La final del siglo

La final del siglo

Calcio Sudamericano Le Sfide Slider

Ci sono partite che si distinguono dalle altre per l’importanza storica delle quali godono, che ne racchiude decenni passati di sfide leggendarie, di vittorie impressionanti e di sconfitte cocenti, di celebrazioni dei vincitori e di sconforto dei vinti. Quando la rivalità si racchiude in un’unica condivisa città allora si entra nella sfera dei derby, partite in grado di fermare la città intera per una settimana prima dei fatidici 90 minuti e di sgomberare da ogni altro pensiero, che non sia il calcio, le menti dei giocatori e dei tifosi coinvolti.

 

 

È quando il derby si disputa in una finale di coppa che però si entra di diritto nella leggenda e nell’immortalità, a maggior ragione se ci si gioca un titolo continentale. È accaduto recentemente in Europa, con le due finali di Champions League disputate in tre anni da Real e Atlético Madrid, con le merengues a trionfare in entrambi i casi. Ciò che è successo in Sudamerica nell’edizione 2018 della Copa Libertadores non è però neanche lontanamente paragonabile ai citati derby di Madrid. La doppia finale tra Boca Juniors e River Plate, giustamente sin da subito ribattezzata come la final del siglo, è stata e sarà unica nella storia della competizione e del calcio sudamericano; non una semplice partita di calcio, bensì una vera e propria apocalisse calcistica.

Perché si è trattata di una partita unica e di un evento senza precedenti? Innanzitutto, è stata la prima finale nella storia della Copa Libertadores a presentare un derby tra due squadre della stessa città. Se si aggiunge che le due squadre in questione sono probabilmente le due più rappresentative del fútbol sudamericano si ottiene una scenografia perfetta. Incarnava per entrambe le squadre un’occasione unica di giocare uno smacco epocale al rivale: nell’ultima finale disputata “andata e ritorno” della storia della Copa – scelta che fa parte del processo di europeizzazione del calcio del subcontinente – per il Boca si presentava l’occasione di vincere la séptima Libertadores della sua storia, in modo da raggiungere così il record dell’Independiente. Il River poteva dalla sua parte mettere le mani sulla quarta Copa della sua storia, la seconda della favolosa gestione Gallardo dopo quella del 2015. Per i Millonarios rappresentava soprattutto l’opportunità della redenzione totale nel confronto dei rivali, una vittoria da cogliere ad ogni costo per risollevare l’onore del club dall’onta dell’ignobile retrocessione del 2011, quella che ha di fatto proclamato il Boca come l’unica squadra ad aver sempre disputato la Primera División argentina.

 

 

Domenica 11 novembre va in scena alla Bombonera, nella storica casa del Boca, l’andata della finale. Partita caratterizzata da un clima ovviamente infuocato e da un’attesa snervante accentuata soprattutto dal diluvio di proporzioni bibliche abbattutosi su Buenos Aires il giorno precedente, che aveva di fatto causato il rinvio del match di 24 ore.

Padrone di casa il Boca di Guillermo Barros Schelotto, che si presenta con 4-3-3 animato in attacco dalle incursioni di Pavón, Villa e Abila, supportati da un centrocampo muscolarmente eccelso composto da Nández, Barrios e il capitano Pérez. Un centrocampo costretto a svolgere il duplice compito di supportare la manovra offensiva e di dare al tempo stesso solidità alla traballante difesa xeneize, in mano a Jara e Olaza sulle fasce e Magallán e Izquierdoz al centro. Il River di Marcelo Gallardo propone invece un 3-4-1-2 con meno individualità tecniche ma con certamente maggior spirito di squadra e solidità tattica. La difesa della porta affidata al portierone Franco Armani e alla linea difensiva Montiel, Maidana, Martinez Quarta, Pinola e Casco sugli esterni, con Enzo Pérez e Palacios a sostegno del Pity Martínez, letteralmente il fantasista della squadra, libero di agire intorno a Santos Borré e Pratto. Assenze importanti per ambo le parti: partono solo dalla panchina Benedetto, Tévez e Zárate per i bosteros, mentre il bomber delle gallinas Ignacio Scocco non viene nemmeno convocato.

