Di Francesco

Il calcio secondo Eusebio Di Francesco

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In un’estate certamente divertente ed importante per gli avvicendamenti in panchina tra le squadre della Serie A – il ritorno di Sarri e Conte in Italia, l’arrivo di Fonseca e il tanto atteso passaggio di Giampaolo ad una big –, uno dei colpi più intriganti di questa stagione l’ha messo a segno la Sampdoria del presidente Ferrero. Come successore di Giampaolo, come detto passato al Milan, è stato assunto infatti Eusebio Di Francesco, reduce dalla drammatica conclusione della sua esperienza sulla panchina della Roma risalente allo scorso marzo.

Di Francesco troverà sulla panchina doriana un ambiente certamente non idilliaco, al centro di voci che vogliono un cambio ai vertici societari e con un mercato che stenta a decollare. I blucerchiati hanno infatti subìto due dolorose perdite tra le propria fila, con il roccioso difensore Andersen e il fantasista Praet che hanno fatto le valigie per l’estero, dove vestiranno le maglie rispettivamente di Lione e Leicester. A queste non sono ancora susseguiti dei colpi in entrata in grado di aumentare il tasso qualitativo della rosa; certamente l’ingaggio dell’ex Inter Jeison Murillo è di vitale importanza per l’equilibrio difensivo, ma il tecnico abruzzese chiede soprattutto un innesto in attacco, per dare al sempreverde Quagliarella dei partner all’altezza.

Per Di Francesco infatti il gioco, soprattutto d’attacco, si basa massivamente sulla rapidità degli esterni e sul coinvolgimento delle fasce per creare superiorità numerica e minacce agli avversari. Questo è un diktat che si è presentato spesso nella carriera dell’ex centrocampista, sin dagli esordi a Lanciano, dove era stato presto etichettato come nuovo alunno della scuola zemaniana, ritenuta in grado di fornire spettacolo ma tremendamente traballante nei risultati.

 

 

In rampa di lancio

Nelle prime esperienze infatti le squadre del tecnico pescarese – sedutosi sulle panchine di Virtus Lanciano, Pescara e Lecce – faticavano ad assimilare i suoi meccanismi, prestandosi spesso e volentieri a pesanti imbarcate di gol da parte degli avversari. Nella squadra salentina soprattutto il bottino per Di Francesco si rivelò molto magro: alla sua prima esperienza su una panchina di Serie A vennero ottenute solamente due vittorie all’interno delle 14 partite disputate, una serie di pessimi risultati tra i quali spicca tra l’altro la deludente eliminazione in Coppa Italia causata dal Crotone, squadra al tempo di categoria inferiore rispetto ai giallorossi.

Nonostante il rendimento di certo non entusiasmante, il giovane allenatore era pronto a ribadire la sua ideologia di gioco, a costo anche di scendere di categoria e di fare gavetta in una piazza storicamente piccola ma finalmente pronta al salto nel calcio dei grandi.

 

 

Il sogno Europa

 L’occasione Sassuolo si rivelò una vera e propria manna dal cielo per la carriera di Eusebio Di Francesco. Qui il pescarese trovò infatti un ambiente perfetto per un allenatore tutto sommato ancora alle prime armi, un ambiente tranquillo e che non riponeva grandi aspettative né pressioni sulla rosa neroverde. Insomma, nella cittadina romagnola era tutto apparecchiato per l’esplosione di uno dei volti principali della nuova scuola di allenatori italiani.

A Sassuolo ci si è resi presto conto che, a dispetto delle attese, il calcio professato dal tecnico classe ’69 aveva ben pochi parallelismi con quello del suo maestro Zeman. Certamente il calcio voluto dall’abruzzese era intriso di rapidità e di preziosismi dei suoi giocatori, ma poneva altrettanta importanza alla solidità e alla coralità delle due fasi. Soprattutto nella fase difensiva Di Francesco si distaccava dal suo mentore, come dimostrato dai pochi gol subiti anche negli scontri con le grandi squadre; a volte erano comunque tipiche delle amnesie da parte del reparto difensivo e di centrocampo, dovute perlopiù al continuo e asfissiante pressing richiesto dal tecnico e dagli errori nel verticalizzare, ritenuto il metodo principale per la creazione di gioco.

Dopo la dominante cavalcata in Serie B culminata con la prima storica promozione in Serie A del Sassuolo, all’esordio nella top class del calcio italiano il lavoro di Di Francesco sembrava ancora una volta destinato a fallire, specie dopo l’esordio arrivato nel mese di gennaio. Richiamato dalla società dopo la disastrosa parentesi Malesani, l’abruzzese riuscì finalmente ad aggiustare i meccanismi di gioco della propria squadra, dando più solidità e armonia ai suoi ragazzi con l’ausilio di sistemi di gioco alternativi al suo solito 4-3-3, come ad esempio l’utilizzo del 3-5-2 o del 4-2-3-1. Trascinato dai gol di Zaza e dalle prodezze del gioiellino Berardi, il Sassuolo riuscì a confezionare una straordinaria rimonta fino alle zone sicure della classifica, guadagnandosi una miracolosa permanenza in Serie A.

I concetti di Di Francesco era stati ormai assimilati dai suoi ragazzi e si erano adattati alla perfezione al tattico campionato italiano, che era ormai pronto ad assistere nella stagione 2015-2016 ad una delle sorprese più grandi della sua storia recente. Un Sassuolo quasi interamente composto da titolari di nazionalità italiana – con le sole eccezioni rappresentate da Vrsaljko, Duncan e Defrel – ottenne un’incredibile sesto posto e la prima storica qualificazione ad una competizione europea, grazie anche a incredibili vittorie contro Juventus, Lazio e Milan. Quel Sassuolo si muoveva con un’armonia a tratti entusiasmante e con grande equilibrio difensivo, il quale si poteva avvalorare del muscolare centrocampo composto da Magnanelli e Missiroli.

