Demme

Diego Demme, nato per lottare

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«Mi piaceva il suo gioco aggressivo e la sua grinta, la sua voglia di dare sempre tutto per la squadra e di trascinarla. Mi sento molto simile a lui nel mio stile: metto tutto me stesso in campo, la mia grinta nei contrasti, la mia fisicità e anche la capacità di giocare la palla».

Diego Demme su Gennaro Gattuso

Se lo ritroverà in panchina il suo idolo, Diego Demme. Quel Gennaro Gattuso a cui da sempre il tedesco di Herford si ispira, come ha dichiarato in molte delle sue interviste.



Alle parole Diego – come decise di chiamarlo il padre Enzo, calabrese, con la passione sfrenata per il Napoli e per il suo Pibe – ha sempre preferito i fatti: il campo non gli è mai stato regalato fin dai suoi esordi con le giovanili dell’Arminia Bielefeld nel 2008, e soprattutto nella seconda squadra del club che segna il suo inizio di carriera tra i professionisti due anni più tardi. I media tedeschi di allora celebrarono il ragazzo, per il suo modo sempre aggressivo di affrontare le partite e di onorare la maglia. Il suo passaggio in prima squadra a distanza di due anni fu una conseguenza del suo enorme lavoro sul campo, che gli valse l’estensione del contratto con il club per un’altra stagione.

Non fu difficile identificare un ruolo nel suo inizio tra i grandi. Demme ha infatti fin da subito gravitato nel cuore del centrocampo, là dove si lotta, si corre e si cerca di interrompere le trame del gioco avversario. Questa sua grande grinta, unita alla voglia di arrivare di un giovane alle prime armi, ha condizionato gli anni successivi al suo esordio: il ragazzo si fermò diverse volte per una serie di infortuni che lo costrinsero sempre a rincorrere nelle gerarchie appena conquistate, aspetto questo, unito sicuramente a un desiderio di cambiare aria dopo quattro stagioni all’Arminia, che portò Demme nel 2012 a firmare per il Paderborn, militante allora in 2. Bundesliga.

Il suo rapporto con il nuovo club non è stato tra i più idilliaci: nelle sue 58 presenze in tre stagioni le cose più eclatanti da segnalare riguardano il suo comportamento fuori e dentro del campo, condizionato molto spesso da una eccessiva irruenza contro avversari e compagni. Nell’ultimo anno al Paderborn venne addirittura sospeso per motivi disciplinari dall’allora suo tecnico Breitenreiter. Motivo del richiamo un diverbio avvenuto in campo tra lo stesso Demme e il suo capitano per motivi ancora non del tutto noti come dichiarato dal giocatore in un’intervista all’alba del suo passaggio al Lipsia nel gennaio del 2014.

Sì, perché Diego decise di abbandonare a metà stagione una squadra in lotta per la promozione in massima serie – raggiunta effettivamente dal Paderborn al termine del campionato – per abbracciare un progetto nuovo, ancora tutto da scrivere come quello del Lipsia, club recentissimo, nato dalle ceneri del SSV Markranstädt, squadra dell’omonima cittadina tedesca della Sassonia che allora giocava in quinta divisione regionale, cancellata e ricostruita ex novo – tra le note polemiche – dall’investimento della Red Bull che la rinominò successivamente RB Lipsia.



Demme è coinvolto pienamente nella sua nuova avventura: cresciuto dal punto di vista caratteriale, dopo gli anni negativi al Paderborn, prende in mano le redini del centrocampo e inizia anche a trovare, c’è da dire molto raramente, la via del gol, fino ad allora mai perseguita. La serenità ritrovata lo aiuta a migliorare nettamente le sue prestazioni all’interno del terreno di gioco, tanto da divenire titolare fisso nell’undici prima di Rangnick – che lo volle fortemente – e poi di Hasenhüttl, tecnico del primo anno in Bundesliga.

La bontà del suo lavoro è certificata anche dai numeri, che da soli si sa, non bastano a definire un giocatore ma aiutano a disegnare un quadro preciso del centrocampista che tra pochi giorni debutterà in un campionato come quello di Serie A e del quale quasi sicuramente non avrà alcun timore riverenziale. Nelle sue annate al Lipsia, ricordando sempre il suo ruolo di frangiflutti davanti alla difesa, la percentuale di precisione dei suoi passaggi è sempre stata tra l’80% e il 90%, anche se bisogna specificare che la maggior parte di questi passaggi sono sul corto e non i lanci lunghi. A questa statistica di rilievo si aggiungono i tre contrasti di media a partita, accompagnati da 2 passaggi intercettati per ogni singolo match disputato e solamente un dribbling subito di media.

Numeri praticamente costanti nelle sue annate in casa Red Bull – condite da due gol e nove assist – che lo hanno visto presenziare in ben 179 occasioni, arrivando a vestire i gradi di vicecapitano della squadra. Un traguardo che testimonia lo spirito di sacrificio dell’uomo prima ancora del giocatore, che mai si è tirato indietro e che è stato parte integrante della giovane storia del club. L’arrivo del tecnico Nagelsmann, accompagnato alla nuova politica di mercato della squadra, sempre più costruita su giovani di talento, sono stati i segnali che hanno portato la squadra e lo stesso giocatore a cambiare maglia dopo questi anni gloriosi. Lascia il club più importante della sua carriera da capitano – vista l’assenza di Orban in queste recenti partite – e in lotta per il campionato, dopo averlo trascinato con la sua forza di volontà e con la sua enorme sostanza fino ai traguardi più ambiti, come gli ottavi di Champions League appena conquistati.

Demme abbandona il Lipsia per realizzare in parte anche il sogno del padre, che finalmente vede il suo Diego tingersi di azzurro dopo il Diego che ha fatto battere il suo cuore da tifoso. Al Napoli giocherà con ogni probabilità davanti alla difesa, prendendo in mano un ruolo che quest’anno è parso maledetto per gli azzurri, lasciando la possibilità a un giocatore come Fabián Ruiz di tornare a giocare nel suo ruolo naturale.

Destino vuole che in panchina trovi Gennaro Gattuso, e chi meglio di lui cercherà di farlo rendere al meglio, malgrado la non felice situazione in cui è immersa la squadra in questa stagione, nella quale ci sarà da lottare fino alla fine, senza mollare, ma a questo Demme è abituato, da sempre.


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