Bari 2013 14

Fonte immagine: Fabio Cianciola | CC BY-SA 3.0 Unported

Bari 2013/14, un’esaltante stagione fallimentare

Calcio Italiano Le Squadre PSS Slider

Bari e il calcio sono da sempre un binomio incomprensibile, a tratti paradossale e controverso. Il Bari, o la Bari, come viene chiamata dai suoi tifosi, non è di certo famosa per i suoi successi o per i campioni che ne hanno indossato i colori, seppure nella sua lunga e travagliata storia, calciatori come Gianluca Zambrotta e Simone Perrotta, futuri campioni del mondo, o eroi locali, come João Paulo, Igor Protti, e lo storico portiere capitano Jean François Gillet, hanno vestito la maglia biancorossa. Ciò che rende Bari una “piazza importante”, nonostante la mediocrità storica nei risultati sportivi e le difficoltà, soprattutto nei tempi più recenti, nel raggiungere e mantenere la massima categoria del nostro calcio, è l’amore dei suoi tifosi.

Un amore che ha reso necessaria la costruzione di uno stadio da 50.000 posti, che nonostante i consueti spazi vuoti e le contraddizioni architettoniche che lo caratterizzano, racconta bene una realtà ambientale aliena rispetto a quanto effettivamente espresso settimana dopo settimana nel rettangolo verde che circonda. Parte di quel tifo maniacale, instancabile e coloratissimo, a cui Bari deve il suo orgoglio, è lo stesso che nella stagione 2010/11 ha pensato bene di lucrare sull’ormai disperata corsa salvezza, costringendo, o forse, semplicemente, dirigendo, alcuni elementi della squadra a vendersi le ultime partite della stagione, fra cui il sentitissimo derby contro il Lecce. Insomma, una storia anacronistica che trova il suo culmine in quella che forse è ad oggi, se non la miglior stagione della storia recente del Bari, quella che ha più di tutte risvegliato l’orgoglio di un’intera città ferita ed umiliata, l’unica che ha rapito l’attenzione e i cuori di chiunque abitasse fra Santo Spirito e Torre a Mare: la stagione 2013/14.



Sembrano passati secoli da quando Antonio Conte portò il Bari in Serie A nel 2009, dopo quasi dieci anni; da quando Giampiero Ventura ha trascinato un gruppo di ragazzi già spacciato alla retrocessione, a metà classifica l’anno dopo. Retrocessione, calcioscommesse, partite vendute, mezza curva sotto indagine, infiniti punti di penalizzazione seppelliscono presto i fasti di inizio decennio sotto i lembi di un passato lontano e irripetibile. Agli albori della stagione 2013/14 le aspettative per il Bari sono molto basse. Anno dopo anno, la squadra sembra ritornare alla mediocrità ed apatia che ha caratterizzato le stagioni di B immediatamente precedenti alla promozione del 2009, ed è difficile pensare a qualcosa di diverso, rispetto a una stanca e trascinata classifica medio-bassa. L’addio di Vincenzo Torrente, comunque apprezzato dalla piazza, visti gli sforzi che lo stesso ha dovuto sostenere nel portare a ridosso dei play-off una squadra vessata dai punti di penalità, è digerito solo grazie all’ingaggio di Carmine Gautieri, distintosi in modo eccellente sulla meno prestigiosa panchina del Lanciano. Tuttavia la sua esperienza in biancorosso dura appena diciotto giorni, e la gestione tecnica dei galletti viene affidata ai pressoché sconosciuti Roberto Alberti Mazzaferro e Nunzio Zavettieri, per tutti: «Alberti e Zavettieri», come fossero un duo comico o un’unica entità non meglio distinguibile. In quel periodo a Bari, non era ben chiaro chi dei due fosse effettivamente al comando, in una situazione alquanto surreale. La squadra inoltre sulla carta esce indebolita, per quanto possibile, dal mercato estivo, e i risultati iniziali sono lo specchio della situazione che andava prospettandosi: due anonimi 0-0 contro Reggina e Brescia, una sconfitta a Siena e l’eliminazione dalla Coppa Italia per mano dell’Atalanta. Le tre successive vittorie contro Modena, Pescara e Palermo non sono sufficienti ad addolcire una classifica che anche quest’anno inizia con il segno meno. Sono quattro i punti di penalità: tre per il mancato adempimento degli stipendi l’anno precedente e uno per il calcioscommesse.

Dopo altre quattro sconfitte di fila e due pareggi, la situazione inizia a divenire disperata. Bisognerà aspettare novembre per vedere il Bari tornare al successo, 2 a 1 in casa contro il Varese.

La stagione 2013/14 del Bari si trascina così fino al 10 marzo 2014, quando viene dichiarato il fallimento della società. Ed è a questo punto, che, senza un presidente e senza prospettive, Bari si stringe intorno alla sua squadra, tornando a riempire gli spalti e riscoprendo, nel momento più drammatico possibile, l’amore per i biancorossi. Forse grazie alla vicinanza della gente, o all’orgoglio che ci pervade nei momenti più difficili, il Bari si trasforma in qualcosa di totalmente diverso. Che vinca o perda, e di vittorie ne inanellerà a dismisura, ben 10 su 14 partite, ciò che colpisce è la qualità del gioco e dei valori tecnici espressi. Alcuni dei giocatori sono irriconoscibili, se si opera un confronto fra queste prestazioni, e quelle incolori di solo qualche settimana prima.

