Juventus Pirlo

La scommessa di un Genio

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È passato già un mese dalla decisione roboante del cambio sulla panchina della Juventus: via Sarri, dentro Pirlo. Un cambio significativo, un cambio forte e identificativo, quasi un all-in, apoteosi o abisso, anche perché la piazza conta e le aspettative e le pressioni sono innumerevoli.

Via Sarri dopo aver vinto uno scudetto ma reo di non aver stretto un rapporto di massima fiducia e intesa con lo spogliatoio, almeno a quanto ci è stato riferito in queste settimane dagli addetti ai lavori. Probabilmente è stato una questione di incomunicabilità calcistica dopo che la rosa, senza stravolgimenti, è passata da un pensiero e una filosofia di gioco ad un’altra, quest’ultima umanamente imposta ma pur sempre imposta da Sarri.

È stata una convivenza forzata anche tra un Presidente che si è sempre defilato e che probabilmente avrebbe confermato Allegri, esonerato sopratutto dalla voglia di cambiare del duo Paratici-Nedved, e Sarri, a cui il lato aziendale della materia economica e sociale non è mai interessato, al massimo ha avuto a che fare con il lato finanziario.

Un rapporto nato male e conclusosi peggio, e per Pirlo questa non è una buona situazione per iniziare, per partire da zero.



Pirlo non ha alle spalle i successi che a suo tempo ebbe Guardiola con il Barcellona B o l’esperienza di Zidane con il Real Madrid Castilla, Pirlo parte letteralmente da zero, e questo, più di altri, è il punto che ha scatenato i maggiori dibattiti tra giornalisti ma anche tra semplici tifosi.

La figura di Pirlo però, si sa, è sempre stata accompagnata da un destino come allenatore, glielo si leggeva in faccia già ai tempi del Brescia, ai tempi di quel delizioso assist per Roberto Baggio proprio contro la Juventus.

E no, non è l’ennesimo ex giocatore che prova a non abbandonare il calcio e si reinventa allenatore, in questo caso c’è di mezzo il DNA e più precisamente un QI calcistico fuori dal comune. Il Pirlo giocatore è stato fastidiosamente elitario in questo.

Con il Milan prima e con la Juventus poi, passando anche per le partite con la Nazionale, Pirlo è sempre stato la mente della squadra, il demiurgo da cui tutto si crea e a cui tutto torna. È stato la materializzazione della filosofia del calcio di Ancelotti. È stato il lato razionale e tecnico che serviva a far funzionare su un campo di calcio l’impeto e la foga di Conte nei tre anni alla Juventus.

Rientra nella categoria dei luminari, dei geni, e come tale ha sempre parlato poco perché gli bastavano poche parole per essere capito. I suoi movimenti e la sua corsa in mezzo al campo avvolti da quella solitudine figlia dell’essere l’eccellenza in mezzo a tanti mediocri. La velocità di pensiero e di scelta esaltata, perché mentre il suo avversario pensava di andare da un punto A ad un punto B, lui era già al punto F.

È stato un campione, ha vinto tanto, ha perso anche in alcune occasioni, ma ciò che ha sempre caratterizzato e reso unico Pirlo nella sua carriera è stata la capacità di saper stare in disparte da una storia che non per forza doveva appartenergli e riuscire ad entrarci, da protagonista, al momento giusto.



Anche questa volta si trova in questa situazione, per ora protetto da una scelta che vede ritornare il Presidente Agnelli protagonista assoluto della sua squadra dopo aver lasciato, forse con un po’ di superficialità, a Paratici e Nedved decisioni ancora troppo pesanti per loro.

Prescindendo dal lato umano, la figura di Pirlo, come allenatore alla sua prima esperienza su una panchina, si presta anche a ipotesi, pensieri e talvolta idee fantastiche sull’impostazione tattica e la sua idea di gioco.

