Dzeko

Edin Dzeko, il diamante bosniaco

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La travagliatissima sessione estiva di calciomercato nella quale sembrava scontato il passaggio di Edin Dzeko all’Inter si è conclusa con un risvolto sorprendente, il bosniaco, convinto soprattutto dal nuovo tecnico Fonseca e dai compagni di squadra, ha rinnovato il proprio contratto con la Roma, decidendo quindi di restare nella Capitale e vestire ancora i colori giallorossi.

Ma perché a Roma tutti volevano che restasse? Risposta breve: perché Dzeko è un attaccante unico.

Il palmarès di Dzeko è parecchio invidiabile, a partire dalla storica vittoria del campionato tedesco nel 2008-2009 con il Wolfsburg fino alle conquiste inglesi con il Manchester City; può inoltre fare vanto di un bottino di 262 gol e 113 assist in oltre 550 presenze con i clubed è inoltre nella sua nazionale primatista per reti segnate con 58 gol e per presenze con 105 convocazioni in carriera.

Il ragazzo di Sarajevo è un giocatore che racchiude in sé 2 anime, con un lato calmo, tranquillo e che difficilmente alza i toni e un altro che si dimostra competitivo, deciso e voglioso di dimostrare il suo valore in campo. Il diamante – come viene soprannominato in Bosnia – è un eroe in patria, per i suoi modi pacati e per la sua importanza, quale giocatore più rappresentativo della sua Nazionale: nonostante abbia vissuto la guerra, non ne parla mai volentieri e difficilmente ci sono sue interviste sull’argomento, perché egli vede la cosa come una questione intima, che non può capire chi non l’ha vissuta. Edin è una persona fortunata, perché più di una volta la guerra ha rischiato di uccidere lui o chi gli era vicino, lui stesso racconta della passione per il calcio come valvola di sfogo per l’orribile situazione in cui viveva. Proprio una partita di calcio con gli amici, per strada, avrebbe potuto costare la vita a Edin Dzeko: voleva giocare a tutti i costi, fuori era tutto tranquillo, ma la madre gli vietò di uscire. Pochi minuti dopo, una granata colpì il luogo dove avrebbe dovuto incontrare i suoi compagni.

Dzeko è anche il primo ambasciatore UNICEF della Bosnia, a rimarcare l’attaccamento per la sua nazione e si impegna costantemente in progetti no-profit, soprattutto a favore di bambini sfortunati o che hanno vissuto realtà difficili come quella della guerra; in alcune interviste ha anche ammesso di non essere contrario ad una sua eventuale carriera in ambito politico, cosa alquanto credibile visto l’amore della Bosnia per lui.

Un background culturale del genere può facilmente farvi capire che non si tratta del classico giocatore di calcio di cui potremmo parlare.

Dzeko entra tardi nel mondo del calcio, a 10 anni si iscrive alla sua prima scuola calcio. Passa ai professionisti a 16 anni, ma con un significativo cambio di ruolo, giocando come trequartista, avendo una buona visione di gioco, essendo portato per l’ultimo passaggio ma non mostrando la necessaria cattiveria sotto porta: durante quel periodo viene soprannominato ‘il lampione‘ vista la sua altezza e la scarsa mobilità, ma questo suo tardivo arrivo nel calcio diventa per lui uno stimolo a migliorarsi giorno dopo giorno fino al suo passaggio in Repubblica Ceca, grazie ad uno dei suoi primi allenatori, Jiri Plisek, che intravede il suo talento sin dalla giovane età e lo trasforma definitivamente in attaccante, costruendo le basi del giocatore che conosciamo tutti e permettendogli di segnare 22 gol e riceve il premio come miglior giovane straniero del campionato.

Edin da lì spicca il volo, passa prima al Wolfsburg – di cui è ancora il miglior marcatore di sempre con 66 gol – e poi al City, dove si dimostra sempre presente, nonostante non sia quasi mai titolare, chiuso da colleghi come Aguero, Tevez e Balotelli in un modulo con un’unica punta. Il resto è storia recente, con il passaggio alla Roma e fortune alterne nella Capitale.

Ma Dzeko come potrebbe essere descritto? L’attaccante può essere definito come un target striker: un giocatore alto e prestante fisicamente, con un’ottima tecnica, visione di gioco, che può creare spazi ai compagni, che si sposa bene con una punta che cerchi la profondità e la verticalizzazione, che si integra bene con un trequartista o degli esterni che gli servano palloni a profusione su cui possa far valere la sua fisicità e presentarsi davanti al portiere, piuttosto che dialogare con l’altra punta a cui crea spazi.

Dzeko è un guerriero dai piedi educati, un centravanti completo: fategli arrivare un pallone e lui se ne occuperà al meglio.

C’è da dire che nel corso del tempo ha mostrato alcuni difetti come il suo bisogno costante di fiducia – da parte del mister e della tifoseria –, così come la sua pacatezza che spesso ha messo in ombra il suo talento – al City ci mise molto a lamentarsi del suo utilizzo nei 3 dietro alla punta, ruolo che sminuiva e logorava le sue qualità.

La tempra, il talento e il lavoro sporco fatto da Dzeko sono però sotto gli occhi di tutti, allenatori compresi, e di conseguenza è ovvio che Fonseca abbia spinto per trattenerlo e averlo come puntero del suo gioco offensivo, e i primi risulti – 2 gol e ottime prestazioni – stanno dando ragione al mister portoghese.

 

 

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