Ibrahimović

Il vecchio nuovo Zlatan Ibrahimović

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L’uomo, fin dai primi passi mossi sulla terra, ha sempre avuto bisogno di credere in qualcosa. Lo stupore per la presenza di elementi naturali e di avvenimenti metereologici ad essi correlati, lo ha spinto a credere in qualcosa di più grande, di mistico. Accanto alle scienze convenzionali, di pari passo, seguendo questo sentimento che cammina sul filo della superstizione e della leggenda, si sono sviluppate delle branche analizzate alla stregua di matematica, astronomia o chimica.

In particolare durante il Rinascimento lo studio dei numeri, applicati alla musica e alla letteratura, ha sviluppato un concetto di divinazione numerica condensato nella numerologia. Partendo dal trattato di Pietro Bongo denominato Numerorum Mysteria, la numerologia arriva fino ai nostri giorni incantando gli uomini con i significati esistenziali legati a determinati numeri.



Cosa abbiano in comune i tifosi del Milan, Zlatan Ibrahimović e la numerologia non è così tanto difficile da intuire. La depressione serpeggiante, tra le stanze di Milanello, è un leitmotiv ormai consolidato dall’ultimo scudetto rossonero targato Allegri. In realtà anche nel lontano 2011, i primi segnali di una programmazione miope, fatta di scelte scellerate di mercato e milioni di euro in passivo, bussavano alla porta dell’allora presidente Berlusconi.

Lo svedese abbandona il suo 11, vestito nell’ultima stagione rossonera, indossando il numero 21. Qui entra in gioco la numerologia, infatti, il numero 21 rappresenta in termini esoterici il successo, la sicurezza ed il lieto fine. Se i Maya avevano previsto la fine del globo terracqueo per il 21/12/2012, il significato del 21 di Ibra rappresenta la voglia di rinascita del Milan, quel nuovo inizio che l’interpretazione numerica ma, soprattutto il mondo rossonero, si augura di intraprendere.

Allontanandosi da queste pseudo-scienze, ciò che resta è l’attitudine che il tifoso milanista ha dovuto coltivare nel credere fortemente in un cambiamento in positivo. In questo senso, l’arrivo messianico di Zlatan può rivelarsi determinante oppure l’ennesimo palliativo fagocitato da uno zombie che cammina a vista.

Come viene insegnato a scuola, ogni tesi dev’essere contrastata, quindi di conseguenza sorretta, da una antitesi, che poi porta all’elaborazione della teoria stessa. I più romantici, alla domanda scontata circa la validità del colpo Ibrahimović, risponderebbero che Zlatan può tutto, anche risvegliare il Diavolo. A suffragare lo slancio romantico, tutto Sturm und Drang, dei più fedeli tifosi rossoneri, vi sono elementi tutt’altro che esoterici o da bar sport.

Zlatan Ibrahimović alla soglia dei 39 anni si presenta in una condizione fisica che, al netto dei lavori di adattamento ad una stagione in corso, sembra non essere poi così arrugginita. Gli ultimi 90 minuti dello svedese in MLS, hanno portato in dote un goal ed un assist, confermando una supremacy – per dirla alla Carlo Pellegatti – fisica e tecnica, utile a sopperire una corsa a tratti farraginosa e poco fluida.

Lo stesso Zlatan ha dichiarato nella conferenza stampa di presentazione come è possibile usare l’intelligenza per poter allungare la carriera di un atleta: «Non gioco come quando avevo 28 anni, è impossibile. Ma puoi anche non correre e tirare da 40 metri». Parole spavalde, baldanzose come solo il colosso di Malmö sa utilizzare al momento giusto. Dietro la tracotanza mediatica, si cela però l’intelligenza di un professionista che si rimette in gioco perché consapevole di poterlo fare, non è la parte del bollito quella che vuole interpretare.

Se la pazienza è la virtù dei forti, l’intelligenza è la qualità dei campioni come Zlatan, capaci di mutare per continuare a determinare, prendendo per mano un ambiente che può trarre vantaggio dalla sua intelligenza e dalla sua professionalità.

King Zlatan è il classico esempio di giocatore amato da società e tifosi, niente di meglio in questo momento per il Milan, che grazie a lui può squarciare quel Velo di Maya issatosi tra dirigenza e tifoseria ormai da troppo tempo. Il colpo Ibrahimović non ha soltanto forza mediatica, ma anche e soprattutto potere sull’ambiente rossonero. C’è da scommettere sul fatto che lo svedese rappresenti un esempio in campo per i giovani ed uno stimolo per esperti spronandoli a dare di più.



