Higuaín

Gonzalo Higuaín, fragilità e cattiveria

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Fragilità e cattiveria. Sono probabilmente queste le parole che descrivono in maniera migliore Gonzalo Higuaín, più di qualsiasi caratteristica tecnica calcistica, i suoi più grandi pregi e difetti psicologici.



Figlio d’arte di Jorge Pipa Higuaín, da cui riprende il soprannome, Pipita, Gonzalo è un lottatore: ha una cattiveria particolare, non è la cattiveria da strada dell’Apache Tévez, ma una cattiveria lucida, ha un killer instinct formidabile, è un giocatore completamente diverso dagli altri, non ha le classiche caratteristiche dell’argentino puro, probabilmente perché lui, nato a Brest, in Francia, la realtà della strada non l’ha mai vista, per fortuna.

A soli 10 mesi d’età è ricoverato in ospedale per una meningite fulminante ed è costretto dunque fin dalla tenera età a lottare, la metafora calcistica sorge spontanea. La carriera di Higuaín non è quella di un “figlio del pueblo“, ma non per questo è una carriera con meno difficoltà: Gonzalo è costantemente messo in discussione, e la sua fragilità caratteriale lo condiziona in maniera importante.

Tornato con la famiglia in Argentina, inizia la sua carriera calcistica tra le fila del River Plate, dove viene promosso in prima squadra appena maggiorenne. Nelle due stagioni con i Millonarios mette a segna 13 gol in circa 25 presenze complessive – contando cioè il minutaggio. In quelle poche presenze si toglie lo sfizio di decidere un Superclásico tra Boca e River con una doppietta ad appena 18 anni. Il destino nel grande calcio è segnato.

Gonzalo Higuaín con la maglia del River Plate

La pensa allo stesso modo il Real Madrid di Fabio Capello, che nel 2006 lo acquista per tredici milioni di euro. In maglia blancos non sarà facile imporsi inizialmente in mezzo alle leggende, ma la concorrenza e la fiducia che gli allenatori ripongono in lui lo stimolano positivamente.

Nella stagione 2009/2010 al Real Madrid arrivano Cristiano Ronaldo e Karim Benzema, e proprio con il franco algerino arrivato da Lione inizierà una convivenza complicata, in quanto riesce a togliergli minutaggio – e indirettamente fiducia – nel corso delle partite.

L’acqua, che colma il vaso, fuoriesce definitivamente quando in panchina a guidare le merengues si siede José Mourinho, che vede in Benzema il partner ideale per il fenomeno con il numero 7. Gonzalo è quasi ai margini per un periodo, poi i gol e le prestazioni obbligano il portoghese a schierarlo, alternandolo al compagno Karim.

Nella stagione 2011/2012 chiude il campionato realizzando 22 gol, formando con Benzema (21) e Cristiano Ronaldo (46) il tridente d’attacco più prolifico della storia del Real Madrid e della Liga.

Gonzalo Higuaín, Karim Benzema e Cristiano Ronaldo con la maglia del Real Madrid

Terminato il ciclo Mourinho, Florentino Pérez gli fa capire chiaramente che uno tra lui e Benzema doveva lasciare spazio all’acquisto di Gareth Bale, che in quel momento era il più costoso della storia del calcio, il primo a tre cifre, ed essendo il francese da sempre un pallino del presidente dei blancos il prescelto era lui. Gonzalo deve quindi andarsene, e per la prima volta si affaccia al campionato che più di chiunque altro gli cambierà la carriera: la Serie A, più precisamente al Napoli.

I numeri di Higuaín al Madrid non sono di certo negativi, 122 reti e 56 assist in nemmeno 180 gare complessive – considerando i minuti giocati –, eppure arriva a Napoli come se al Real avesse fatto male, come se avesse deluso, come se tutto questo non bastasse.

Qui viene fuori la cattiveria di Gonzalo Higuaín, che possiede nel DNA lo spirito del lottatore. Troppo spesso snobbato da addetti ai lavori e tifosi, ha sempre risposto alle critiche sul campo, da professionista.



