El Monito

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Nella storia del fútbol sudamericano sono sicuramente frequenti i casi di giocatori capaci e dotati di grandi tecnicismi ma non sempre in grado di dare quella svolta alla propria carriera in modo da spiccare il volo. Il cerchio di queste meteore si restringe notevolmente se ci si concentra in particolar modo sull’Argentina, ma resta comunque notevolmente largo, presentando una vastità di potenziali campioni rimasti nell’anonimato, soprattutto distanti dalla terra natia: come dimenticare i casi di Diego Latorre e Gustavo Bartelt, veri e propri fallimenti di Fiorentina e Roma che, al tempo, avevano sperato di potersi accaparrare nuovi potenziali crack. Alle volte però si assiste a casi di ragazzi in grado, soprattutto in età giovanissima, di lasciare le mura di casa per poter diventare finalmente grandi in Europa, mantenendo sempre chiaro in mente l’obiettivo e il compito di tornare in patria da adulti ed assoluti campioni. Basta probabilmente pensare a Lionel Andrés Messi, uno dei calciatori più forti della storia del gioco, ma si possono benissimo fare anche gli esempi di Carlos Tévez e Mauro Icardi; non per ultima si può presentare la storia di Diego Perotti, el Monito.

 

Le origini e gli inizi

Diego nasce nel dipartimento di Moreno, nella provincia della capitale Buenos Aires, nel 1988. È figlio di Hugo, ex-attaccante in forza al Boca Juniors nel corso degli anni Settanta, vincitore di un campionato argentino e dell’edizione 1978 della Copa Libertadores. Il 1988 è un anno strano per l’Argentina, sia dal punto di vista politico che sportivo: l’ex-dittatore Jorge Rafael Videla viene nuovamente arrestato per i crimini compiuti dal suo regime durante la guerra sucia contro gli oppositori; il movimento calcistico è probabilmente nel momento di massimo splendore della sua storia dai tempi de La Nuestra degli anni Trenta e Quaranta. È un movimento guidato da quel genio calcistico totale di Diego Armando Maradona, perfettamente posizionato nell’intermezzo del successo mondiale di Città del Messico di due anni prima grazie al gol di Jorge Burruchaga contro la Germania Ovest e della rivincita, questa volta appannaggio dei teutonici, di Italia ‘90. In questo contesto inizia la vita del piccolo di casa Perotti; il piccolo Diego subisce ovviamente l’influenza paterna e sviluppa sin da subito una fervida passione per il fútbol e per il Boca Juniors, iniziando giovanissimo a giocare nel Deportivo Morón.

 

El Monito in quel di Siviglia

L’esperienza in patria dura però ben poco e per Perotti è già tempo di cercare fortuna in Europa, più precisamente in Spagna, dove il Siviglia se ne assicura le prestazioni acquistandolo a 200.000 euro. Gli andalusi decidono di parcheggiarlo nella squadra B militante nella Segunda División, in attesa di poter contare sul suo apporto anche per partite ben più importanti. Dopo tre stagioni avviene finalmente il salto in prima squadra agli ordini di Manolo Jimenez. Il primo gol con i Nervionenses è il preludio al filo del destino che contraddistinguerà il Monito per la sua carriera futura: al 90º del match casalingo con il Deportivo La Coruña, il Siviglia è bloccato sullo 0-0 e necessita di una vittoria per ottenere la qualificazione in Champions League. Un cross di Adriano dal limite dell’area viene perfettamente deviato in rete da Perotti con un colpo di testa che fa esplodere il Sánchez Pizjuán. Il Siviglia torna così in Champions e l’argentino inizia a trovare sistematicamente più spazio tra le fila degli andalusi. Concluderà la sua relazione con gli spagnoli dopo 7 anni, dopo aver vinto la Copa del Rey nel 2010 e l’Europa League nel 2014.

