Start FC

La partita della morte

Importanti Partite storiche Storia del calcio

Il 19 settembre 1941 le armate tedesche entrano a Kiev, per il popolo ucraino inizia un incubo che durerà oltre due anni, l’occupazione nazista in Ucraina verrà ricordata come una delle più sanguinose e disumane della Seconda Guerra Mondiale: non vi era infatti una semplice limitazione di libertà e diritti, ai soldati tedeschi era stato inculcato che gli ucraini fossero una razza inferiore, e come tale verranno trattati.

Mentre tutto questo sopprimeva sempre più la popolazione, avviene un incontro casuale che, in un certo qual modo, scriverà la storia di Kiev. Iosif Kordik, un collaborazionista dei nazisti, e Nikolai Trusevich, portiere della Dinamo Kiev prima dell’occupazione, sono i due protagonisti di questo incontro. Il primo, fanatico di calcio, dirige il panificio cittadino, e non ci pensa due volte ad aiutare Trusevich assumendolo, propone inoltre di riformare la squadra di calcio e, tramite i contatti del portiere, riescono ad arrivare a diversi ex giocatori della Dinamo.

 

 

Passato l’inverno, la popolazione sempre più denutrita e demotivata non riusciva più a sostentare lo sviluppo della città, è per questo motivo che i tedeschi decisero di concedere alcune forme di benessere, tra queste vi è il calcio.

Kordik, riuscito a formare una squadra aggiungendo ai ragazzi del panificio ex giocatori della Lokomotiv Kiev, decise di farli partecipare al campionato che da lì a poco si sarebbe svolto. Tranne i ragazzi di Kordik, le squadre partecipanti rappresentavano le forze di occupazione e i loro alleati, vi erano infatti due squadre formate rispettivamente da soldati rumeni e ungheresi, due tedesche, una composta da soldati semplici e l’altra, la Flakelf, dai migliori atleti e ufficiali nazisti; e infine una squadra di collaborazionisti ucraini.

Nikolai Trusevich, Mikhail Sviridovskiy, Nikolai Korotkikh, Aleksey Klimenko, Fedir Tyutchev, Mikhail Putistin, Ivan Kuzmenko, Makar Goncharenko, Pavel Komarov, Vladimir Balakin, Vasiliy Sukharev e Mikhail Melnik. È questa la rosa dei prigionieri, sono questi i ragazzi della Start.

 

 

Il 7 giugno, nella prima partita, la Start dovrà affrontare i collaborazionisti del Ruch. L’intera squadra è composta da gente sfinita dal lavoro e dalla fame, non hanno i mezzi minimi necessari per giocare, non sono allenati, ma sono dei professionisti: spazzano via il Ruch con un sonoro e umiliante 7-2, che non passa inosservato, nè dal popolo, che vede nella Start un motivo di riscatto nazionale, nè tantomeno dagli avversari, che chiesero ai tedeschi di squalificarli, ma grazie alla mediazione di Kordik si optò per un cambio di locus, le partite dello Start infatti non verranno più disputate allo Stadio della Repubblica ma in uno stadio decisamente più piccolo e periferico, lo Zenit, con l’intento di destare meno attenzione.

La Start, nel nuovo stadio, non si fa intimorire e batte prima gli ungheresi per 6-2 e poi i rumeni per 11-0. Lo scopo di rendere meno conosciute le gesta della squadra non funziona, le partite sono comunque molto seguite, le voci girano ancora di più: è iniziato il mito della Start.

Gli ucraini aiutano come possono la squadra nel giorno delle partite, portando loro cibo e indumenti, Trusevich riesce a rimediare anche delle divise da calcio rosse, e saranno pure invernali e di lana pesante, ma indossarle rendeva loro sempre più un simbolo della resistenza ucraina.

I nazisti determinano che la vincitrice del campionato si decidesse in una partita tra la Start e la temuta Flakelf, è però quasi lapalissiano dire chi vincerà, i ragazzi in maglia rossa si impongono per 5-1. I tedeschi sono umiliati e infuriati, non possono accettare una sconfitta, non loro, non contro una squadra formata da uomini che reputavano di razza inferiore, ci sarà un’altra partita, una partita di rivincita, e si giocherà il 9 agosto.

