Brasile-Belgio

È finito lo splendore del calcio brasiliano

Calcio contemporaneo Stagione 2018/2019

I recenti fallimenti del Brasile ai Mondiali in Russia e in precedenza a quelli di casa, uniti anche alle due pessime eliminazioni nelle ultime due edizioni della Copa America sembrano aver affossato anche le ultime speranze di un ritorno alle grandi squadre degli Anni Novanta e dei primi Duemila.

Ma questo non significa lo scarso tasso tecnico attuale dei Verdeoro, anzi quella di adesso è probabilmente una delle Seleçao più equilibrate di sempre. Per la prima volta nella sua storia il Brasile può infatti schierare un reparto difensivo molto solido, unito a un centrocampo di grande contenimento, con giocatori dello spessore di Casemiro e Fernandinho a fare un eccellente lavoro di filtro tra la difesa capitanata da Thiago Silva e l’attacco. L’attacco è di certo il grande punto interrogativo di questo Brasile: i grandi campioni come Neymar, Coutinho e Douglas Costa (certamente meno tecnici rispetto agli attaccanti di qualche decennio fa ma non meno importanti) sono spesso discontinui ed isolati, limitandosi nella maggior parte delle volte a giocate confusionarie o solitarie, spesso utili solo ai fini dello spettacolo.

Una delle ragioni del fallimento dell’attuale Seleçao si trova sicuramente nella mancanza di esperienza dei giocatori a certi palcoscenici, con ragazzi non in grado di sopportare la pressione e le aspettative di un paese che storicamente vive per il calcio.

Paradossalmente però la ragione principale di questa inadeguatezza é data dalla troppa compattezza e dall’eccessivo equilibrio della rosa. Se si pensa infatti ai principali successi del Brasile nelle rassegne intercontinentali si troveranno grandi squilibri nelle formazioni. Nel 1958 e nel 1962 la squadra si basava solo sulle prodezze di Pelé e Garrincha, col solo Zagallo ad effettuare giocate di spessore a centrocampo, giocate meno “fisiche” rispetto a quelle di Casemiro ma nettamente più tecniche.
Nel 1970 e nel 1982 si raggiunse poi l’apice dei Verdeoro, con formazioni che presentavano al loro interno addirittura più di un numero Dieci: Pelé, Gerson, Jairzinho, Rivelino e Tostão nel ‘70; Falcão, Zico, Cerezo e Sócrates nell’82. Queste squadre sono state tra le migliori della storia brasiliana, nonostante ci fosse un abisso tra difesa e attacco.
A differenza del 1994, unica edizione dei Mondiali vinta ma non dominata dal Brasile, il tasso tecnico è stato elevatissimo anche nella rassegna del 2002, con una parata di stelle quali Ronaldo, Ronaldinho, Rivaldo, Adriano e Kaká, finita col netto predominio brasiliano sulle altre nazionali.

 

 

Ed è probabilmente in questa differenza tra i vari reparti che si è sempre racchiusa la vera forza del Brasile: la capacità di saper soffrire in fase difensiva, ma la bravura nel saper e nel poter colpire in qualunque momento, grazie ai tantissimi fenomeni offensivi, con un gioco che sin dalle origini è sempre stato volto all’imprevedibilità e allo spettacolo piuttosto che alla sostanza.

Il grande equilibrio del Brasile di oggi è infatti un concetto nuovo nella storia del calcio del paese sudamericano, che si trova quindi costretto ad abituarsi e familiarizzarsi con questo tipo di calcio e che, seppur probabilmente potrà vincere molti altri titoli, farà probabilmente sì che non si torni più a quello splendore del calcio verdeoro nato sulla spiaggia e nelle favelas e ammirato dai bambini di tutto il mondo.

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