Ma può Zlatan da solo porre fine ad una crisi calcistica ed economica ormai decennale? Fino a che punto può spingersi la sua tecnica, fino a dove il suo carisma può sopperire ad una struttura societaria carente?

L’antitesi è rappresentata probabilmente dall’età dello stesso Ibra: troppo vecchio, secondo alcuni, per poter fare la differenza in maniera continua e stabile. Potrebbe essere l’ennesimo acquisto appartenente alla categoria dei Beckham e dei Ronaldinho, a sottolineare la mancanza di alternative. Un micro-problema che rimpolpa la matrice originale dei problemi del Diavolo.

Il match contro la Sampdoria ci ha lasciato l’immagine di un Ibrahimovic appesantito ma mai domo. Fa impressione vedere come ancora, dal punto di vista fisico, abbia spadroneggiato nell’area blucerchiata riuscendo a vincere quasi tutti i contrasti aerei e smistando il pallone con sapienza. Un’altra nota interessante è rappresentata dal coinvolgimento tattico dell’intera squadra, devota allo svedese, che ha incessantemente cercato i suoi piedi in stile “butta la palla e prega“.

 Il 4-3-3 di Pioli ha dato subito indicazioni di come giocherà la squadra con un Ibra al meglio della forma: Zlatan nella doppia veste di attaccante rifinitore che torna a prendere il pallone per innescare le mezze ali ed andare a concludere. Forse però è mancato proprio il movimento ad elastico di Ibra a fungere da raccordo, per poter racimolare i primi 3 punti. Ciò che si è visto invece dal 55’ in poi è stato un imbuto trafficato e congestionato, nell’area di rigore avversaria, che si sarebbe evitato con un maggiore movimento a rientrare sulla linea della trequarti. Uno 0-0 indecoroso andato in scena a San Siro, al netto dell’ottima prestazione della squadra di Claudio Ranieri, che indubbiamente lascia l’amaro in bocca, a conferma del fatto che i miracoli sono un mix di tanto lavoro e di fortuna.

Ibrahimović ha sempre giocato in squadre di vertice abituate a vincere, almeno a livello nazionale, dove recitare la parte del leone. Quanto visto nella prima uscita, invece, ci segnala l’immagine di un Ibra in versione Don Chisciotte, preso a ricompattare un gruppo più che a far male all’avversario. Il Milan, dovendo guardarsi in faccia, da un punto di vista tecnico non è più un top club, e come tale si porta dietro una serie di patologie che il solo Ibra non può e non deve risolvere.

Le ragioni della crisi milanista sono diverse. La totale assenza di un settore giovanile florido è lampante. La frenesia del risultato ha risucchiato i pochi gioielli prodotti da Milanello: Cutrone ceduto in Inghilterra, Locatelli bocciato velocemente e mandato a svernare al Sassuolo e il futuro portiere della Nazionale Gigio Donnarumma capro espiatorio di una fase difensiva a dir poco osteoporotica.

Alla mancanza di giovani speranze si aggiunge l’assenza di una linea tecnica ferma, decisa e stabile. L’avvicendamento, post-Allegri, di una costellazione di allenatori, ha fatto perdere identità alla squadra. L’instabilità tecnica, senza progettazione, suffragata da acquisti a discrezione di allenatori a tempo determinato, ha fatto sì che il Milan non raggiungesse nessun tipo di obiettivo degno di nota. I risultati portano introiti, blasone e potere di attrazione su giocatori e sponsor. Senza risultati invece si assiste ad una inesorabile discesa agli inferi.

«Io non accetto di perdere, non lo accetto proprio. L’ho imparato dalla vita. Per me contano la grinta e l’aggressività, la determinazione e la concentrazione sui propri obiettivi. Io ho la missione di vincere.». Ibra lo dichiarava nel giugno 2016, in un’intervista con Walter Weltroni, ma l’attitudine è sempre la stessa non è cambiata neanche quattro anni dopo.

Se sarà medico e medicina per squadra e dirigenza resta sicuramente un interrogativo, il rischio dell’ennesimo flop di mercato e del successivo dissesto economico manageriale è anche dietro l’angolo, ma se per Lorenzo De Medici del doman non v’è certezza, Ibrahimović una certezza ce la dà: «Voi parlate, io gioco».


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