Al calcio d’inizio la Bombonera è ovviamente una bolgia, con la mitica Doce che inizia subito a spingere il Boca verso quella che sarebbe la vittoria più epocale della propria storia. Le due squadre si studiano ma le prime occasioni capitano al River: la punizione del Pity Martínez viene egregiamente parata da Rossi e sul conseguente angolo Martínez Quarta si divora il vantaggio. L’armonico 3-4-1-2 dei rojiblancos sembra mettere in netta difficoltà i padroni di casa, che intorno alla mezzora perdono anche Pavón per infortunio. Al suo posto el Mellizo Schelotto decide di giocarsi la carta Benedetto, carta che si rivela determinante per interrompere la monotonia del match. Con Benedetto sul terreno di gioco, Wanchope Abila non è più costretto ad agire da prima punta solitaria e può gravitare a supporto del Pipa. Proprio l’ex-attaccante del Cruzeiro cambia la partita: prima impegna Armani alla parata, salvo poi colpire sulla respinta con un tiro di sinistro di rara potenza. La Bombonera e la Doce esplodono.

Il vantaggio dura però poco più di un minuto: el Cammelo Pratto, ex-attaccante del Genoa, si invola verso la porta subito sugli sviluppi del calcio d’inizio grazie ad un filtrante fantastico del Pity e infila Rossi con un diagonale rasoterra. Neanche il tempo di metabolizzare il primo storico gol nella finale del secolo che per il Boca è già tutto da rifare. Le scorribande offensive degli xeneizes danno i loro frutti in chiusura di primo tempo, quando sulla punizione battuta a centrocampo da Villa la palla viene deviata in rete di testa dal Pipa Benedetto. Nuova esplosione della Bombonera, nuovo vantaggio Boca, nuovo tassello messo da Benedetto verso lo status di totale idolo del popolo bostero.

Le due squadre rientrano negli spogliatoi con il match indirizzato verso i binari gialloblu, situazione che si conferma anche al rientro in campo, quando le flebili incursioni offensive del River vengono spente sul nascere. Gli sforzi dei rojiblancos si intensificano: Casco si fa vedere con un siluro da distanza siderale che va poco lontano dall’incrocio dei pali, mentre il pareggio arriva poco dopo sugli sviluppi di una punizione dalla trequarti. È il difensore Izquierdoz che, nel tentativo di anticipare il solito opportunista Pratto, colpisce di testa e manda incredibilmente la palla all’angolino. Al sessantunesimo il punteggio viene messo ancora una volta in parità.

El Mellizo Schelotto decide finalmente di giocarsi la carta Tévez e l’attaccante ex Juventus prova a dare subito la scossa, con un tiro dal limite che sorvola di poco la porta presidiata da Armani. Le emozioni sono destinate a perdurare e hanno per protagonisti i due attaccanti del Boca: Tévez se ne va in grande stile ai difensori avversari e serve appena dentro l’area un pallone invitante a Benedetto. È il novantesimo ed evidentemente le gambe possono tremare anche ad un uomo abituato a non soffrire la pressione come el Pipa, che colpisce troppo flebilmente e centralmente il pallone, facilitando il compito ad Armani, che si rende in ogni caso autore di una grandissima parata che vale come un gol. Il Superclásico d’andata della Bombonera si conclude sul 2-2. Il River esce soddisfatto dalla casa dei rivali, consapevole di potersi giocare le proprie carte tra le mura amiche e rumorose del Monumental; mentre gli xeneizes non possono che recriminare su un risultato che sarebbe potuto sicuramente essere più vantaggioso, ma che gli condanna a dover cercare una vera e propria impresa titanica in territorio nemico.

 

 

