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La guerra del calcio

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Spesso, nella storia dell’uomo, il calcio è stato utilizzato come strumento di propaganda dai governi – specialmente quelli poco democratici, basti pensare ad Argentina ’78 –, ma mai, prima del 1969, fu addirittura casus belli di una guerra.

Attribuire al solo calcio le cause della guerra del 1969 tra El Salvador e Honduras è però sbagliato, e per questo bisogna partire da circa un decennio prima.



Alla fine degli anni Cinquanta, in piena Guerra fredda, diverse aziende statunitensi trasformarono alcuni degli stati dell’America centrale in dei veri e propri latifondi – da qui l’espressione ‘Repubblica delle banane‘ –, dai quali trarre dei vantaggi economici ma anche politici, colonizzando de facto i territori che rischiavano altrimenti di finire sotto l’influenza sovietica.

Tra questi vi erano El Salvador e Honduras, con i primi che in particolare possedevano un tessuto agricolo e dei trasporti più sviluppato, motivo per il quale furono il principale territorio su cui le aziende americane – in questo caso la United Fruit Company – impiantarono le proprie piantagioni.

L’economia di quei territori era così disastrata che persino questa imposizione dall’alto, che tendenzialmente distrugge l’economia locale in favore di quella della nazione colonizzante, aiutò i cittadini, fornendo maggiori possibilità di lavoro e quindi un miglioramento dal punto di vista remunerativo e delle condizioni sociali e sanitarie, permettendo una crescita demografica.

Col passare del tempo queste condizioni diventarono un problema, a causa della ridotta estensione del territorio salvadoregno. In quel momento, infatti, El Salvador era lo stato più piccolo dell’America centrale ma che aveva la maggior densità di popolazione, mentre il vicino Honduras era sei volte più grande ma all’interno dei suoi confini vivevano circa la metà delle persone. Per questo motivo i governi delle due nazioni stipularono un accordo che permetteva a 300.000 contadini salvadoregni di spostarsi in Honduras e di coltivare i terreni che erano incolti e senza alcun proprietario. Naturalmente il flusso migratorio non si limitò ai numeri stabiliti dai patti tra i due governi, in Honduras arrivarono moltissimi immigrati irregolari, tanto che, alla fine degli anni Sessanta, i salvadoregni costituivano circa il 20% della popolazione honduregna.

A capo dell’Honduras vi era un regime militare condotto da Oswaldo López Arellano, che aveva ottenuto il potere con un colpo di stato atto ad evitare l’ascesa del comunismo. La posizione del leader honduregno era tutto meno che stabile, l’economia era allo sfascio e l’apprezzamento del popolo nei suoi confronti scendeva sempre di più. Per migliorare la situazione decise di scatenare una guerra tra poveri, un grande classico del potere, prima limitandosi a dare le colpe dello sfacelo dello Stato ai migranti salvadoregni, – alimentando l’odio e il razzismo che già era presente all’interno della nazione, che sfociò addirittura in alcuni omicidi – poi espellendo tutti i migranti salvadoregni e confiscando loro le terre che per anni avevano coltivato, scatenando una fortissima tensione con El Salvador.



La tensione aumentò quando si affacciarono alle porte i Mondiali del 1970, organizzati in Messico. Per le nazionali americane non era un mondiale qualunque, infatti vi era una possibilità in più di accedere al Mondiale, visto che il Messico partecipava ad esso da organizzatore dell’evento, lasciando libero uno slot qualificazione che di solito occupava sempre.

Nonostante non abbiano mai avuto dei club o delle nazionali di grande livello, sia in El Salvador che in Honduras lo sport nazionale è il calcio, e questa era la grande occasione per partecipare al loro primo mondiale.

Le qualificazioni furono strutturate in quattro gironi da tre squadre, le quali vincitrici avrebbero partecipato alle semifinali. El Salvador vinse tre gare e ne perse una, riuscendo a qualificarsi; l’Honduras fece persino meglio, con 3 vittorie e 1 pareggio, qualificandosi a sua volta. Le due nazioni rivali dovettero sfidarsi subito in un doppio confronto andata e ritorno per poi affrontare la vincente dell’altra gara, quella tra Haiti e gli Stati Uniti.