Dal fronte vengono richiamati i migliori atleti nazisti, non esiste altro risultato al di fuori della vittoria, anzi, dovranno essere umiliati, la razza superiore dovrà imporsi su quella inferiore, e una volta per tutte il mito della Start dovrà sparire.

 

 

Arriva il giorno del grande evento, la partita che doveva essere ricordata come quella dell’imposizione nazista, ma che per ovvi motivi passerà alla storia come “La partita della morte”.

Il tifo era tutto dalla loro parte, c’erano diversi ufficiali e soldati nazisti, ma la maggior parte dello stadio era occupato dalla gente di Kiev, che sapeva bene di quanto sostegno avesse bisogno la Start per quella partita.

I tedeschi mettono fin da subito in chiaro la situazione: l’arbitro, ufficiale SS, fa visita ai giocatori della Start, chiede di portare rispetto in campo e di fare il saluto nazista prima della partita. Gli eroi di Kiev si guardano in faccia, sanno benissimo a cosa stanno andando incontro, sanno benissimo cosa succederà, ma sanno benissimo anche che daranno del filo da torcere ai nazisti e che non si sottometteranno al nemico.

All’«Heil Hitler» dei tedeschi gli ucraini rispondono con «Fitzcult Hurà!», letteralmente «Viva la cultura fisica», saluto classico dello sport sovietico.

Inizia la partita, la Start viene bersaglia di colpi ed entrate dure, l’arbitro, naturalmente, finge di non vedere. Al decimo minuto Trusevich blocca un pallone rasoterra, l’attaccante tedesco in corsa, invece di evitarlo, lo colpisce con un calcio violento all’altezza della fronte, stordendolo. La Start non ha cambi per il portiere, Trusevich deve restare in campo, e, al primo tiro in porta, subisce gol.

La reazione della Start non tarda ad arrivare, se non potevano competere fisicamente, avrebbero combattuto con l’orgoglio, Kuzmenko calcia una punizione potente da trenta metri e sorpende il portiere, 1-1. Poi ci pensa Goncharenko con una doppietta, il primo tempo si chiude sul 3-1 per i ragazzi in maglia rossa.

Nell’intervallo la Start riceve un’altra visita da un altro ufficiale tedesco, che dice molto chiaramente che i tedeschi non possono perdere la partita, ma loro, i prigionieri, possono perdere tutto, persino la vita.

Probabilmente influenzata da quanto successo negli spogliatoi, rientrata in campo, la Start subisce in poco tempo due gol, la partita è sul pareggio.

A quel punto, però, gli occhi dei calciatori si incrociano con quelli dei tifosi, occhi che avevano visto la soppressione, l’umiliazione e il disprezzo da parte dei nazisti, gli occhi di chi fa la fame, gli occhi di chi soffre.

È in quel momento che si risveglia l’orgoglio della Start, perchè non contavano più come singoli calciatori, quella squadra rappresentava la resistenza, e doveva vendicare il loro popolo per quanto stesse avvenendo da quasi un anno.

La Start segna, due volte. 5-3. Ma l’umiliazione per i tedeschi non è finita, Klimenko a pochi minuti dalla fine salta tutta la difesa del Flakelf, compreso il portiere, ma invece di segnare decise di girarsi e calciare il pallone verso il centro del campo, uno sfregio che i nazisti non avrebbero potuto accettare. La partita finisce, la squadra viene portata in trionfo dai propri tifosi. La gioia, però, è solo una momentanea illusione, i ragazzi della Start sapevano di aver firmato la loro condanna a morte.

 

 

Solo in 3 riuscirono a sopravvivere: Fedir Tjutcev, Mikhail Sviridovskij e Makar Goncharenko.

Nikolai Korotkikh fu il primo ad essere arrestato, torturato e fucilato, anche gli altri giocatori subirono le torture della Gestapo, prima di essere deportati nel campo di concentramento di Syrec. Il 24 febbraio 1943 in tre persero la vita a Syrec: Kuzmenko, Klimenko e Trusevich; vennero disposti in fila insieme ad altri prigionieri e fucilati. Nikolai Trusevich, il portiere-eroe della Start, poco prima che i soldati sparassero, si girò e con le ultime forze che gli eran rimaste in corpo urlò: «Krasny sport ne umriot!», «Lo sport rosso non morirà mai!».