 

L’infelice ritorno in patria

A questo punto, come nel destino di tutti i giocatori sudamericani, forse fin troppo appassionatamente legati alle proprie origini, è tempo di tornare a casa. Sembra tutto apparecchiato per il ritorno da sogno alla casa madre: nel febbraio 2014 Dieguito diventa un giocatore dell’amato Boca Juniors in prestito, con l’obiettivo di raccogliere la pesantissima eredità di quello che è stato il più influente giocatore della storia bostera, quel Juan Román Riquelme che aveva appeso le scarpette al chiodo solo pochi mesi prima, dopo un ultimo anno passato alla corte degli Argentinos Juniors. Il sogno si trasforma presto in incubo e Perotti riesce a disputare solamente due partite, prima di vedere la stagione finire anzitempo a causa di un infortunio alla coscia.

 

La rinascita con Gasp

Diego passa quello che è probabilmente il peggior periodo della carriera ma, esattamente come una fenice che risorge dalle ceneri, si avviava verso la rinascita. Rinascita che si concretizza in Italia, alla corte di Gian Piero Gasperini e del suo Genoa. Questa si rivela un’ottima annata sia per il Grifone, che conclude il campionato al sesto posto in classifica dopo aver lottato a lungo addirittura per il terzo posto, e per il Monito. L’argentino viene rivitalizzato dal 4-3-3 di Gasperini, nel quale agisce da ala sinistra a sostegno della punta Niang assieme a Iago Falque. A fine stagione saranno 4 i gol segnati a corredo di 6 assist forniti, ma soprattutto il minutaggio sarà finalmente costante, permettendo all’argentino di ritrovare continuità e forma fisica. “Senza il Genoa forse non starei neanche più giocando a calcio. Con Gasperini mi sono allenato come mai in vita mia, sia a livello fisico che mentale. Ho rischiato un po’ di più, ho resettato il mio corpo e ho ricominciato”. Così dichiarerà poco dopo l’addio al Grifone, a conferma di quanto l’esperienza genoana sia stata importante per la propria carriera e vita da professionista. Un’esperienza che si conclude nel febbraio 2016, dopo una prima parte di stagione non entusiasmante come quella precedente ma che gli vale la chiamata di una big del calcio italiano.

 

All’ombra del Colosseo

È di nuovo tempo di ben altri palcoscenici, nei quali sognare diventa più che lecito: si tratta della Roma, che ha appena ritrovato Spalletti sulla propria panchina dopo la fruttuosa parentesi di quasi dieci anni prima. El Monito si rivela sin da subito una pedina fondamentale per il gioco profetizzato dal tecnico di Certaldo, chiamato a risollevare le sorti di una squadra che con Garcia non era riuscita a dare adito ai sogni di gloria dell’intera piazza romana. A Roma emerge tutta la sapienza tattica di Perotti che, complice anche il pessimo stato di forma di Edin Džeko, si reinventa alla perfezione nell’efficace tridente leggero giallorosso. Salah ed El Shaarawy si rivelano mortiferi sulle fasce, bravissimi a sfruttare gli ottimi movimenti ad attirare i difensori fuori dall’area di rigore da parte dell’argentino, in un inedito ruolo da falso nueve. Ma sono soprattutto le doti tecniche quelle che fanno innamorare subito il popolo giallorosso di Diego: l’impressionante forza nelle gambe, l’incredibile resistenza e soprattutto la perfezione nel dribbling costituiscono le principali frecce dell’arco dell’attaccante. Soprattutto nel dribbling si trova il vero cavallo da battaglia, un dribbling nella maggior parte dei casi infallibile che porta quasi sempre la difesa avversaria costretta al raddoppio di marcatura o al fallo in posizioni pericolose. A Roma un giocatore così spietato nello stretto probabilmente non si vedeva dai tempi di Amantino Mancini.

Coi giallorossi l’esordio arriva subito, il 2 febbraio 2016 in casa del Sassuolo, solo un giorno dopo la firma del contratto. I 90 minuti disputati sono già esemplificativi per il valore aggiunto che rappresenta per la formazione di Spalletti: una partita complicatissima per la Roma, chiusa nel finale dal gol di El Shaarawy dopo un recupero e un assist di puro strapotere fisico da parte dell’argentino. Una settimana più tardi è tempo di esordio all’Olimpico; è in scena il match contro gli ex-rivali della Sampdoria, che vengono puniti da una bellissima conclusione al volo scagliata dal limite dell’area. Si tratta del primo dei tre gol realizzati da Diego Perotti in quello sprazzo di stagione con la Roma, tutti segnati all’Olimpico, a cui fanno seguito quello alla Fiorentina nel folgorante 4-1 e quello alla Lazio nel derby dell’1-4. La squadra con Spalletti trova la forza di rialzarsi dal pessimo periodo di forma e di terminare il campionato con un dignitoso terzo posto, guadagnandosi l’accesso ai preliminari di Champions League. Il gioco spumeggiante professato dal tecnico toscano, fatto di asfissiante possesso palla e veloce gioco sulle fasce permette al falso nueve Perotti di staccarsi dalla posizione di punta, liberandosi della marcatura dei difensori e di giocare così liberamente il pallone direttamente verso gli esterni o tramite l’ausilio del regista Pjanic.

