Ghiggia

Alcides Ghiggia, l’uomo del dramma

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Si suol dire che si tende ad imparare dai propri errori. Si suol dire anche che dopo una cocente sconfitta si tende sempre ad apprezzare il proprio nemico, perché solo in questo modo lo si potrà surclassare. Questo è quello che è successo nel 1950, quando una nazione intera è scesa nel baratro a causa di un gruppo di 11 mestizos rappresentanti di un popolo di soli 3 milioni di individui. Ma in particolare questo è quello che successo al protagonista di questa storia, che ha ricoperto in un caldo pomeriggio del 1950 il ruolo del nemico; un uomo baffuto con origini italiane, che risponde al nome di Alcides Ghiggia.

Alcides “Chico” Ghiggia nasce nel quartiere La Blanqueada di Montevideo nel 1926, esattamente a metà tra i primi due grandi successi del calcio celeste, quali i titoli olimpici (riconosciuti dalla FIFA alla pari di quelli mondiali) del 1924 e del 1928. Cresce in questo periodo con il mito dei grandi campioni uruguaiani come il funambolico Andrade e il campione Scarone. L’entrata nel mondo del pallone avviene successivamente nel 1944, quando il diciottenne Alcides viene convinto da uno dei fratelli a disputare un provino con il Sud América. Inizia a giocare come punta centrale, ma il seguente cambio di ruolo a esterno offensivo di destra lo convince a sposare totalmente la causa calcistica, nonostante il parere negativo del padre.

Una breve apparizione nel Progreso e finalmente nel 1948 Ghiggia passa al più glorioso club dell’Uruguay, i gialloneri del Peñarol. Nel 1949 fa parte della mitica escuadrilla de la muerte, la linea d’attacco della Máquina aurinegra che domina il campionato da imbattuto e con 118 reti realizzate nelle 33 partite disputate. Qui Ghiggia si conferma come uno dei migliori giocatori del paese: di certo emergere in una squadra dominata dal genio di Juan Alberto Schiaffino è molto complesso, soprattutto quando i compagni sono campioni del calibro di Hohberg e Varela. Eppure, i rapidi dribbling sulla fascia destra, a causa dei quali i difensori avversari si trovavano spesso a dover recitare la parte di incolpevoli birilli, lo rendono una spina del fianco per tutte le squadre e un elemento imprescindibile dello scacchiere carbonero. Quella magica stagione, passata alla storia del fútbol uruguayo anche grazie al leggendario clasico de la fuga, le cui marcature le aprì proprio Ghiggia, permettono all’ala di ottenere la prima convocazione nella Selección Celeste. L’esordio avviene nell’edizione del 1950 della Copa Rio Branco, trofeo disputato saltuariamente e che metteva in competizione sempre Uruguay e Brasile.

Due mesi più tardi si alza il sipario sui Mondiali. Siamo nel luglio del 1950, la rassegna iridata si tiene per la prima volta in Sudamerica, con il Brasile designato paese ospitante. La FIFA avrebbe voluto far giocare quel Mondiale nel 1949, ma i brasiliani hanno in mente di costruire uno stadio avveniristico, il mitico Maracanà, che sarà con i suoi oltre 200.000 posti disponibili il più capiente stadio del mondo. Si opta perciò per il 1950 come anno dei Mondiali, ai quali per la prima volta nella loro storia si degnano di partecipare persino i tanto declamati maestri inglesi. L’altra grande selezione europea invece, quell’Italia forgiata sul blocco del Grande Torino, è notevolmente ridimensionata dopo la tragedia di Superga del maggio 1949. I riflettori sono quindi tutti puntati sulle quotate compagini sudamericane, il Brasile e l’Uruguay.

La formula di quel Mondiale è parecchio strana, visto che presenta per l’unica volta nella sua storia due fasi a gironi all’italiana. All’Uruguay basta solo una vittoria, e che vittoria, contro la Bolivia per accedere al secondo turno, dati i ritiri di Scozia e Turchia. La Celeste ne fa 8 ai malcapitati compagni continentali, trascinati da 7 gol realizzati da giocatori del Peñarol. A suggellare la vittoria è proprio Alcides Ghiggia, che segna a tre minuti dal termine l’ottava ed ultima rete.

Nella seconda fase a gironi Chico continua ad andare a segno, nel pareggio contro la Spagna e nella vittoria in rimonta sugli svedesi. In particolare, contro gli iberici trova la via della rete con un rasoterra da posizione defilata sul primo palo. Questa giocata astuta e beffarda tornerà utile pochi giorni più tardi. Il 16 luglio 1950 si deve giocare l’ultima partita del girone, tra i padroni di casa del Brasile e la Celeste. È tutto apparecchiato per il trionfo carioca, grazie soprattutto alla necessità di ottenere anche solo un punto. Ma, come per Varela, Schiaffino e tutti gli altri eroi uruguaiani, quel giorno rappresenta il punto più alto della carriera di Ghiggia.

