Burruchaga

Burruchaga, el hombre del destino

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La storia dei Mondiali spesso riesce a far emergere storie e figure uniche, come nel 1986, quando l’uomo decisivo della finale della rassegna iridata, Jorge Burruchaga, è caduto nell’anonimato, oscurato forse dal più grande calciatore di sempre.

Quante volte si è sentito di un giocatore decisivo in una finale di Coppa dei Campioni o di un Mondiale svanire nell’ombra non per demeriti propri ma per meriti altrui? Non è successo a “MatrixMaterazzi nel 2006, a Mario Götze nel 2014, persino a Belletti nella finale di Champions del 2006, ma quando si racconta di storie di calcio sudamericano tutto questo è molto più che possibile.

 

 

Jorge Luis Burruchaga, l’uomo che nel corso della sua carriera si è sempre trovato al posto giusto nel momento giusto, ma di cui nessuno parla mai. E pensare che la carriera del Burru non è stata nemmeno così anonima. Una discreta trafila in alcune delle migliori squadre argentine, prima dello sbarco in Europa con l’esperienza nel campionato francese. Eppure qualcosa lo ha sempre bloccato e gli ha sempre impedito di spiccare il volo nel grande calcio.

El Burru inizia la carriera nelle giovanili del River Plate come attaccante, con il mito di Di Stefano e Sivori come tutte le giovani punte argentine, ma viene presto ceduto all’Arsenal de Sarandi, con il quale diventa professionista. Nel 1982 avviene la prima grande svolta, quando passa all’Independiente, dove assieme al Bocha Bochini – pilastro e capitano della squadra per quasi vent’anni – conquista subito un titolo nazionale. Si trasferisce al Nantes nel 1985, sbarcando così in Europa e vince subito l’MVP della Ligue 1, dopo una stagione costellata di 9 gol in 36 presenze, nella quale il Nantes termina secondo per tre punti dietro al PSG. Viene ceduto nel 1992 al Valenciennes, dove viene però coinvolto nello scandalo tra Marsiglia e i biancorossi, che porta alla revoca del titolo all’OM e alla retrocessione dei due club. La squalifica di due anni portò di fatto al ritiro dal calcio giocato del Burru, con la sua carriera che si concluse ufficialmente nel 1998 dopo una breve ritorno all’Independiente.

Una carriera senza infamia e senza lode verrebbe da dire così, senonché Burruchaga fosse uno abituato a colpire e a lasciare il segno nei momenti decisivi.

Un primo assaggio di questa sua incisività si può trovare nella finale della Copa Libertadores del 1984, quando nella partita d’andata in casa del Gremio segna il gol del decisivo 0-1, il quale si rivelerà determinante per la conquista della più importante competizione sudamericana dopo lo 0-0 del ritorno. Questo gol spalancò del tutto le porte del grande calcio al Burru, che si trasferì per l’appunto al Nantes e fu convocato per i Mondiali di Messico 1986.

Questa rassegna iridata è quella rimasta nell’immaginario collettivo per le prodezze di Diego Maradona, del gol del siglo realizzato dal Pibe de Oro, quel barrilete cosmico contro gli inglesi quasi come se fosse una sorta di rivincita per la guerra delle Falkland.

Ma, per una volta, qui si vuole raccontare la storia di Burruchaga, l’uomo che ha messo la firma su quella coppa alzata poi al cielo da Maradona.

Due gol nel corso del torneo, di cui il più importante è sicuramente quello segnato all’Azteca. È il 29 giugno 1986, è una domenica, è la finale del Campionato del Mondo, è Argentina contro Germania, è Maradona contro il mondo intero. Eppure Diego non sembra lui, non riesce ad incidere, i tedeschi lo ingabbiano, hanno visto quello che ha fatto nel turno precedente contro l’Inghilterra e non possono permettersi di farlo respirare. Segnano il Tata Brown e Valdano. 2-0, sembra fatta, Maradona sembra non essere necessario. Poi i brutti e sporchi tedeschi, ma dannatamente efficaci, si svegliano. Rummenigge e Rudi Völler, è 2-2, si va verso i supplementari, e lì sarà finita, perché i verdi ne hanno di più e possono far leva sull’esperienza.

Ma qui come detto si vuole parlare del Burru. E allora Maradona, che come detto è circondato e non può muoversi, decide di lanciare il compagno: passaggio di venti metri in profondità a penetrare nella difesa teutonica verso Jorge. E Burruchaga corre. Corre, corre, una corsa sfinita dalla fatica. Sono le 13:39 a Città del Messico, a 2250 metri sul livello del mare, è l’84º minuto. Ma lui corre, una corsa imperterrita e per certi versi irriverente verso i milioni di argentini che lo stanno implorando di calciare a rete o passare a Valdano smarcato e libero di colpire facilmente. È l’occasione della vita. E appena entrato in area colpisce di mezzo esterno, un tiro non impeccabile ma che supera Schumacher in uscita. Gol! 3-2. Finisce così, l’Argentina dopo 8 anni torna campione del mondo. C’è un però: è il Mondiale di Diego, non del Burru, che, nonostante sia stato l’uomo decisivo di una Copa Libertadores e di un Campionato del Mondo, non riuscirà mai nello spiccare il grande salto. E che, nel perfetto stile di una storia sudamericana, si perderà nell’anonimato, raccogliendo meno di quanto non avesse effettivamente seminato.

 

 

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