La sua esperienza napoletana è emotività allo stato puro. Il coinvolgimento emotivo che gli ha regalato questa piazza probabilmente non è mai stato e non sarà mai eguagliato da nessun’altra. Napoli ama Higuaín e Higuaín ama Napoli. A estremizzare questo concetto arriva un’altra figura emotiva, probabilmente, anche qui, l’allenatore che gli ha dato di più: Maurizio Sarri.

Sotto la guida del tecnico toscano Higuaín segna, segna, segna, segna e segna ancora. Non mancano di certo i suoi caratteristici momenti di debolezza, di fragilità: spicca quello di Udine, quando arrivato ad un livello di stress incontenibile esplode definitivamente, si fa espellere ed esce in lacrime. Ma all’ultima giornata le lacrime per lui sono di gioia perché, contro il Frosinone, realizza tre gol, di cui l’ultimo, il trentaseiesimo stagionale, in rovesciata, e scrive definitivamente il suo nome nella storia del calcio italiano battendo il record di gol in una singola stagione in Serie A, che Nordahl deteneva da più di 60 anni.

Tutti i 36 gol di Gonzalo Higuaín nella stagione 2015/2016

C’è un problema però. La stagione finisce, Higuaín ha disputato la più grande stagione della sua carriera, ha messo a segno un record storico ed è uno degli attaccanti più forti del mondo; ma il Napoli è arrivato secondo, a 9 lunghezze della Juventus. Higuaín ha preso consapevolezza dei suoi mezzi, sa che è nel momento migliore della sua carriera, vuole vincere. Il problema è che la rosa che il Napoli costruisce intorno a lui non basta per battere la Juve, e lui non vuole sacrificare i suoi anni migliori inseguendo un miracolo.

De Laurentiis non accontenta le richieste di Gonzalo, Higuaín passa al nemico. Già, proprio la Juventus, la squadra che nella stagione precedente gli aveva impedito e aveva impedito a tutti i napoletani la gioia del tricolore. Non è una scelta legata al denaro, il Napoli gli offre un rinnovo con un ingaggio più alto di quello che percepirà alla Juve. Viene messo di lato il cuore, entra in campo il professionista e Higuaín si tinge di bianconero. I napoletani non glielo perdoneranno mai, l’amore si è trasformato in odio. Questo è uno dei problemi più grandi di una tifoseria così calorosa, che però non potrà mai negare quanto il Pipita gli abbia dato, e viceversa.



In bianconero conferma la sua grandissima forma segnando a raffica e vincendo Coppa Italia e Scudetto alla prima stagione, sfiora soltanto la Champions League, obiettivo comune con il club torinese. La finale del tracollo juventino è contro il Real Madrid, il primo tempo è equilibrato e termina 1-1, nel secondo tempo – complice probabilmente un intervallo nello spogliatoio avvolto nel mistero – la Juventus non scende in campo, la partita finisce 4-1, sul banco degli imputati ci finisce Gonzalo Higuaín, nonostante a sparire dal campo fosse stata l’intera squadra.

La stagione successiva inizia come era finita, la Juve vince e si avvia alla vittoria dello scudetto, ma a cinque giornate dalla fine avviene qualcosa che nessuno si sarebbe aspettato: il Napoli, che sta disputando la migliore stagione della propria storia, vince lo scontro diretto a Torino con un gol di Koulibaly negli ultimi minuti. Nella giornata seguente la Juventus va a Milano, gioca contro l’Inter. La partita è un vero inferno, il vantaggio e la superiorità numerica per un’entrata scomposta di Vecino non bastano, l’Inter la ribalta, a 5 minuti dalla fine la Juventus è sotto e lo scudetto è più vicino a Napoli che a Torino, poi cambia qualcosa. Spalletti richiama in panchina Icardi per Santon, Allegri inserisce Dybala per Khedira. Questi cambi permettono di riscrivere la storia di questa gara: l’Inter si schiaccia troppo in difesa e Dybala regala prima un gran pallone a Cuadrado che trova un gol fortunoso, poi, al 90′, mette in area un pallone velenosissimo su calcio di punizione che non poteva che finire sulla testa del Pipita, che sigla il 3-2 e porta la Juve ad una vittoria tanto difficile quanto importante.