Con l’inizio della nuova stagione Spalletti dichiara di puntare fortemente sul morale di Edin Džeko, in modo da ritrovare nel cigno di Sarajevo quell’arma letale per scardinare tutte le difese avversarie. Per questo Perotti viene dirottato nuovamente al suo vecchio ruolo di esterno, in un’inevitabile staffetta con El Shaarawy. È in questa difficile stagione che emerge tutta l’importanza di Diego per la Roma, soprattutto dagli undici metri: degli 8 gol finali in campionati i primi 7 derivano da calcio di rigore. La rincorsa camminata dell’argentino si rivela letale per tutti i portieri, che finiscono per essere spiazzati o di partire in ritardo per respingere la conclusione. Nel frattempo in Europa League ritrova il gol su azione nella sfida casalinga con il Viktoria Plzen, grazie ad una splendida rabona deviata in rete da un difensore ceco.

Nella stagione riemergono i passati demoni di Perotti, spesso alle prese con infortuni e fastidi muscolari, i quali limitano notevolmente il rendimento nonché il minutaggio. Perotti paga anche soprattutto una velocità non proprio adeguata ad azioni di contropiede e rapidi inserimenti in area. Il feeling con il campo sembra sparire addirittura per mesi, dopo un inizio di stagione che era stato sicuramente promettente. Una prima occasione di riscatto avviene nella fantastica vittoria per 1-3 a San Siro contro l’Inter, nella quale Diego rassoda il risultato battendo dagli undici metri un autentico pararigori come Handanovic. Fino ad arrivare al 28 maggio 2017. Si tratta di uno dei giorni più storici e carichi di emozione della storia della Roma; i giallorossi sono costretti a vincere con il Genoa per respingere gli assalti del Napoli e conquistare l’accesso diretto alla Champions League. Il tutto è contornato da un Olimpico in un vestito di festa per dare il giusto tributo e saluto a Francesco Totti, il leggendario Capitano che lascia il calcio giocato dopo 28 anni di onorato servizio tra le fila giallorosse. Le cose non sembrano andare per il meglio per la banda Spalletti, che subisce dopo pochi minuti il gol dell’enfant prodige Pietro Pellegri, pareggia con Džeko e la ribalta con De Rossi, ma subisce poi il pareggio di Lazovic e rischia di capitolare più volte sotto i colpi in contropiede dei genoani. L’ingresso in campo di Perotti sembra totalmente anonimo fino a che, al novantesimo minuto, su un calcio punizione conquistato da Nainggolan e battuto in fretta dallo stesso belga, la palla finisce prima sulla testa di Fazio e poi su quella di Džeko, che trova la sponda aerea perfetta per Perotti che fa partire un bolide al volo di sinistro che si insacca con una potenza inaudita in rete. È la rete della qualificazione in Champions League, è la rete dell’omaggio a Totti, è la rete con la quale tutta la tensione accumulata per gli infortuni e le numerose panchine viene liberata, è la rete alla squadra che lo aveva fatto tornare grande, è soprattutto la rete che consacra Perotti nuovamente a uomo del destino e a beniamino della tifoseria romanista.

