campionato cinese

Che fine ha fatto il campionato cinese?

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Il campionato cinese è stato per un periodo abbastanza lungo un argomento di discussione caldissimo: all’improvviso è parso che ogni top club europeo che avesse voluto acquistare un grande campione, dovesse fare i conti con irruzioni a gamba tesa di squadre provenienti dalla Cina, pronte a portarsi a casa il bottino con cifre mostruose. Ne è conseguito che i club cinesi diventassero non solo meta di calciatori ormai agli ultimi squilli di tromba, ma anche di calciatori nel pieno della loro esplosione, che hanno, in alcuni casi, rinunciato a prospettive di carriera ben più prestigiose. Qualcuno prevedeva anche che la massima categoria del calcio cinese potesse diventare già nel breve periodo un campionato da tenere sott’occhio, ma qualcosa è andato storto: col passare di pochi anni si è già smesso di sentir parlare di questo genere di follie economiche e l’interesse attorno a questo fenomeno è andato scemando. A cosa è dovuto questo fuoco di paglia?



Partiamo col dire che la Chinese Super League, da ormai oltre un ventennio, ambisce a vette di popolarità mai ottenute: nel 1994, infatti, è divenuto campionato professionistico e dieci anni dopo ha assunto la formula ormai canonica, con un classico campionato all’italiana con tanto di retrocessioni nella seconda lega tenuto ogni anno da marzo a novembre. Per salire agli onori della cronaca tuttavia c’è stato bisogno di altri dieci anni, ed è lecito sospettare che dietro a ciò possa aver esercitato la propria influenza anche l’avvento di Xi Jinping al governo. Una regola fondamentale ha completamente segnato uno spartiacque nella storia del calcio nazionale: limite di calciatori stranieri per squadra ampliato da tre a sei, con massimo cinque da schierare nella formazione titolare.

La storia di quegli anni la conosciamo bene ed ha completamente fatto saltare per aria i valori economici di ogni singolo calciatore professionista al mondo, con campioni affermati che si sono accasati in Asia con cifre mai viste prima, per prezzi decisamente oltre ogni stima. Basti pensare a Oscar, che a soli 25 anni ha stroncato ogni possibilità di consacrazione nel vecchio continente per accasarsi allo Shanghai Dongya per 60 milioni di Euro, con uno stipendio di oltre 20 milioni di Euro l’anno, Hulk, che lo ha raggiunto allo stesso club per cifre simili, o Graziano Pellè, che, dopo un positivo Euro 2016, è stato acquistato dallo Shandong Luneng, con un contratto che tutt’oggi lo rende il calciatore italiano più pagato al mondo e il secondo dietro Gallinari se consideriamo tutti gli sport. Ma anche figure come Ramires, Axel Witsel, Gervinho, Carlos Tévez e molte altre ancora.

A ciò si aggiungevano i contratti televisivi, prima di tutto in patria, con l’ultimo contratto televisivo quadriennale, in scadenza proprio quest’anno, che ha portato nelle casse della federazione ben 1,2 miliardi di Euro, ma anche con l’interesse estero di televisioni che effettivamente trasmettevano la Super League, anche in Italia su Sportitalia prima e DAZN poi, che ne ha acquistato i diritti lo scorso anno. Il 2016 sembrava dunque essere l’anno buono per l’esplosione definitiva del calcio cinese, grazie alle rose che si riempivano di nomi altisonanti, e grazie ai ricavi che la lega fatturava, ma qualcosa è andato storto.

Ebbene, l’interesse non fu mai così marcato da parte del pubblico, che mai si affezionò davvero al campionato cinese, probabilmente anche a causa della scarsa dedizione di molti calciatori, che hanno fin da subito fiutato la scarsa organizzazione del calcio locale e hanno deciso subito di tornare in patria, ma soprattutto a causa di numerosi cambi di regolamento che stravolsero nuovamente il mercato. Nel 2017, infatti, ancora in pieno boom, si decise di tornare alle restrizioni precedenti e riportare il limite di stranieri per club a tre, di cui uno con almeno una stagione giocata in Asia. A ciò si aggiunse l’obbligo di schierare due under 23 nella propria formazione titolare, e di fatto la manovra rappresentò il canto del cigno per il calcio cinese, nonostante l’intento nobile che si prefissava la federazione di valorizzare i talenti locali.

Da allora non c’è stata pace, dati i recenti nuovi cambiamenti giunti a cavallo tra 2019 e 2020, che hanno ampliato il numero massimo di stranieri per squadra a sei – con un massimo di quattro schierabili contemporaneamente titolari –, ma con un tetto salariale di tre milioni, oltre al fatto che il monte ingaggi non può superare il 60% dei ricavi del club e che è applicata una tassa del 100% sugli acquisti superiori ai sei milioni. Nulla che incentivi le grosse multinazionali cinesi a continuare a investire nel calcio del proprio paese: ecco spiegato dunque anche l’avvento negli ultimi anni di molte proprietà cinesi nel calcio europeo.

La voglia di bruciare i tempi tramite il solo mezzo economico ha saturato un ambizioso progetto sul nascere, dimostrando ancora una volta che dietro al successo nel mondo del sport vi è sempre la programmazione senza forzature.

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