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Il Bologna che tremare il mondo fa

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Gli anni Trenta non sono soltanto uno degli spartiacque fondamentali per la storia umana, ma anche per la cultura sportiva e calcistica mondiale. Nel decennio in cui si andava delineando una nuova conformazione del mondo e prendevano sempre maggior terreno i regimi dittatoriali totalitaristici, si assisteva infatti ai primi sintomi di modernità nel mondo calcistico. I primi Campionati del Mondo organizzati nel 1930 furono l’evento di principale rilevanza del decennio, ma più in generale si assistette alla conferma e alla nascita di nuovi campioni del gioco, primi attori di un ambiente che stava per spiccare il volo definitivo verso quello status di sport più seguito al mondo, conservato ancora oggi. In Italia ebbero modo di proliferare giocatori e squadre leggendarie, considerate tra le più importanti della storia, in grado di stabilire primati e record che paiono ancora oggi come delle vere e proprie vette impossibili da scalare. Silvio Piola – recordman di ogni epoca per gol segnati in Serie A – e Giuseppe Meazza sono i due prodotti calcistici italiani più puri e limpidi consacratisi negli anni Trenta; tra le squadre invece apparteneva a quelle del nord l’egemonia dei titoli nazionali – la prima squadra non settentrionale ad aggiudicarsi lo Scudetto fu infatti la Roma di Schaffer nel 1942 –, con la Juventus del quinquennio d’oro e l’Ambrosiana Inter a fare da padroni. Tra queste due però vi fu spazio per una vera e propria favola in grado di trasformarsi prima in una grande realtà e poi in una dinastia in piena regola: è la storia del Bologna che tremare il mondo fa.

 

 

L’età d’oro del Bologna inizia a tutti gli effetti nel 1934 quando Renato Dall’Ara – a cui verrà intitolato lo stadio dei felsinei nel 1983 – ottiene dalle mani di Gianni Bonaveri la presidenza dei rossoblù. Gli emiliani avevano al tempo in bacheca già due Scudetti, quelli vinti nel 1925 e nel 1929; sulla panchina Dall’Ara spinse forte per l’arrivo di Arpad Weisz, mentre la squadra poteva già contare su nomi di grandi rilevanza. L’ingaggio di Weisz rappresentò il tassello fondamentale per la creazione di una squadra formidabile: l’ungherese era sempre stato un visionario del calcio, prima sul terreno di gioco e successivamente in panchina. Con l’Ambrosiana Inter aveva conquistato già uno Scudetto, ma soprattutto aveva avuto il merito di aver scoperto e affinato tutto il talento cristallino di Giuseppe Meazza, uno dei giocatori più importanti di sempre del calcio italiano.

Weisz trovò una squadra già ben collaudata nei meccanismi e negli interpreti, grazie soprattutto all’eccellente lavoro ad opera di Hermann Felsner, alla guida del club dal 1920 al 1931. Grandi giocatori come il bustocco Carlo Reguzzoni – attaccante da 145 gol nella massima serie – e Angelo Schiavio – pilastro del Bologna dal 1922 e forse unico giocatore in Italia a poter competere alla pari con Meazza – beneficiarono di una linfa vitale grazie al gioco apportato dall’ungherese. Weisz professava infatti il tipico gioco della scuola danubiana, quello fatto di rapide trame di gioco e frequenti passaggi corti tra i giocatori piuttosto che di lanci lunghi dalla difesa, e traeva ispirazione dalle più grandi scuole di pensiero calcistiche dell’epoca. Se nella sua esperienza di studio del gioco in Uruguay aveva imparato la solidità e la fisicità del Metodo, una volta tornato in Italia – dove aveva giocato proprio per l’Ambrosiana – aveva potuto assimilare anche i concetti di fantasia e letalità offensiva messi in atto dalle due migliori squadre europee dell’epoca, l’Italia di Vittorio Pozzo e il Wunderteam austriaco.

Erano quelli gli anni delle frontiere chiuse ad eccezione degli oriundi sudamericani, i nuovi arrivi quindi si limitarono all’uruguayo Andreolo, proveniente dal Nacional de Montevideo, e al giovane difensore Dino Fiorini, promosso dalle giovanili. La squadra era piena di grandi interpreti, Andreolo era un mediano tutto muscoli e potenza, con il vizio del gol dalla distanza che mascherava agli occhi di Weisz e di Dall’Ara quello non meno importante per il whisky. Il portiere Gianni, detto Gatto magico, era un vero e proprio baluardo che riuscì a mantenere la porta inviolata per i primi 600 minuti del campionato.

