Correa

Joaquín Correa, el Tucu alla conquista della Lazio

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Joaquín Correa nasce in Argentina a Juan Bautista Alberdi, città appartenente alla provincia di Tucumán – dalla quale deriva il suo soprannome –. Fin da bambino è appassionato di calcio e, dopo le giovanili trascorse tra River Plate e Estudiantes, arriva l’esordio nel calcio dei grandi, a soli 17 anni, proprio nella squadra di La Plata, subentrando a Duván Zapata, con il quale pochi anni dopo condividerà l’avventura alla Sampdoria.

Un dribbling invidiabile e un gran controllo di palla. Sono queste le principali caratteristiche dell’argentino, grazie alle quali narcisicamente gli capita di peccare di egoismo e perdere qualche pallone di troppo. A queste si aggiunge una buona struttura fisica – 188 centimetri di altezza – che spesso lo aiuta a districarsi tra gli avversari più fisici.

All’Estudiantes mette a segno 5 gol e 5 assist nelle circa 40 gare complessive – considerando il minutaggio –, non un bottino entusiasmante, ma le prestazioni del giocatore mostrano comunque il potenziale del quale il ragazzo è dotato, e bastano per conquistarsi la maglia della Sampdoria, che lo porta in Italia per una cifra che si aggira sugli 8 milioni di euro.

L’avventura doriana dura circa un anno e mezzo a partire dal gennaio del 2015, il giovane argentino si mette subito in mostra, promettendo talento e caparbietà. Nonostante ciò, l’esperienza in maglia blucerchiata non dà i frutti sperati: il primo gol arrivato contro il Carpi ad un anno dal suo arrivo, da lì alla fine del campionato realizzerà altre 2 reti, non mettendo in luce le sue vere caratteristiche, in mezzo un clamoroso errore a porta vuota contro l’Inter che fece parlare di lui ma non nel modo in cui avrebbe voluto. Correa inizia ad avere un periodo turbolento: diverse interviste lasciano trapelare lo sconforto del ragazzo, non sempre consapevole del talento che possiede, è parecchio demoralizzato e ha bisogno di un ambiente che lo tuteli per poter esprimere le sue qualità.

Nell’estate del 2016 il Siviglia vuole dargli una possibilità e lo acquista per completare un reparto d’attacco reduce da molti cambiamenti – uno di questi è quello che porta Immobile alla Lazio –. In Andalusia ritrova fiducia: 15 gol e 10 assist in quasi due stagioni, Sampaoli lo introduce nel 4-1-4-1 – o alternativamente nel 4-3-1-2 – sfruttando le sue doti che si adattavano perfettamente all’idea di gioco del mister, per lo più in verticale.

 

 

A partire dall’estate 2018 il corso della vita dell’argentino sembra stia cambiando: ritrovata quella fiducia sufficiente ad iniziare una nuova avventura, Joaquín è pronto per affrontare la sfida successiva. Infatti, fortemente voluto da Igli Tare, Correa arriva alla Lazio per sostituire Felipe Anderson e viene inserito inizialmente come sostituto di Luis Alberto nel 3-5-2 di Inzaghi.

Nel calcio spesso le opportunità vengono date per caso o per fortuna, ma non sempre si riesce a coglierle al volo. Non è il caso del Tucu, che sfrutta le poche gare a disposizione dategli da un inizio di stagione deludente di Luis Alberto, per l’argentino arrivano infatti 3 gol in sole 13 presenze in campionato, di cui solo una da titolare. Tre gol per altro pesanti, che valgono la vittoria su Udinese e Parma e il pareggio al novantaquattresimo contro il Milan.

Simone Inzaghi inizialmente non lo vedeva con la maglia da titolare, ma dopo questo inizio sprint il vento era cambiato: nel corso della stagione el Tucu si è ritagliato uno spazio nell’11 titolare laziale, giocando al fianco di Luis Alberto.

Le vere notti magiche di Correa si vedono però in Coppa Italia: nella semifinale giocata a San Siro contro il Milan è il protagonista indiscusso della gara e porta la Lazio dritta in finale, nella quale oltretutto segna il gol del 2-0 contro l’Atalanta, incastonando nel suo palmarès il primo trofeo e mandando in estasi il popolo biancoceleste.

Si affaccia alla nuova stagione non più con le aspettative da comprimario ma con quelle da assoluto protagonista, infatti l’argentino si adegua perfettamente al gioco di mister Inzaghi, ama spaziare tra le linee senza dare alcun punto di riferimento e può ricoprire praticamente ogni zona del campo disponibile dietro Immobile.

Ed è questo che si cerca in un calciatore: capacità di adattamento alle necessità della squadra e del mister. Correa è decisamente cambiato in questi anni, il suo percorso professionale e personale lo dimostra. Dal periodo buio con la Sampdoria ad oggi, Joaquín ha conosciuto una nuova versione di se stesso: la mutazione del suo trademark più riconosciuto – il dribbling – mostra come Correa sia maturato insieme alla squadra e al nuovo mister: al Siviglia inizialmente usato come esterno di sinistra nel 4-2-3-1 era l’uomo che doveva inserirsi negli spazi lasciati dagli avversari, ora si ritrova a dover usare il confronto diretto con l’avversario come arma aggiuntiva per dialogare direttamente e più in fretta con i compagni per poter eludere la difesa rivale.

Dopo la notte della semifinale contro il Milan Correa racconta che «All’inizio del campionato, quando le cose non andavano molto bene sia per me che per la squadra, Inzaghi mi ha fatto capire quanto fossi importante e mi ha dato una fiducia che non sempre ho trovato in carriera», a dimostrazione del fatto che per alcuni giocatori c’è bisogno di tempo e fiducia, virtù sempre più difficili da trovare in un calcio che viaggia a ritmi frenetici e ti bolla negativamente dopo le prime gare andate male.

 

 

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