Inter-Juventus 2-3

Il giorno dopo il Napoli, probabilmente scosso psicologicamente dal risultato della Juve, crolla a Firenze con un clamoroso 3-0. La Juve e Higuaín hanno la strada spianata per lo Scudetto, che arriverà insieme alla Coppa Italia. Ma anche in questa stagione per la Juve dici Champions dici danno, l’alieno CR7 ancora una volta spazza via i bianconeri, le responsabilità ancora una volta cadono più di chiunque su Higuaín.

Tutte le colpe sono di Higuaín, già, non è la prima volta che se lo sente dire. Se la sua carriera con i club è tortuosa, con la Nazionale è un vero e proprio tormento. Brasile 2014, Cile 2015, Stati Uniti 2016: tre finali in tre anni con l’Albiceleste che si rivelano tre sconfitte. L’opinione della collettività è chiara: è colpa sua. In campo si scende in 11 sempre, tranne quando si perde, quando si perde è solo colpa di Higuaín. Immaginate come possa vivere una situazione del genere un giocatore come lui, estremamente emotivo, estremamente fragile.

Parliamoci chiaro, queste gare per cui viene accusato non sono state di certo delle ottime gare per Higuaín, ma è innegabile che non gli si possano addossare tutte le responsabilità come è stato fatto.



Intanto a Torino si è trasferito CR7 e senza mezzi termini la società gli dice che non punta più su di lui, più che un discorso calcistico è un discorso economico, è il più sacrificabile per fare cassa, Gonzalo è spiazzato. In una trattativa tanto veloce quanto – probabilmente – sbagliata la Juventus cede Higuaín al Milan. Milano lo accoglie con entusiasmo, ma il Pipita non ripagherà le speranze dei tifosi e della società, il progetto in cui ha creduto è un progetto destinato a fallire, e ancora una volta se il Milan va male la colpa è sua.

Gonzalo Higuaín con la maglia del Milan

Gonzalo non riesce a gestire più questa situazione, vuole andare via, vuole andare dove può giocare con meno pressioni, a fianco di qualcuno che crede in lui a prescindere da tutto, vuole andare da Sarri, che nel frattempo si è trasferito al Chelsea, perché come cantava Antonello Venditti, certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano.

Al Chelsea si pensa possa riscattare il periodo buio che sta vivendo, ma il campo non la pensa allo stesso modo, 5 gol in Premier League che contribuiscono alla qualificazione in Champions dei blues e poco altro. La stagione è un no secco.

Il Chelsea non ha nemmeno deciso di riscattarlo, probabilmente perché l’unico motivo del legame tra i londinesi e Gonzalo sarebbe da lì a poco venuto meno: Sarri cambia squadra, e come Gonzalo finisce alla corte dello storico nemico, seguendo la filosofia del «si non potes inimicum tuum vincere, habeas eum amicum».

Troppe persone hanno dimenticando la sua storia, la sua grandezza, quello che ha fatto e quello che è in grado di fare. Durante la sua carriera Higuaín è caduto tante volte, ma si è sempre rialzato. Molti credevano fosse finito, che fosse un vulcano definitivamente spento, ma Higuaín, se messo nelle giuste condizioni mentali, può trasformare la sua fragilità in cattiveria, ed esplodere da un momento all’altro.

Vive dei mesi estivi incerti, la Juventus conduce un mercato confusionario, si pensa possa cedere sia lui che Dybala, alla fine restano entrambi e ad oggi sembra la non-scelta migliore che si potesse fare. I due sono infatti risultati decisivi, tra le altre gare, nella partita ad oggi più importante della stagione, contro l’Inter di Antonio Conte, con il ruggito del Pipita che, a distanza di due anni, si alza di nuovo nel cielo di Milano.

Alla Juventus, sotto la guida di Sarri, ha ritrovato la forma e lo stato mentale per tornare ad essere il campione che per anni abbiamo ammirato. Può fare da spalla a Cristiano Ronaldo, come ai tempi di Madrid, può giocare in alta qualità con Dybala, e può farlo con la cattiveria, che forse più della fragilità, lo contraddistingue.



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