Davanti Reguzzoni e gli oriundi Fedullo e Sansone erano semplicemente letali e ricalcavano i perfetti partner per il top player Schiavio. Soprannominato Anzléin, era un centravanti di sfondamento dotato di un cambio di passo imperioso, di un ottimo dribbling stretto e di un tiro poderoso. Faceva della sua versatile intelligenza tattica la sua arma migliore, quella che gli permetteva di reinventarsi in diverse parti del campo e di non limitare il talento dei compagni. Si era da poco laureato campione del mondo con l’Italia, nei quali si era confermato come cannoniere – suo il gol decisivo nella finale contro la Cecoslovacchia – e come unico rivale in patria di Meazza; era insomma l’uomo perfetto per i sogni di gloria di Weisz e del Bologna.

 

 

Nella stagione 1935/1936, dopo i precedenti cinque anni dominati dalla famosa Juventus guidata da Carlo Carcano, il Bologna tornò al successo in territorio nazionale, ottenendo il suo terzo Scudetto – e secondo per Weisz – grazie al netto trionfo per 3-0 sulla Triestina tra le mura amiche dello stadio Littoriale, che permise ai felsinei di lasciare a distanza di un punto la Roma. Il titolo venne replicato anche l’anno seguente, questa volta dopo un’asserragliata lotta con la Lazio di Piola e Busani, autori di 36 dei 56 gol stagionali dei biancocelesti. Il trionfo del Bologna arrivò nonostante le importanti defezioni di Gianni e Schiavio, che lasciarono il club per cercare lavori più remunerativi e stabili. I due vennero rimpiazzati da Ceresoli e Busoni, che si resero protagonisti di un’ottima annata.

Per il Bologna era tempo di conquistare ormai anche uno status internazionale. I petroniani si potevano già fregiare del titolo di prima squadra vittoriosa al di fuori dei confini nazionali, grazie alle vittorie nella Mitropa Cup nel 1932 – vinta a tavolino dopo la squalifica di Juventus e Sparta Praga durante il ritorno della semifinale – e nel 1934, quella dominata grazie ai 10 gol in 8 partite di Carlo Reguzzoni, di cui 3 nella finale dominata per 5-1 contro l’Admira Vienna.

 

 

In occasione dell’Esposizione Universale di Parigi del 1937, l’Associazione Svizzera di Football organizzò la quinta edizione della Coppa dei Vincitori, competizione ad inviti riservata ai vincitori della coppa nazionale. L’Italia poteva già annoverare un successo nella competizione, quello della Roma nel 1934, ma l’edizione del 1937 rappresentava un’occasione unica per dimostrare l’ottimo stato di salute calcistico del Bel Paese. Per la prima volta infatti una squadra inglese partecipò ad una competizione internazionale: si trattava del Chelsea, e poco importava che i blues avessero concluso la stagione precedente al tredicesimo posto, l’occasione per smontare la superbia dei maestri inglesi era troppo ghiotta per essere fallita.

In un torneo agguerrito il Bologna dettò subito legge superando per 4-1 i vicecampioni francesi del Sochaux e per 2-0 i cecoslovacchi dello Slavia Praga. Non meno facile fu il cammino del Chelsea, costretti ad aspettare il sorteggio per superare il Marsiglia e poi ad affrontare la temibile Austria Vienna, battuta per 2-0 nonostante gli austriaci potessero contare sull’apporto del fenomenale Matthias Sindelar. Si arrivò quindi alla finale del 6 giugno 1937 allo stadio Yves-du-Manoid di Colombes – stadio della finale olimpica del 1924 e di quella mondiale del 1938 – con il Bologna pronto a compiere l’impresa. Gli uomini di Weisz, con un ritrovato Schiavio, ci misero poco a soverchiare i pronostici e a dominare gli inglesi, ottenendo un incredibile successo per 4-1 grazie alla tripletta del solito Reguzzoni e al gol di Busoni. Il risultato finale costituì una vera e propria lezione agli altezzosi maestri inglesi e all’Europa intera, che non potè esimersi dall’affermare che quel Bologna faceva letteralmente tremare il mondo.