A questo punto succede però quello che tutti paventavano e che almeno una buona parte di appassionati si aspettava: l’arrivo della tanto temuta apocalisse calcistica. Il prefetto argentino, temendo scontri tra le tifoserie, aveva vietato le trasferte ai tifosi già ben prima del match della Bombonera. La soluzione non poteva però esimere da spiacevoli inconvenienti. Nel pre-partita dell’atto conclusivo del Monumental, mentre il Boca si stava recando allo stadio, il fattaccio che rischia di rovinare l’evento, con i tifosi del River che assalgono senza alcuna ragione il pullman azul y oro. Diversi feriti tra i giocatori bosteros che, ovviamente, si rifiutano di giocare ed esigono il rinvio del match, giustamente concesso dalla Conmebol. A neanche un’ora e mezza dalla partita più importante della storia argentina ecco che la finale del secolo si è trasformata nella finale della vergogna. Una vergogna che ha mostrato ancora una volta al mondo pregi e difetti dell’animo porteño, quella mania di vivere in calcio in maniera viscerale e passionale all’inverosimile, ma che può anche facilmente sfociare nella follia e nella criminalità. Dopo alcuni rinvii e ipotesi paventate di vittoria a tavolino appannaggio del Boca, ecco che la Conmebol conferma che la finale si giocherà. Ovviamente non più al Monumental, nonostante le proteste del River, ma incredibilmente neanche in Sud America, bensì in uno dei teatri più iconici e famosi del calcio europeo e mondiale, il Santiago Bernabéu di Madrid. Una scelta largamente contestata alla federazione, rea di aver messo in atto un teatrino per favorire ancora una volta l’europeizzazione del calcio latino-americano, snaturando così ancor di più la natura di una competizione con radici solide fin dagli Anni Sessanta, messa alla mercé degli europei e ironicamente battezzata Copa Conquistadores.

 

 

Nel salotto forse più illustre del calcio europeo è finalmente l’ora della resa dei conti per i due poli tra di loro più in antitesi del calcio sudamericano, nella serata del 9 dicembre il Santiago Bernabéu è adibito a Colosseo dello scontro tra i centurioni più formidabili del fútbol argentino, nella partita conclusiva dell’edizione più pazza della storia recente della Copa Libertadores. Gallardo, conscio delle difficoltà riscontrate dai suoi nella partita d’andata, opta per dei cambiamenti, proponendo un 4-4-2 che si può facilmente snocciolare in un 4-1-4-1, con Armani confermato in porta, Montiel e Casco sugli esterni e Maidana e Pinola al centro; Palacios agisce e fornisce copertura davanti alla difesa, mentre Enzo Pérez, Nacho Fernandez e il capitano Ponzio offrono fisicità al talentuoso Martínez; Pratto è l’incontrovertibile padrone dell’attacco. Pochi ma fondamentali cambiamenti invece per il Boca di Schelotto, che conferma il 4-3-3 con il ritrovato titolare Andrada tra i pali, Buffarini ed Olaza ad agire da terzini, con Magallán e Izquierdoz in mezzo alla difesa; solito centrocampo tutto muscoli e grinta formato da Barrios, Nández e Pablo Pérez; in attacco agiscono il convalescente Pavón e Villa sugli esterni, a supporto di un finalmente titolare Darío Benedetto.

Al Bernabéu partono meglio gli xeneizes: il River soffre maledettamente le sgroppate sulla fascia di Olaza e Buffarini, oltre alla fisicità e alla prepotenza del centrocampo rivale. Intorno al decimo minuto il Boca va vicino per ben due volte al vantaggio, prima con un quasi autogol di Maidana e poi con una flebile semi-rovesciata da distanza ravvicinata di Pablo Pérez. È sempre il capitano boquense a sfiorare la rete, con un diagonale deviato che per non poco viene deviato in rete da Nández. La partita è comprensibilmente tesissima, il River si affaccia timidamente in avanti ma preferisce non sporgersi per evitare ribaltamenti di fronte; nulla possono fare però gli uomini di Gallardo in chiusura di primo tempo quando, con la solita garra che lo contraddistingue, Nández recupera palla e lancia dalla sua metà campo un filtrante rasoterra per Benedetto. El Pipa la controlla quasi miracolosamente, salta con uno scavetto “alla Holly e Benji” Maidana e si invola verso la porta, freddando Armani. È il gol del vantaggio azul y oro e dell’esplosione del pubblico, almeno sulla carta, in trasferta; è il gol che porta all’iconica esultanza della linguaccia ai danni di Montiel da parte di Benedetto; è soprattutto il gol del Pipa, l’uomo che ha saputo soffrire nel corso della sua vita e della sua carriera prima di coronare il sogno della sua infanzia, quello di vestire la mitica maglia del Boca.