 

 

L’ascesa e il declino

Dopo l’esordio in campo europeo con il Sassuolo, per Di Francesco era tempo di raccogliere una sfida complicata per ogni allenatore, in una delle piazze più roventi dell’intero campionato italiano. L’abruzzese raccolse da Luciano Spalletti il testimone sulla panchina della Roma, squadra orfana dello storico capitano Francesco Totti e da anni ormai alle prese con crisi di identità e una scarsa vena realizzativa in termini di successi. La squadra ereditata dal neo allenatore veniva da uno sfavillante secondo posto, ma si trovava senza due grandi riferimenti, quali Salah in attacco e Rüdiger in difesa, entrambi salpati per l’Inghilterra. Il mancato arrivo di Mahrez, l’esterno offensivo mancino largamente richiesto dal tecnico, aveva lasciato ancor di più l’amaro in bocca per un mercato che aveva regalato alla rosa una serie di comprimari e un grande terzino d’esperienza come Aleksándar Kolárov.

La prima Roma difranceschiana ci mise dei mesi per ingranare la marcia – soprattutto in campionato – e per assimilare i concetti dell’allenatore, ma trovò una svolta vitale dopo due grandi vittorie come quella per 2-1 nel derby contro la Lazio e quella trionfale per 3-0 contro il Chelsea di Antonio Conte. Il pressing richiesto da Di Francesco ai suoi ragazzi doveva attivarsi fin dai primi palleggi degli avversari, e doveva coinvolgere unitamente attacco e centrocampo. La costruzione della manovra doveva partire con efficacia dalla difesa, avvalendosi dei piedi educati di Alisson e di Fazio, per poi convogliare verso le fasce. Il centrocampo – composto da De Rossi, Nainggolan e Strootman – dava un vitale e muscolare contributo sia in fase di interdizione che di costruzione del gioco, sia per passaggi filtranti a scavalcare la difesa – come l’assist di Strootman per il gol di Džeko alla Shakhtar Donetsk –, sia per attivare continuamente le fasce.

La colonna di sinistra era il principale cavallo d’attacco dei giallorossi, dove tra Perotti e Kolárov si andava sempre maggiormente instaurando un continuo flusso di sovrapposizioni offensive e di raddoppi di marcatura in fase difensiva. Per quanto concerne l’attacco vero e proprio, Di Francesco è riuscito a confezionare un abito perfettamente a misura del suo attaccante Edin Džeko. Al bosniaco venivano richiesti sacrificio e aiuto alla manovra anche all’altezza del centrocampo, in aggiunta alla sua solita letalità in area di rigore. Soprattutto, Džeko doveva essere anche bravo ad attirare su di sé i difensori avversari al fine di liberare gli inserimenti in area dei compagni, come nell’occasione del gol di Ünder in casa dello Shakthar Donetsk.

La grande attenzione riposta nell’equilibrio difensivo ha permesso alla Roma di terminare la prima stagione dell’era Di Francesco con un terzo posto in campionato e con la storica semifinale di Champions League. Una stagione che non ha però allontanato del tutto i dubbi della piazza sul tecnico, ritenuto poco incline al passaggio a sistemi di gioco differenti e non impeccabile nella gestione delle partite contro le piccole.

Per questo motivo, dopo il deludente mercato estivo conclusosi senza colpi da novanta, le riserve della piazza aleggiavano ancora prepotentemente sulla testa del coach di Pescara. Una stagione destinata a non terminare con il lieto fine, vista la conseguente rescissione consensuale arrivata alla fine di gennaio. Di Francesco ha pagato probabilmente una scarsa inclinazione al comando nello spogliatoio, il quale si è presentato ancora appagato per i risultati dell’annata precedente e spesso in confusione sul terreno di gioco. Non meno importante è stato il rifiuto da parte del tecnico di spostarsi verso altri moduli e accorgimenti tattici, risultando spesso prevedibile nel confronto con gli avversari.

La stagione 2018-2019 certamente non si è rivelata essere tutta pesche e crema per la Roma, ma che ha potuto assistere all’esplosione del baby prodigio Nicolò Zaniolo, un altro giovane ad aver beneficiato della gestione Di Francesco, uno dei migliori allenatori italiani nel creare nuovi talenti. Nell’anno e mezzo trascorso a Roma l’abruzzese è riuscito infatti a trasformare in grandi giocatori dei potenziali crack come lo stesso Zaniolo e il turco Ünder, oltre alla conferma di Lorenzo Pellegrini, già avuto dall’allenatore tra le fila del Sassuolo.

 

 

Voglia di riscatto

Ora per Di Francesco si presenta una sfida non meno ardua di quella affrontata a Roma. La Sampdoria ereditata dal pescarese è infatti una squadra fortemente rimaneggiata rispetto a quella guidata da Giampaolo la scorsa stagione, avendo perso dei punti fermi come Andersen, Praet e Defrel, i quali non sono stati adeguatamente rimpiazzati. Nonostante questo i blucerchiati hanno messo in mostra delle buone prestazioni nei test precampionato e, seppur avendo rimediato due sconfitte contro Monaco e Parma, si avviano ad iniziare una stagione che potrebbe rivelarsi positiva. Di Francesco affiderà al suo amato 4-3-3 la sua voglia di riscatto dopo il doloroso addio da Roma, presentando presumibilmente una squadra votata all’attacco con Audero tra i pali, Colley e Murillo in difesa con il supporto di Bereszyńiski e Murru; Ekdal, Jankto e Linetty in mediana ad agire alle spalle di Caprari, Gabbiadini e Quagliarella.

 

 

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