Croazia 2018

La solitudine dei numeri due

Storia del calcio

Nel calcio e nello sport in generale molto spesso si abusa dell’espressione “abbiamo dato tutto, non possiamo avere rimpianti”. Purtroppo questa é una legge che viene sempre smentita, in quanto nella storia rimangono solo i vincenti, e di coloro che ci sono andati molto vicini ce se ne ricorda solo con un grande alone di malinconia.

Ve ne sono esempi lampanti in tutti gli sport, partendo dal basket con “The mailman” Karl Malone, arrivando fino all’Italia di pallavolo alle Olimpiadi, passando alla Formula 1 coi ferraristi Eddie Irvine e Felipe Massa.

Forse ci ricorderemo tra qualche anno della grande Croazia del 2018, nazione nata da meno di trent’anni già andata così vicino a scucire il titolo mondiale dalla maglia della Germania e a rovinare il sogno della seconda stella francese, prima di soccombere dopo una partita piena di sacrificio ma anche di sfortuna.

Ci ricorderemo di Modric, il piccolo Mozart, quel genio del calcio biondo capace di prendersi il Real Madrid nell’era Cristiano Ronaldo e formando una spina dorsale a centrocampo tutta potenza e fantasia con Casemiro. Luka, simbolo e capitano della piccola e debole Croazia, da tutti considerata come eterna incompiuta, dopo i fallimenti europei del 2012 e del 2016 e quelli mondiali del 2014, capace di risollevarsi e di fare fuori vecchi campioni mondiali come Inghilterra e Argentina ed europei come la Danimarca. Arrivati a un passo dal sogno, fermatisi proprio sul più bello, destinati ad una felicità amara, che non sarà mai dimenticata da chi porta questo gioco nel cuore, ma purtroppo dai libri di storia sì.

Ce ne ricorderemo, come ci ricordiamo della grandissima Olanda degli Anni Settanta, il Calcio Totale di Rinus Michels, l’omaggio metaforico ad Arancia Meccanica di Stanley Kubrick, quel gioco tanto bello quanto efficace, capace di suonare sinfonie per due Mondiali consecutivi, prima di capitolare sotto i colpi dei dannatamente efficaci tedeschi prima e del dittatoriale regime argentino poi.

Va bene, ci ricordiamo di Johan Cruijff, il Genio con la G maiuscola, ma quanti si ricordano di Johan Neeskens, fenomeno degli Orange al pari di Cruijff, primo marcatore della finale del 1974? Giocatore dalla classe e dalla tecnica innata, con ben poco da invidiare al ben più conosciuto compagno prima nell’Ajax e poi in Nazionale, rimasto però nell’anonimato ai più, causa un sogno solo sfiorato ma mai raggiunto.

Stessa sorte toccata alla grande Ungheria del 1954, l’Aranycsapat – la squadra d’oro, composta solo da grandi campioni formati da un calcio tra i migliori dei primi decenni del secolo, capace di sfiorare il titolo mondiale nel 1938 e di ottenere quello olimpico nel 1952. Puskás, Kocsis, Hidegkuti, giocatori nati in un sistema perfetto che ha insegnato calcio in tutto il mondo al pari dei primi maestri inglesi.

Calciatori formidabili, per certi versi invincibili, resi famosi dalla lezione ai maestri inglesi a Wembley nel 1953 (3-6 per i magiari). Ai Mondiali dell’anno successivo inarrestabili, umiliati i tedeschi ai gironi, distrutti i campioni in carica dell’Uruguay di Schiaffino e Varela. Ma anche loro fermatisi ad un passo dalla gloria, sconfitta contro la Germania in una partita contestata per accuse di doping nei confronti dei tedeschi. Ma i fatti parlano chiaro: 3-2 e Germania campione del mondo, nell’albo d’oro dei vincitori, Ungheria battuta e condannata ad un futuro fatto solo di nostalgia e amarezza.

Si arriva poi a casi in cui la solitudine dei vinti non è solo simbolica. È la storia di Moacir Barbosa, portiere del Brasile del 1950 e del grande Vasco da Gama. Considerato il portiere migliore della sua epoca, era stato decisivo per la conquista di numerosi campionati carioca e della Coppa dei Campioni Sudamericani del 1948 con un rigore parato nella finale col River Plate, sua grande dote. Eppure nella finalissima dei Mondiali del ‘50 un suo errore sul secondo gol uruguagio di Alcides Ghiggia lo ha condannato per l’eternità. Infatti ancora decenni dopo il Maracanazo si narra che i nonni lo indicassero con sdegno ai nipoti additandolo come il responsabile per quella sconfitta. La sorte ha riservato a Barbosa una vita solitaria e “in carcere” per i successivi anni della vita, infatti affermò “In Brasile il massimo per una pena é trent’anni, io ne sto scontando quaranta per un crimine che non ho commesso”.

È questo il caso più drammatico di coloro che hanno solo sfiorato il sogno ma non sono mai riusciti ad accarezzarlo, tutti uniti nella solitudine dei numeri due.