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Il calcio è business, non più tradizione

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Tradizione e business viaggiano da sempre su due binari trasversali nel mondo del calcio: se la prima infatti è la fiamma che arde nel cuore dei tifosi e ne muove la passione, la seconda rappresenta invece la nuova frontiera del gioco, quella caratterizzata dalla sempre maggiore circolazione di denaro e sponsor. In questo articolo andremo a delineare e a spiegare meglio le differenze tra queste due componenti, mantenendoci comunque alla larga da qualsiasi tipo di velata quanto scontata nostalgia.

Nella storia la tradizione ha sempre rappresentato un elemento principale del gioco del calcio, grazie soprattutto all’ausilio di maglie con dei canoni ben delineati. Oltre a ciò, la tradizione veniva spesso ravvivata anche tramite rimandi al passato, di cui l’esempio forse più lampante è quello del Manchester United. I Red Devils nel biennio 1992-1994 presentarono ed utilizzarono infatti una maglia giallo-verde come terza divisa, colorazione utilizzata dal club fino al lontano 1902.

Con l’avvento degli Anni Novanta poi si assistette al primo grande cambiamento del calcio mondiale. La sentenza Bosman sconvolse infatti totalmente i paletti del calcio europeo, permettendo il progressivo crearsi dei superteam a cui assistiamo oggi. Senza più limiti per il numero di calciatori comunitari, per i colossi calcistici è ben più facile costruire rose con campioni provenienti da tutto il mondo, andando a creare delle vere e proprie dinastie in grado di monopolizzare le vittorie. Alcuni esempi che si possono ritrovare nel calcio di oggi e sono rappresentati dalla Juventus in Italia, dal Paris Saint Germain in Francia e dal Manchester City in Inghilterra. Altro smacco importante alla tradizione venne dato sempre nei Novanta dall’avvento delle pay TV, il cui sempre minor costo ha causato una maggiorazione nei costi dei biglietti allo stadio. Si assiste così da decenni a sempre più stadi vuoti e abbandonati dalla maggior parte dei tifosi, evidenziando una tendenza tristemente opposta al passato.

Arriviamo quindi ai giorni nostri, un’epoca nella quale la distanza tra tradizione e business appare più che mai marcata. I maggiori punti di interesse riguardano elementi simbolo della storia dei club, come lo stemma societario e gli stadi. Nel primo caso si è assistito a clamorose e totali rivoluzioni nei loghi, che appaiono alquanto snaturati per esigenze di marketing. Così i tifosi di Roma, Atlético Madrid, Manchester City, Barcellona e Juventus si trovano costretti a doversi identificare con nuovi stemmi che, chi in maniera più netta chi meno, sono più semplicistici rispetto a quelli del passato, al fine di soddisfare delle sempre più necessarie strategie di business. Altro segno della decadenza della tradizione si individua negli stadi. Sono parecchi i vecchi storici impianti che hanno lasciato spazio a strutture ben più avveniristiche, costruite più che per ragioni di modernità e sicurezza in base ad esigenze economiche.

La nota più dolente per i tifosi in termini di distruzione della tradizione è rappresentata dalle maglie che snaturano ormai sempre più i canoni storici. Anche qui gli esempi sono lampanti, la divisa che la Juventus probabilmente utilizzerà nella prossima stagione vedrà l’abbandono delle strisce verticali, mentre il Barcellona nella stagione 2015-2016 presentò una maglia a strisce orizzontali – in contrasto con le storiche verticali – e che l’anno prossimo riuscirà incredibilmente a snaturarsi di più, giocando con un’improponibile maglia a scacchi.

Infine, il business sta spazzando via del tutto la tradizione con il cambiamento degli orari dei match delle varie competizioni, in modo da ottenere un palinsesto il più coperto possibile. La televisione sta giocando un ruolo di primo piano nel cambiamento, il denaro derivante dai diritti televisivi e gli sponsor stanno pian piano distruggendo qualunque forma di tradizione calcistica. Così nel breve futuro si potrà probabilmente assistere alla creazione della tanto famigerata Super Lega, competizione che nell’idea dei giganti del calcio europeo dovrà soppiantare la storica Champions League e garantire nuovi ed immensi ricavi. Come affermato da Andrea Agnelli infatti: “La Champions vale 1,5 miliardi di diritti tv contro i quasi 7 della NFL, nonostante le ricerche di mercato ci dicano che su 2 miliardi di tifosi sportivi nel mondo ben 1,6 miliardi sono tifosi di calcio e soltanto 150 milioni di football americano. Questo deve fare riflettere sul potenziale inespresso con i format attuali del calcio”. Il presidente della Juve è uno dei principali promotori di questo ambizioso progetto e ritiene che uno spettacolo di caratura mondiale come il calcio non possa rischiare di perdere enormi ed inimmaginabili benefici per mantenere viva la tradizione.

Il business sta soppiantando sempre di più la tradizione, e a farne le spese sembrano essere soprattutto i tifosi, i quali si trovano sempre più spogliati dei propri simboli e che si vedono privati anche della possibilità di seguire i propri beniamini durante le tournée estive, le quali oggigiorno sono sempre più dirette verso il Nord America e l’Asia, ritenuti mercati molto floridi e in grado di garantire enormi introiti alle società, così come avviene anche con la Supercoppa Italiana e diverse altre competizioni delle altre leghe calcistiche, e chissà che non si vedano in un immediato futuro anche dei match di campionato giocati fuori dal proprio continente.

È chiaro che i due elementi, business e tradizione, siano incompatibili tra loro, ma solo il tempo potrà davvero dire se il calcio ha effettivamente beneficiato di questa perdita d’identità.

 

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