L’8 giugno 1969 si disputò a Tegucigalpa, in Honduras, l’andata della sfida. La notte precedente alla partita, i tifosi honduregni si presentarono sotto l’hotel dove alloggiava la squadra avversaria, disturbando il sonno dei giocatori con rumori di ogni tipo. Il giorno dopo, con l’intero paese fermo e un un clima surreale, l’Honduras si impose 1-0 con un gol di Leonard Wells negli ultimi minuti.

Come si può ben immaginare i salvadoregni non la presero benissimo, e la notte prima del ritorno, che si sarebbe disputato giorno 15 giugno a San Salvador, l’hotel assunse la funzione di bunker più che di albergo, l’obiettivo della notte non era più riposare ma sopravvivere alla sassaiola dei tifosi di casa, che lanciarono, oltre ad un’ingente quantità di sassi, ogni tipo di cosa, tra i quali uova marce, topi morti, e persino bombe carta.

La notte si portò con sé l’accompagnatore della nazionale honduregna, e il giorno dopo morirono anche due tifosi in trasferta dopo degli scontri fuori dallo stadio. I giocatori raggiunsero l’Estadio de la Flor Blanca solamente grazie alla scorta dei carri armati. Se all’andata il clima era surreale, al ritorno divenne proprio un clima di guerra, forse la cosa più lontana dal calcio.

La partita, o quel che rimaneva di essa, finì 3-0 per i padroni di casa, con una doppietta di Juan Ramón Martínez e un gol di Elmer Acevedo. All’epoca non era prevista la regola della somma gol tra le due gare, motivo per il quale, con una vittoria a testa, ci sarebbe voluto un terzo scontro, uno spareggio, che si sarebbe disputato a Città del Messico.

Il 27 giugno, all’Estadio Azteca, erano presenti 15.326 spettatori paganti e ben 5.000 agenti – chiamati a limitare i danni, evitarli totalmente era praticamente impossibile. Alla fine dei tempi regolamentari le squadre vanno negli spogliatoi con il risultato di 2-2, i giocatori in campo stanno dando tutto quello che hanno e anche di più, ma ai tempi supplementari saranno i salvadoregni a prevalere, con un gol all’11’ di Mauricio Rodríguez – che sarà commissario tecnico della seconda e al momento ultima spedizione mondiale di El Salvador, nel 1982. In finale battono anche Haiti, che nel frattempo aveva eliminato gli States, e staccano il pass per i Mondiali del 1970, i primi della loro storia.

L’Honduras non accettò la sconfitta e soprattutto le vittime honduregne di quegli scontri, per questo motivo vennero espulsi dalla nazione tutti i salvadoregni presenti, non solo i contadini che erano stati precedentemente colpiti, ma anche normali cittadini e diplomatici.

La tensione tra le due nazioni, alimentata dal calcio e ormai allo stremo, sfociò in guerra vera e propria quando, il 14 luglio del 1969, El Salvador invase l’Honduras. La guerra non fu particolarmente memorabile, le armi di cui erano dotate entrambe le fazioni erano parecchio arretrate e anche il numero di uomini e mezzi a disposizione era esiguo.

El Salvador stava avendo la meglio, ma dopo appena quattro giorni, il 18 luglio, la guerra finì, dopo le forti minacce di sanzioni da parte dell’Organizzazione degli Stati americani nei confronti dei salvadoregni, che quindi ritirarono le truppe.

La Guerra del calcio, nonostante fosse durata poco tempo e fosse stata combattuta con pochi e scarsi mezzi, si portò con sé oltre 5.000 vittime, per la maggior parte civili.

La beffa finale di questa storia è che l’anno successivo El Salvador effettivamente andò ai mondiali, ma uscì ai gironi con 3 sconfitte – contro Belgio, Messico e Unione Sovietica –, 9 gol subiti e 0 segnati, dimostrandosi non adatta alla competizione.

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