L’ex centrocampista di Milan e Juventus ha affermato, durante la conferenza stampa di presentazione, di non avere dei moduli preferiti rispetto ad altri ma la cosa fondamentale deve essere l’approccio dei giocatori, la loro «voglia di attaccare e la gioia di riconquistare il pallone».

Come è giusto che sia, Pirlo, non avendo mai allenato, proverà a capire qual è il modo migliore per far rendere al massimo il capitale umano messo a disposizione dalla dirigenza.

Nell’ottica di giocatori in continuo movimento pronti a trattare la palla e a recuperarla, la scelta di puntare sul giovane texano Weston McKennie va in quella dimensione, vista anche la duttilità del nazionale statunitense di poter ricoprire tutti i ruoli del centrocampo.

Il tempo per darsi da fare, per recuperare e per dare forma alle idee è quasi finito, la stagione sta per cominciare e, nonostante riecheggi sempre più forte l’idea di Suárez, la Juventus di Pirlo è ancora orfana del suo “numero 9” titolare.

Non che una squadra si costruisca sulla punta centrale, soprattutto quando hai Dybala e Cristiano Ronaldo in rosa, ma uno dei problemi degli ultimi anni della Vecchia Signora è stato proprio quello di non andare a puntare l’area avversaria vanificando anche i tanti cross provenienti dalle fasce. Senza una minaccia concreta in area, per le squadre avversarie diventa anche “più facile” potersi preoccupare di Ronaldo e Dybala, dato che un altro problema della Juve dell’ultimo biennio è stato lo scarso apporto offensivo proveniente dalla linea di centrocampo apparsa troppo statica e sterile, e l’acquisto del giovane Kulusevski va nella direzione di una maggiore intesa e un maggior sostegno tra centrocampo e attacco.

La Juventus di Pirlo per il primo anno non sarà la favorita per la vittoria del campionato, o comunque non lo sarà come lo è stata negli anni precedenti, e dopo l’ennesima eliminazione prematura in Champions League sembra anche non essere attrezzata per una campagna europea da protagonista.

Pirlo è chiamato ad un compito difficilissimo e ad interpretare nel migliore dei modi un ruolo senza avere alcuna esperienza passata.

Dalla sua c’è proprio l’essere il nuovo che avanza, l’avere una rosa che, nonostante tutto, è di primissima fascia in Italia, la fiducia del presidente e della dirigenza, un ambiente che conosce benissimo e uno spogliatoio che, partendo dai suoi senatori, gli ha mostrato rispetto e ammirazione dal primo giorno.



La storia ci insegna anche che non tutti i grandissimi giocatori si sono rivelati grandi allenatori, proprio perché nella maggior parte dei casi viaggiavano con la testa più velocemente rispetto ai propri calciatori.

È questa la paura più reale: pensare al di sopra ti rende incomprensibile e quando il tuo ruolo è trasmettere qualcosa a qualcuno, far capire qualcosa ad un gruppo, esporre le proprie idee ad altri uomini non ci possono essere incomprensioni, altrimenti i risultati non arrivano.

Il campionato è alle porte, l’Inter proverà l’assalto allo Scudetto, l’Atalanta, la Lazio, il Napoli, il Milan e la Roma sono pronte a darsi battaglia per i posti riservati alla Champions League, mentre la Juve per la nona difesa consecutiva del titolo si gioca la più grande scommessa dell’anno, provando a ripartire con un progetto più giovane e con tanta voglia di fare bene.

Il decimo scudetto consecutivo per entrare subito nella storia e trovarsi il paradiso dietro l’angolo, nessun titolo e trovarsi in un vortice di critiche e polemiche che non ti saranno risparmiate nemmeno se proverai a far valere la tua carriera da giocatore.

In mezzo una stagione di transizione, un purgatorio in cui le voci si amplificheranno, i giornali urleranno ad ogni successo e ad ogni sconfitta, me se iniziano a far baccano gli altri non servirà nemmeno aprire bocca.

Ci sarà bisogno di pensare, di agire e capire come far girare il tutto in attesa che esca il Genio ammirato sul campo per anni.

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