A Spalletti succede Eusebio Di Francesco, fautore di un 4-3-3 che si sposa benissimo con l’abilità nello stretto dell’argentino e la sua sapienza tattica. Complice anche la partenza di Salah, si spalancano le porte di un posto da titolare per il Monito, che comincia ad inanellare una serie di prestazioni di grande caratura. In particolare, Perotti dimostra di essere in grandissima forma nei match contro l’Inter e contro l’Atletico Madrid. Il primo gol stagionale arriva contro il Crotone e, una settimana più tardi, è con un rasoterra da fuori aerea che l’argentino trova il primo gol stagionale in Champions League, nel 3-0 inflitto al Chelsea di Conte. Nel frattempo è arrivato anche il primo errore dal dischetto, nella sfida all’Udinese, dove Bizzarri viene magistralmente spiazzato ma la conclusione si ferma sul palo. La Roma arranca in campionato e fatica a tenere il ritmo del duo di testa Juventus-Napoli. Il cammino in Champions è invece diametralmente opposto, una vera e propria favola suggellata dalla vittoria casalinga contro il Qarabag, che assicura ai giallorossi la vittoria del girone. Perotti in questa gara si conferma uomo Champions per la Roma, segnando di testa dopo una respinta il gol della definitiva vittoria.

Inizia in questo periodo un momento di forma poco felice per i ragazzi di Di Francesco e poco fortunato per Dieguito, di nuovo alle prese con infortuni che ne limitano l’efficienza: spesso alle prese con dolori muscolari e al polpaccio, El Monito riesce raramente a incidere, disputando però ottime partite di sacrificio e sostanza anche in difesa contro lo Shakhtar e nella disfatta di Barcellona. L’ultimo gol stagionale arriva su rigore ad Anfield contro il Liverpool, nella semifinale ottenuta dopo la magica rimonta ai danni dei catalani, che non salva però la Roma dall’eliminazione ad un passo da una storica finale. Nonostante gli infortuni, soprattutto nella seconda parte della stagione, l’annata dell’argentino si può ritenere più che sufficiente, conclusa con 8 gol siglati e 5 assist forniti tra tutte le competizioni. È sul piano del gioco che Perotti si rivela fondamentale: l’assiduo gioco che passa e viene creato dalle fasce è il diktat del mister abruzzese; a ciò si aggiunge l’innesto in rosa di Aleksandar Kolarov. Il terzino serbo costituisce con l’argentino una colonna sulla fascia sinistra solidissima, in grado di fornire superiorità numerica sia in attacco che in difesa, motivo per il quale el Monito viene ritenuto una pedina fondamentale per il gioco di Di Francesco, che lo preferisce spesso ad El Shaarawy e a Ünder.

La nuova stagione con Di Francesco si apre sfortunatamente per Perotti sull’onda del termine della precedente. L’argentino è spesso alle prese con magagne fisiche, e riesce a disputare solamente il match del Dall’Ara contro il Bologna da titolare, prima di dover alzare nuovamente bandiera bianca per più di due mesi. L’ingresso in campo contro l’Inter ad inizio dicembre dimostra che la forma fisica è ancora ben lontana: un D’Ambrosio sfinito brucia in scatto l’arrendevole argentino, che si rivela quasi come un peso per la squadra. Il rientro deve attendere qualche settimana e arriva nel boxing day contro il Sassuolo ed è lo stesso argentino ad aprire le marcature con un calcio di rigore. Nuovi infortuni lo costringono ad un altro e prolungato stop, che termina quasi in concomitanza con l’arrivo in panchina di Claudio Ranieri, chiamato a sostituire Di Francesco e incaricato di cercare e ottenere un miracoloso quarto posto. Con il tecnico testaccino El Monito ritrova un po’ di fiducia e continuità, segnando in tre match consecutivi contro Spal, Napoli e Fiorentina. La stagione resta comunque avara di gioie e soddisfazioni, la Roma chiude al sesto posto e termina con il terremoto societario che porta all’addio del capitano Daniele De Rossi. Nella partita finale contro il Parma Perotti sigla, quasi seguendo le trame del destino, il gol della vittoria all’89°, diventando in questo modo l’eroe della partita di saluto a De Rossi, esattamente come lo era stato con quella in onore di Totti. Cinque gol e un solo assist fornito in appena 811 minuti giocati sono più che indicativi per le difficoltà incontrate nel corso della stagione, probabilmente anche esplicativi per la pessima annata della squadra, ritrovatasi privata di uno dei suoi punti cardine e chiamata ora a riconquistare l’amore del proprio pubblico sotto la gestione del neo-allenatore Fonseca.

 

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