e forse di tutta la carriera. Infortuni e rivoluzioni tattiche di Guardiola – che hanno alimentato alcuni dubbi sul rapporto fra i due – hanno relegato ad Agüero un ruolo di comparsa, con meno di ottocento minuti disputati in tutta l’annata.

C’è tuttavia abbastanza tempo per regalare un saluto da nodo alla gola ai tifosi del City. Subentrato nel match contro l’Everton per l’ultimo turno di campionato, in poco più di dieci minuti riesce a siglare una doppietta – esattamente come dieci anni prima al suo esordio. L’atmosfera di festa – dovuta alla celebrazione della sesta Premier League vinta, ma anche al parziale ritorno dei tifosi allo stadio – diventa quasi commovente, a tratti nostalgica. Tra le altre cose, con l’ultima rete riesce a far suo un altro record, ovvero quello di aver segnato più reti con lo stesso club, superando Rooney con il Manchester United.

La crudeltà del destino è tutta nel finale del ballo fra il City e Agüero. C’è un’ultima possibilità di alzare quel trofeo proprio nell’ultima stagione del Kun a Manchester, e lui stesso disse che avrebbe salutato Manchester soltanto dopo aver conquistato la Champions League. Vi erano tutte le condizioni per scrivere uno dei finali più belli di sempre, per concludere finalmente una sua rivoluzione nel migliore dei modi.

Il romanticismo però ha vita breve, perché a qualche minuto dallo scadere del primo tempo c’è Kai Havertz a portare in vantaggio il Chelsea. Vano il possesso palla guardiolano, vani gli ingressi di Agüero e Gabriel Jesus per scalfire i blues. L’addio al Manchester City è amaro, struggente. Le immagini ritraggono el Kun in lacrime consolato da Phil Foden, colui che sedeva sui seggiolini dell’Etihad quando Agüero siglò quel goal al 93:20. Sarà addio con il City, con il Barcellona pronto ad accoglierlo.

Una rivoluzione compiuta, senza però raggiungere l’utopia. Ancora una volta, un finale non degno del calciatore e dell’uomo Sergio Agüero. Adesso il Barcellona da ricostruire, con un inizio di stagione travagliato a causa di qualche infortunio. Giusto il tempo di lasciare un segno anche nel Clásico perso per 1-2, con una zampata al novantasettesimo.

Contro l’Alavés, la sua ultima partita in carriera. Delle immagini terrificanti ritraggono Agüero toccarsi prima la gola, poi il petto. Infine si siede a terra, spaventato. Un finale senza gloria e senza il degno ricordo. L’idolo di Avellaneda, l’eroe di Madrid e leggenda di Manchester. Sergio Agüero, il rivoluzionario, non è mai riuscito a concludere come meglio potesse, mai ad afferrare quell’utopia sempre rincorsa. Una sorta di legge del contrappasso: come se il destino di Agüero, alla fine, vinca sempre su di lui, come ultimo schema non rivoluzionabile, poiché stanco di una vita da rivoluzionario del destino altrui.

Leggi anche: Manchester City 2012, i noisy neighbours sul tetto d’Inghilterra



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