Totti

La tradizione dei numeri nel mondo del calcio

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Nel mondo degli sport di squadra è usanza comune quella di ritirare i numeri di maglia appartenuti a figure particolarmente iconiche, cifre associabili al sol pensiero a beniamini delle tifoserie che per anni, talvolta per una carriera, hanno portato sulla propria schiena quel carattere che quasi si fonde col proprio nome. La pratica è arrivata in Italia solo nel 1997, con il Milan che ha inaugurato la tradizione ritirando la maglia numero 6 di Franco Baresi, e si è poi consolidata in quasi tutti i club del nostro paese, come l’Inter, il cui numero 4 manterrà in eterno come proprietario Javier Zanetti, o più recentemente come Cagliari e Fiorentina, che hanno messo da parte il 13 in memoria di Davide Astori, scomparso pochi mesi addietro.

Esistono però numeri che per le squadre di calcio, ma ancor di più per i propri supporters, hanno un destino differente seppur la stessa gloria: maglie pesanti, indossate e rese storiche da vari campioni in diverse epoche, che dunque non possono essere ritirate proprio perché destinate a portare avanti una tradizione, un eterno passaggio di consegne atto ad investire un calciatore di una enorme responsabilità. In Italia e nel mondo sono moltissime le società che scelgono di tenere ancora a disposizione queste casacche, che talvolta portano bene avanti la propria memoria e talvolta si rivelano di grossi flop. Una serie di esempi chiariranno meglio il concetto.

 

 

Parlando di Juventus, si fa largo negli ultimi anni tra le simpatie dei tifosi il numero 21, indossato da Zidane, Pirlo e Dybala, sebbene tra i bianconeri si nutra una riverenza, quasi un culto, verso il numero 10, che ha campeggiato sulle spalle di giocatori del calibro di Baggio, Platini e Del Piero e che ora figura sulla maglietta proprio della Joya. Dopo il ritiro di Del Piero circolarono voci sul ritiro della maglia, poi smentito dalla successiva assegnazione a Tevez, Pogba e la stessa Joya, e su cui pare si sia espresso negativamente nei confronti della società proprio Pinturicchio, che ha più volte dichiarato di aver suggerito nel 2012 ai dirigenti bianconeri di tenere la 10 a disposizione delle generazioni future. Episodio simile è accaduto a Livorno, quando Igor Protti ha insistito con la proprietà della squadra amaranto per la reintroduzione dal ritiro della sua maglia numero 10.

Numero 10 che si sa, riveste un’importanza particolare in generale per quanto riguarda il mondo del calcio: importanza talvolta lesiva, che si tramuta in pressione. Proprio a questo proposito si registrano un paio di episodi storici in cui il classico numero da fantasista è stato relegato dalle spalle dei giocatori più importanti della rosa. Basti pensare a quando, nel 1996 Carlos Bianchi spinse per assegnare a Totti il numero 17, convinto che gli avrebbe portato bene, o quando nel 2006 Wenger scelse come suo numero 10 il difensore Gallas, con l’intento di allentare le aspettative su chiunque avrebbe portato quella doppia cifra con sé dopo il suo precedente proprietario ai Gunners, Dennis Bergkamp. A proposito della Roma, una casacca tornata a rivestire negli ultimi anni una certa importanza all’interno della memoria dei tifosi è quella che porta dietro il numero 6, precedentemente detenuto da Aldair e più recentemente assegnata a Strootman.

Altra maglia generalmente simbolica è la 7, che tuttavia per molte tifoserie rappresenta un autentico feticcio: in Italia assume una particolare rilevanza nel Milan, squadra che ne ha visto come titolare gente del calibro di Donadoni, Pato e Shevchenko e che negli ultimi anni non ha avuto la stessa fortuna, pensando al paragone con gli ultimi numeri 7 rossoneri, tra cui Menez e Kalinic. Grossa tradizione attorno al 7 ce l’ha anche il Real Madrid, che ha visto legato a questo numero calciatori del calibro di Raul e Cristiano Ronaldo, il quale proprio a causa del primo è stato costretto a giocare con la 9 al suo arrivo al Bernabeu, e che è stato protagonista anche di un altro top club europeo con il suo 7: il Manchester United, che prima di lui ha visto come detentore della propria settima casacca Beckham, ma soprattutto George Best. Da menzionare anche il Liverpool, con una grossa tradizione di numeri 7, tra cui Luis Suarez e McManaman.

 

 

E dei numeri 9 che dire? Generalmente è il numero dei cannonieri, dei bomber che imprimono il proprio nome nella memoria a suon di gol. Come ha fatto nella Fiorentina Gabriel Omar Batistuta, unico vero 9 ricordato dai tifosi viola, che si rende dunque naturale metro di paragone di chiunque sia designato a quella cifra, ma anche come ha fatto nell’Inter Ronaldo, il fenomeno brasiliano che ha portato avanti una florida sequela di numeri nove portata avanti oggi da Mauro Icardi.

Gli esempi di Livorno e Fiorentina dimostrano che la tradizione di campioni non è solo pertinenza dei top club, ma che ogni compagine conservi la propria storia fatta di grandi gesta e grandi uomini: nel Bologna è ancora vivo infatti il fardello del numero 8, precedentemente indossato da Giacomo Bulgarelli. In generale, tuttavia, il culto per il numero di maglia denota ancora un certo senso di appartenenza da parte dell’ambiente calcistico ad una certa tradizione andata perdendosi negli ultimi vent’anni, che dimostra che contrariamente a quanto spesso si afferma, il calcio odierno non è viziato esclusivamente dal circolo di denaro, ma è ancora pregno di valori e memoria.