5 maggio

Il 5 maggio ante litteram

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Quando si parla di Lazio contro Inter non si parla soltanto della sfida tra due delle società più importanti del calcio italiano o dell’incontro tra due delle tifoserie legate da uno dei gemellaggi storicamente più influenti nel panorama calcistico nostrano, quando si parla della sfida tra le due compagini, soprattutto in territorio laziale, non vi è appassionato che non rivanghi l’iconica sfida del 5 maggio 2002. Quella partita surreale che assegnò alla Juventus il suo ventiseiesimo Scudetto, probabilmente uno dei più assurdi della sua storia. Tutti i tifosi hanno ancora negli occhi la prestazione da incubo dell’Inter e in particolare di Vratislav Gresko, la più improbabile delle doppiette messe a segno dalla meteora Karel Poborsky, la partita anonima di un anemico Ronaldo e la vendetta dell’ex di lusso, el Cholo Simeone.

Quello storico incontro non rappresenta però un unicum nella storia delle due società, in quanto il dualismo Lazio-Inter affonda le sue radici in un passato che le vide protagoniste anche della stagione 1934/1935, in un match passato ugualmente alla storia del campionato e che trovò ancora una volta nella Juventus la più letale delle attrici non protagoniste.

 

 

Il 2 giugno 1935 si arrivò infatti all’atto conclusivo di un campionato che vedeva appaiate in testa la Juventus di Carlo Bigatto – subentrato allo storico allenatore Carlo Carcano, licenziato per mascherare uno scandalo omosessuale – e l’Ambrosiana Inter di Gyula Feldmann a quota 42 punti. Due partite completamente opposte quelle che le due candidate alla vittoria dovettero affrontare: la Juventus era attesa dalla Fiorentina di Guido Ara, terza forza del campionato e vogliosa di chiudere alla grande una stagione meravigliosa; l’Ambrosiana era invece ospite della Lazio del ceco Walter Alt e della letale coppia d’attacco composta dai bomber Piola – in piena ascesa di quella fantastica carriera che lo porterà ad essere ancora oggi il miglior cannoniere della storia del campionato italiano – e Levratto – uno degli attaccanti più potenti dell’anteguerra, vincitore nel 1922 di un’incredibile Coppa Italia con il piccolo club del Vado.

I biancocelesti, esattamente come nel 2002, non avevano più alcuna ambizione di classifica, per questo motivo tutti i pronostici davano i nerazzurri come favoriti alla conquista del tricolore. Un pronostico apparentemente confermato dopo soli 7 minuti di gioco, quando il risultato allo Stadio Nazionale di Roma – all’epoca rinominato Stadio del Partito Nazionale Fascista – si sbloccò grazie al gol dell’uruguayo Roberto Porta, conducendo in vantaggio l’Ambrosiana. La reazione della Lazio fu, contro tutte le aspettative, veemente e portò nel giro di dieci minuti il punteggio sul 2-1, con le reti di Felice Levratto – mattatore da ex proprio come Simeone nel 2002 – e di Silvio Piola.

All’intervallo lo Scudetto era quindi virtualmente nelle mani della Juventus, al momento in vantaggio di un punto in virtù dello 0-0 di Firenze. Al rientro dallo spogliatoio l’Ambrosiana fallì clamorosamente con Ernesto Mascheroni – campione del mondo nel 1930 con l’Uruguay – un calcio di rigore, buttando all’aria una ghiotta occasione per il pareggio e dando il via al sempre maggiore sconforto per i tifosi ospiti.

Lo sconforto fece spazio all’incubo nei minuti finali dell’incontro, quando prima arrivò la notizia del vantaggio juventino a Firenze targato Giovanni Ferrari, seguito quasi immediatamente dal 3-1 laziale ancora ad opera di Piola. All’Ambrosiana serviva un miracolo, segnare tre gol in meno di dieci minuti per ottenere il tricolore: Meazza riaprì le dispute a due minuti dalla fine, ma neanche un minuto più tardi fu sempre Piola a mettere la pietra tombale sui sogni di gloria nerazzurri, siglando il suo terzo gol nella partita e ventunesimo in campionato, chiudendo l’incontro sul punteggio di 4-2.

La Juventus poté così conquistare il suo quinto Scudetto consecutivo, concludendo il cosiddetto Quinquennio d’oro e una dinastia in grado di vincere tutto in patria; l’Ambrosiana perse invece un titolo che di fatto sembrava già vinto, restando succube di un incubo che tornerà drammaticamente 67 anni dopo.

 

 

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