 

 

La saga del Bologna che si era issato a padrone d’Italia e d’Europa rischiò di terminare bruscamente poco più di un anno più tardi. Gli emiliani, forse ormai appagati dai grandi successi, non andarono oltre uno scialbo quinto posto in campionato, tornato ad essere un argomento del dualismo tra Ambrosiana e Juventus, e finito nella bacheca dei nerazzurri del solito intramontabile Meazza. Era arrivato il 1938, anno dei Mondiali che si sarebbero disputati in Francia e che sarebbero terminati con la seconda vittoria consecutiva dell’Italia; quest’anno rappresenta però per l’Italia uno dei momenti più bui della sua storia. Con la pubblicazione del Manifesto degli scienziati razzisti e la successiva approvazione delle legge razziali voluta dal Duce Benito Mussolini era chiaro che anche l’Italia si era prestata al folle processo messo in atto da Adolf Hitler.

La politica entrò ancor di più nella vita degli italiani, andando ad intossicare fortemente anche lo sport. Già prima della campagna militare in Etiopia alcuni calciatori oriundi, come il formidabile Enrique Guaita della Roma, avevano lasciato la penisola per evitare la chiamata alle armi. Questa volta però la situazione era ben più critica, le persone di origine ebraica persero del tutto i propri diritti umani e, per cercare di sfuggire alla morte, si trovarono costrette a scappare all’estero. Soluzione scelta, seppur a malincuore, anche dalla famiglia Weisz, che si rifugiò in Olanda prima di essere catturata nel 1942 e di trovare tragicamente la morte nel campo di sterminio di Auschwitz.

Nel corso della stagione 1938/1939 ecco quindi che la panchina del Bologna tornò, a partire dalla sesta giornata, nelle mani di Hermann Felsner, non arrestando però la propria striscia di successi. I rossoblu mantennero la propria marcia inarrestabile grazie soprattuto al loro formidabile trio d’attacco. Reguzzoni e Biavati sugli esterni – quest’ultimo additato come l’inventore del doppio passo in Italia – e Testina d’oro Hector Puricelli permisero infatti ai rossoblu di staccare di 4 punti il Torino. Se nell’anno seguente il titolo finì nelle mani dell’Ambrosiana grazie al trionfo per 2-0 a Milano nello scontro diretto dell’ultima giornata, il Bologna che faceva tremare il mondo aveva ancora un’ultima cartuccia da sparare.

Il primo campionato del nuovo decennio iniziò sotto gli spari della Seconda Guerra Mondiale della quale ormai anche l’Italia era entrata a far parte: convinto di poter risolvere il conflitto in tempi rapidi seguendo la strategia della guerra-lampo tedesca, Mussolini non fermò il calcio, promuovendo anzi il regolare svolgimento del campionato per poter dare una distrazione al popolo. Il torneo iniziò di fatto con molti stravolgimenti di fondamentale importanza per gli equilibri delle super potenze calcistiche. La Juve puntò fortemente sull’ala della Triestina Colaussi, mentre l’Ambrosiana giudicò non più necessari i campionissimi Meazza – ceduto al Milan dove ottenne uno scarso successo – e Giovanni Ferrari, che venne invece spedito a Bologna. Il 33enne nativo di Alessandria era la miglior mezzala italiana e probabilmente d’Europa, un vero e proprio innovatore del ruolo di centrocampista, abile di fornire ampia assistenza ad entrambe le fasi di gioco. Considerato da Gianni Brera come il degno successore di Adolfo Baloncieri, al sul arrivo a Bologna Ferrari aveva già vinto da protagonista ben sette Scudetti – cinque con la Juventus di Carlo Carcano e due con l’Ambrosiana – e i Mondiali del 1934 e del 1938.

L’innesto di Ferrari e la sempre maggiore alchimia del trio d’attacco permisero quindi a Felsner di dirigere l’ultima sinfonia del Bologna in grado di sbalordire il mondo. Nell’atipico clima di guerra, nel quale le trasferte erano dei veri e propri sacrifici per ogni squadra, molte squadre effettuarono il passaggio dallo storico Metodo al Sistema, come la Fiorentina che mantenne la vetta fino all’ottavo turno. I 22 gol di Puricelli e i 17 di Reguzzoni diedero però alla lunga il sesto successo della storia dei felsinei, ottenuto il 27 aprile e con 39 punti finali, ovvero il più basso bottino per una squadra vincitrice del campionato.

Finì in questo modo la straordinaria magia del Bologna che tremare il mondo fa, che si trovò costretta a fronteggiare un’anzianità della rosa sempre maggiore e non più in grado di resistere agli assalti pronti ad arrivare dalla Roma nella stagione successiva e poi dall’avvento del Grande Torino. I rossoblu di Weisz prima e di Felsner poi scrissero una pagina indelebile nella storia del calcio cittadino e italiano, immortalando nella leggenda una delle squadre più forti che l’Italia abbia mai ammirato.

 

 

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