Al rientro dall’intervallo cambia tutto, il River mostra un’altra faccia. Si fa finalmente vedere dalle parti di Andrada con un tiro di prima intenzione tanto bello quanto sfortunato di Ignacio Fernandez. Questo è l’episodio che stappa finalmente i Millonarios dal timore reverenziale di scoprirsi troppo offensivamente. In aiuto della banda di Gallardo interviene anche un alleato alquanto improbabile: al sessantaduesimo minuto Schelotto sostituisce inspiegabilmente Darío Benedetto per fare spazio ad Abila, togliendo di fatto il riferimento centrale di tutte le avanzate bosteros. È totalmente un’altra partita, probabilmente el Mellizo e i suoi ragazzi si spaventano una volta intravista la meta, il River inizia a prendere campo e a schiacciare i rivali. Al sessantasettesimo una bella imbucata di Palacios per Fernandez libera il movimento centroarea di Lucas Pratto che, esattamente come all’andata, fa 1-1. Questa volta ad esplodere è l’hinchada rojiblanca e al Bernabéu è tutto ancora una volta meravigliosamente da scrivere.

La paura e l’ansia si fanno sempre maggiore spazio tra i 22 in campo e gli oltre 80.000 spettatori del Bernabéu, soprattutto al triplice fischio finale dell’arbitro Cunha che decreta i tempi supplementari. In avvio dei 30 minuti aggiuntivi cambia subito il match, quando Wílmar Barrios rimedia il secondo cartellino giallo per un’intervento duro ai danni di Palacios. Il giovane centrocampista colombiano lascia il Boca in 10 e in totale balia degli avversari, che ovviamente intensificano gli sforzi alla ricerca del gol capace di scolpire i loro nomi nella storia. In un palcoscenico così importante è inevitabile che la scena venga rubata da un vero e proprio artista del fútbol sudamericano, uno di quei giocatori con i crismi del campione ma mai realmente in grado di esplodere definitivamente, ma capaci di eleggersi ad eroi anche per poche serate. Al minuto 108 Juan Fernando Quintero, il cui potenziale si era intravisto anche in Italia con la maglia del Pescara, riceve palla al limite dell’area da Mayada e fa partire un sinistro che, impetuoso come una pennellata di van Gogh, colpisce la traversa e si insacca in rete, inchiodando il Boca Juniors e indirizzando la Libertadores verso il quartiere di Belgrano.

Arrendersi non è una parola contemplata nel dizionario argentino, soprattutto quando si parla di fútbol, la resa non è qualcosa che appartiene al calcio sudamericano. E il Boca riprende a spingere, spinge continuamente, prova a proporre confuse azioni d’attacco, manda in campo anche l’Apache Carlos Tévez, ma il pareggio sembra proprio non voler arrivare. A pochi secondi dal termine uno sfinito Nández riesce a portare palla nella metà campo del River nonostante i crampi e fa partire un cross che giunge sui piedi di Leonardo Jara. La girata frettolosamente tentata dal difensore cileno viene deviata e scheggia il palo. Tutto il Bernabéu trattiene contemporaneamente il fiato, il Boca è andato a 15 incredibili, interminabili secondi dall’assurdo pareggio. Calcio d’angolo, sale anche il portiere Andrada, Pavón batte troppo su Armani che respinge. Al limite dell’area è appostato Quintero, è lui l’uomo della finale, si libera con un fantastico tacco volante e lancia per il Pity Martínez, l’uomo più importante della squadra, che corre. Corre inesorabile el Pity, nella sua ultima partita con i Millonarios prima del trasferimento in MLS all’Atlanta, corre e non si volta a guardare indietro, corre e deposita nella porta sguarnita del Boca il gol definitivo 3-1, il gol che chiude la finale più pazza della storia della Copa Libertadores.

È il trionfo del River, che vince la quarta Libertadores della sua storia e la seconda nel giro di quattro edizioni, sicuramente la più importante messa nella bacheca rojiblanca. È il trionfo delle gallinas sugli odiati rivali bosteros, una vittoria che può finalmente lavare l’onta della retrocessione e che sarà destinato a perdurare in eterno, senza possibilità di una totale rivincita. È il trionfo del Muñeco Gallardo, un allenatore spesso troppo sottovalutato ma sicuramente tra i migliori al mondo, più che un semplice allenatore un vero e proprio condottiero per il quale i suoi giocatori sono pronti a lasciare qualunque cosa sul campo. È l’atto conclusivo della final del siglo, l’evento più importante della storia del calcio sudamericano.

 

 

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