Lo stadio è come detto gremito, Jules Rimet sugli spalti ha già addirittura preparato il discorso di congratulazioni da recitare in favore del Brasile. Tutto deve andare per il verso giusto, e così sembra quando Friaça deposita la palla in rete spegnendo i bollenti spiriti uruguaiani, pericolosi in occasione del palo di Míguez. Ma il destino ha in serbo diverse sorprese. Si accende tutto il genio di Ghiggia, che con i suoi funambolici dribbling (che anticipano di quasi un decennio quelli di Garrincha) continua ad ubriacare di finte il povero Bigode. Da una di queste azioni parte il cross verso il centro dell’area, che Schiaffino al volo indirizza verso l’incrocio. Con l’1-1 il Brasile è ancora campione, ma si diffonde la paura tra il pubblico. E questo presentimento è, per sfortuna dei brasiliani, del tutto fondato: Ghiggia al 79° scappa nuovamente sulla fascia a Bigode, entra in area e, dalla stessa posizione che lo aveva visto infilare il portiere spagnolo, fulmina con un tiro rasoterra Moacir Barbosa.

Il Brasile cade nello sconforto più totale, vengono proclamati tre giorni di lutto nazionale, 90 persone perdono la vita tra suicidi e arresti cardiaci. La Seleçao non disputa più nessuna partita per due anni e abbandona per sempre la maglia bianca, ritenuta portatrice di iella. Ghiggia viene aggredito ed è costretto a tornare in patria tramite l’ausilio di stampelle.

La carriera di Alcides è in rampa di lancio, è tutto pronto per il salto in Europa, che avviene nel 1953 quando il presidente della Roma Sacerdoti ne annuncia l’acquisto ai soci. L’esordio in campionato coincide con la gara contro il Genoa, nel quale l’uruguayo va subito in gol, fissando il punteggio sul 4-0 per i capitolini. A Roma Ghiggia mette ancora una volta in luce tutto il suo talento, aiutando i capitolini ad issarsi come una delle formazioni migliori del campionato, ma porta a galla anche tutti gli aspetti più libertini e irrequieti del suo carattere. Già poco prima di sbarcare in Italia era stato protagonista in negativo di un’aggressione ad un arbitro, che ne aveva causato la squalifica per un anno dalla Primera División Uruguaya. Nella capitale italiana invece perse i gradi di capitano dopo che venne avvistato in macchina con una quattordicenne che sarebbe da lì a poco diventata madre.

Con i giallorossi Ghiggia disputa in 8 stagioni più di 200 partite, andando a segno per 19 volte, ma nonostante ciò non porterà il tanto ambito tricolore all’ombra del Colosseo. La Roma di quegli anni infatti pagava una difesa ed un centrocampo abbandonati al solo Giacomino Losi, tale da rendere velleitarie le ambizioni di una squadra che si permetteva comunque il lusso di schierare una temibile linea offensiva composta da Manfredini, Lojacono, Selmonsson e i due oriundi Ghiggia e Schiaffino. I giallorossi riescono comunque a vincere un titolo internazionale, quale la Coppa delle Fiere 1960-1961, vinta nella finale contro il Birmingham.

Alcides passa successivamente al Milan, dove ottiene subito il trionfo tanto sognato dello scudetto, ma dove inizia a sentire anche il bisogno impellente di tornare a casa. È cosa fatta quindi il ritorno a Montevideo nel Danubio, prima del definitivo ritiro avvenuto nel 1968.

In patria verrà sempre ricordato come un eroe, autore del gol più importante della storia del calcio uruguaiano, ma tale rispetto gli sarà riconosciuto anche in Brasile. Si sprecano le leggende che narrano dei suoi incontri alla dogana con alcuni dei figli delle vittime di quel Maracanazo, ciò che è certo è a 59 anni da quel giorno assurdo gli viene dedicata una delle stelle della Walk of Fame del Maracanà, assieme a grandi avversari della Seleçao come Eusébio e Beckenbauer. E il 16 luglio 2015, esattamente 65 anni dopo quel titolo mondiale, Alcides Ghiggia si spegne nella sua Las Piedras, da ultimo superstite di quel giorno letteralmente drammatico. Si spegne Alcides Ghiggia, uno dei soli tre uomini ad aver zittito il Maracanà, assieme a Frank Sinatra e Papa Paolo Giovanni II.