A difendere i pali dei pugliesi c’è Enrico Guarna, che mai nella sua carriera si rivelerà come in quel frangente un’assoluta sicurezza. La difesa è composta da Diego Polenta e Luca Ceppitelli, posizionati costantemente oltre la metà campo di competenza, a dimostrazione dell’ossessivo gioco offensivo proposto dal duo Alberti-Zavettieri. I terzini agivano infatti più da ali, che da braccetti laterali. Sulla destra Stefano Sabelli, uno dei componenti più tecnici della rosa; e sulla sinistra Marco Calderoni, dotato di un poderoso tiro dalla distanza. A centrocampo Marco Fossati e Marco Romizi sono incaricati di garantire la dinamicità della manovra, recuperando palla nelle zone alte del campo, e trasformando la manovra da difensiva in offensiva, servendosi della loro pulizia tecnica. Daniele Sciaudone, il vero leader carismatico di questa squadra, l’idolo indiscusso del San Nicola, completa il terzetto di centrocampo. Il capitano, Marino Defendi, può ricoprire qualsiasi ruolo che richieda un esterno, e agisce o da quarto nel centrocampo, o da esterno alto, in appoggio a Christian Galano, da sempre considerato a Bari un fuoriclasse, ma mai come in quell’anno decisivo e dedito alla causa. Ma una menzione particolare la meritano in assoluto João Silva ed Edgar Çani, due punte che fino a quel momento erano parse del tutto inadeguate alla categoria, improvvisamente divenute, uno in alternativa all’altro, la fotografia del centravanti perfetto, freddo sotto porta e incluso nella manovra. Se per molti di voi questi nomi non significano niente è normale: quell’anno qualcosa di soprannaturale si impossessò di questo undici. Senza infine dimenticare l’apporto di Chiosa, Samnick, Lugo, Delvecchio e Beltrame, i gregari più inseriti nelle rotazioni.



In generale ciò che alimentava la passione e accendeva le speranze dei tifosi era la spregiudicatezza del gioco proposto, il pressing asfissiante, il baricentro pericolosamente troppo alto, un agonismo sopito da troppi anni, che hanno portato il Bari a vincere a Trapani, in rimonta per 4 a 3, a surclassare l’Empoli in casa per 3 a 0, a vincere a Padova, Terni e Varese, e così via fino a quella magica sera del 30 maggio, al San Nicola contro il Novara. I piemontesi hanno disperatamente bisogno di un successo per evitare i play-out o quantomeno garantirsi un piazzamento migliore negli stessi. Il Bari invece potrebbe raggiungere i play-off soltanto vincendo questa partita: due situazioni differenti ma speculari, che raccontano bene la drammaticità di quel momento; una squadra senza presidente a tre punti dal pass che le permetterebbe di scrivere la storia. Pablo González porta i novaresi in vantaggio al 50’, e sugli spalti gli animi iniziano a farsi tesi. L’immagine di un sogno infranto si fa concreta, se non fosse che, i giocatori in campo, da quello svantaggio immeritato, trovano la forza per sovvertire quest’incubo in un autentico massacro sportivo. Çani entra al posto di Lugo, e proprio l’attaccante albanese sfrutta un cross perfetto di Sciaudone e quasi dal limite dell’area, incrocia di testa all’angolino, portando il Bari in parità a mezz’ora dalla fine. Dodici minuti dopo è Sabelli a depositare sulla spaccata di Çani la palla del 2 a 1. È il delirio. L’attaccante corre sulla pista d’atletica con la maglietta in mano e viene sommerso dai compagni, il San Nicola trema. Vittoria che sarà poi arricchita dal rigore di Polenta e dalla giocata fantascientifica di Stefano Beltrame, che varrà il 4 a 1 finale e il settimo posto in campionato che significa play-off.

La campagna dei play-off inizia trionfalmente, con il Bari che vince 3 a 0 a Crotone una gara mai in discussione, con le reti di Galano, João Silva e Sciaudone. La promozione sembra così vicina da apparire scontata: un ombrellino sul long drink che il fato non avrà il coraggio di negare a questa città, per suggellarne l’impresa. Lo scoglio del Latina, in semifinale, sembra solo l’ennesimo piccolo castello di carte pronto per essere spazzato via, ma si rivela più ostico del previsto. Il Bari, punito dal peggior piazzamento in classifica e da qualche errore arbitrale di troppo, incappa in un doppio 2 a 2 che mette fine alla sua folle, epica corsa verso la massima serie. Due scontri che resteranno indelebili nella storia di questa società come il segno di due schiaffi in pieno volto.

Bari però è consapevole della portata della sua impresa, e messa da parte la delusione, organizzerà ugualmente una grande festa per i suoi eroi, che hanno tenuto alta la cresta del gallo, e regalato una sublime distrazione dalla situazione societaria. Il Bari manterrà la categoria fino al 2017/18, quando gli atavici problemi societari trascineranno una squadra appena sconfitta ai play-off per la Serie A, fino alla Serie D.

Oggi il Bari sembra finalmente caduto in mani sicure, quelle di Luigi De Laurentiis, figlio di Aurelio, capace di riportare ai vertici del calcio europeo un’altra grande realtà meridionale, quella di Napoli. Probabilmente il Bari tornerà in cadetteria già dall’anno prossimo, e poi chissà. Nel frattempo ciò che è certo, è che per accendere l’entusiasmo di questa piazza non serve molto. A volte è sufficiente un fallimento.

Leggi anche: Francesco Caputo, non è mai troppo tardi



Condividi su...
Share on Facebook
Facebook
Tweet about this on Twitter
Twitter