Di Francesco, i motivi di un fallimento annunciato

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Alla fine è arrivato l’esonero di Eusebio di Francesco dalla panchina della Roma, dopo circa 21 mesi dal suo insediamento, appena pochi giorni dopo la partenza di Luciano Spalletti direzione Milano. Un esonero caldeggiato, oltre che dai vertici societari, anche da gran parte della tifoseria, stufa dei risultati altalenanti della Roma. Ma andiamo con ordine e cerchiamo di ripercorrere la seconda vita romanista del tecnico abruzzese.

Eusebio Di Francesco diventa ufficialmente l’allenatore della Roma il 12 giugno 2017, scelto direttamente da Monchi, nuovo direttore sportivo del club. Sull’ex Sassuolo non vengono poste subito grandi aspettative, complice l’atto di smantellamento della rosa dovuto al rispetto dei parametri del discusso Fair Play Finanziario, che privano il tecnico di pezzi da novanta quali Salah e Rüdiger. Il mercato si svolge però abbastanza positivamente in simbiosi con il direttore spagnolo, portando all’ombra del Colosseo giocatori che si riveleranno poi fondamentali come Kolarov, Ünder e Pellegrini. Grave errore della campagna acquisti è però il mancato arrivo di Riyad Mahrez dal Leicester, o comunque un esterno destro d’attacco di piede mancino – come Berardi, richiesto dal tecnico – perfettamente malleabile al sistema di gioco di Difra, a cui segue l’incomprensibile acquisto di Patrick Schick dalla Sampdoria, ancora adesso vero e proprio oggetto misterioso. La Roma abbandona quasi da subito ogni velleità di Scudetto, pena un gioco non propriamente scoppiettante, sostenuta soprattutto da una difesa molto solida. Il trasversale percorso in Champions League è invece incredibilmente positivo per i giallorossi, che viene appulcrato da grandi prestazioni e vittorie contro big di assoluto livello come Chelsea e Atletico Madrid.

La prima grande crisi si ebbe intorno a dicembre, quando la Roma crolla in casa contro Torino – in Coppa Italia -, Sampdoria e Atalanta, uscendo sconfitta anche dallo Juventus Stadium. Una sospirata rincorsa fu guidata dall’esplosione di Cengiz Ünder e dalla redenzione di Edin Dzeko, passando per la magica notte del 10 aprile, quando il Barcellona fu rimontato ed annichilito per 3-0, mandando i giallorossi in semifinale di Champions. Questa partita fu un capolavoro dei giocatori ma in primis di Di Francesco, che cambiò modulo rispetto all’andata e riuscì a convincere i suoi ad aggredire sin da subito i solo apparentemente invincibili blaugrana. La semifinale col Liverpool si risolse con un nulla di fatto, complice la sciagurata partita d’andata. La Roma riuscì comunque a chiudere il campionato al terzo posto alle spalle di Juventus e Napoli, guadagnandosi ancora l’accesso alla Champions.

E giungiamo quindi all’inizio della fine. Sin dalle prime battute estive il tecnico chiese di poter restare a Trigoria più del previsto per preparare la condizione fisica, venendo assecondato dalla società, che gli garantì anche gli innesti estivi ben prima del termine di giugno. È in questa estate che si racchiude tutto lo scibile del fallimento romanista: Monchi evita nuovamente di acquistare l’esterno destro di piede mancino al tecnico, rispondendo con giovani di belle speranze – Kluivert, Coric, Bianda e Zaniolo – e con giocatori affermati come N’Zonzi e Cristante, dall’indiscusso talento ma poco consoni all’idea di gioco difranceschiana. Emblematico è poi il caso Pastore: un trequartista puro acquistato per far fronte alla cessione di Nainggolan, inizialmente previsto come mezzala ma inevitabilmente adatto solo alla trequarti, portando una necessaria variazione nel modulo dal 4-3-3 al 4-2-3-1, fuori dalle corde del tecnico. Insensata è poi anche la cessione di Kevin Strootman a mercato ormai concluso, senza possibilità di cercare un sostituto.

La Roma ha iniziato nel suo declino sin dalla fine di agosto, trovando tantissimi bassi e pochissimi altri, affondando a Madrid, a Bologna, in casa con la Spal, ad Udine e a Plzen, oltre ad un assurdo pareggio con sapore di beffa arrivato a Cagliari. Giocatori che rispetto all’anno scorso hanno completamente cambiato negativamente registro, con Fazio, Dzeko e Florenzi irriconoscibili, probabilmente non più avvezzi a seguire le direttive del mister. Un’assenza totale di identità di gioco e di sicurezza, Di Francesco ha sempre, e va sottolineato il sempre, mandato in campo una formazione diversa durante questa stagione, guadagnando l’accesso agli ottavi di finale di Champions tra i fischi dell’Olimpico – come capitato a Garcia prima di lui -. In campionato sono ovviamente più frequenti le battute d’arresto – la rimonta subita dall’Atalanta a Bergamo e il tonfo nel derby -, mentre in Coppa Italia è stata la Fiorentina ad infliggere l’onta del 7-1, 5 anni dopo l’ultima batosta con punteggio tennistico.

E dopo la sconfitta col Porto, controversa quanto si voglia, ma sicuramente meritata, vista la totale anemia della squadra, è stata inevitabile la decisione dell’esonero, con la panchina che ora potrebbe essere assegnata al ritorno di Claudio Ranieri, ma che non distoglierà mai dagli occhi dei tifosi romanisti il fallimento del progetto iniziato l’estate scorsa da Monchi.

Per concludere, le colpe di Di Francesco sono molte ed evidenti, è lui il principale responsabile del suo esonero e del cattivo stato di forma della Roma, ma bisogna anche evidenziare come sia stato poco assecondato durante il suo mandato dalla società e dagli stessi giocatori. Ma, in fondo, questa è probabilmente la sua colpa più grande.