Lukaku Inter

Il ritorno di Big Rom

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Romelu Lukaku è di nuovo un giocatore dell’Inter. La Milano nerazzurra ha di nuovo il suo Re. Questo è, in estrema sintesi, lo scenario con cui si è addormentata la tifoseria della Beneamata la sera del 28 giugno, scenario che ne ha riacceso l’entusiasmo e la consapevolezza. I tifosi dell’Inter si sa, sono fra i più cinici e pragmatici del nostro calcio: la maglia viene prima di qualsiasi cosa, e il modo in cui Lukaku sa indossarla è magnetico. Ad una grande fetta della tifoseria sono bastate poche parole e l’annuncio delle visite mediche per perdonare il figliol prodigo e accoglierlo in pompa magna la mattina del suo arrivo a Milano.

Fa sorridere il comunicato della Curva Nord in cui si chiedeva ai tifosi di astenersi da tali forme d’affetto e stima, come d’altro canto, da forme di contestazione. Romelu avrebbe dovuto ricevere indifferenza nelle intenzioni della tifoseria organizzata, prontamente smentite da centinaia di cuori nerazzurri.

Difficile in effetti dare loro torto: Lukaku non è certo una figura che lascia indifferenti. Nella sua prima esperienza nerazzurra il belga ha collezionato 64 goal e 16 assist in 95 presenze, medie da capogiro che ben rappresentano l’impatto devastante di Big Rom nel nostro campionato. Non è possibile ricordare con indifferenza le incontrastabili progressioni palla al piede, il dominante metodo con cui difende la palla, l’intelligenza tattica, la centralità nella manovra e le tante altre belle cose che hanno permesso a Lukaku di ergersi ad autentico simbolo e trascinatore dello Scudetto 2020/2021, la cui importanza storica è manifestata dalle undici stagioni che separano questo successo dal precedente.




Quando Lukaku improvvisamente, orfano di Antonio Conte, lascia l’Inter e Simone Inzaghi alla volta del Chelsea, la sensazione che pervade gli animi nerazzurri è quella dell’abbandono e vagamente quella del tradimento, dal gusto più amaro rispetto a quella che suscitò la fuga di Mourinho dal Bernabéu immediatamente successiva al Triplete. Le modalità con cui il belga sembra aver totalmente dimenticato dichiarazioni d’amore, vittorie, sintonia e proclami sono da restare increduli. Da un giorno all’altro quello che sembrava il primo e il più determinato dei tifosi nerazzurri è su tutte le pagine sportive vestito in blues, mentre afferma il suo eterno legame con la squadra londinese. La sensazione di essere stati colpiti alle spalle è comprensibile.

Il vuoto che Lukaku lascia a Milano non è però solo nei cuori dei suoi tifosi, ma è un buco tecnico-tattico che a pochi giorni dall’inizio del campionato sembra incolmabile. A conti fatti, se si paragonano la stagione di Lukaku e quella dell’Inter, a uscirne maggiormente rimaneggiato da questa prematura separazione è proprio il centravanti. La sua esperienza al Chelsea è ostacolata da problemi fisici e positività al COVID, ma non solo. Romelu è infatti in certe occasioni ectoplasmatico in campo e quando finalmente riceve la palla, il più delle volte sbaglia incredibilmente le occasioni presentatesi. Non sembra affatto a suo agio come credeva in questi colori, né tantomeno nello scacchiere ideato da Tuchel, lungi dall’essere tessuto su misura per lui, come Conte lo aveva abituato. La sua centralità nel gioco del tecnico tedesco non è in linea con le sue aspettative, né le sue prestazioni e la difficilmente prevedibile mancanza di cattiveria sotto porta, possono essere in linea con quelle di ambiente e società.

L’Inter dal canto suo porta a casa una Coppa Italia e una Supercoppa italiana, raggiunge i quarti di Champions dopo più di un decennio e arriva seconda in campionato. Ed è proprio quest’ultimo dato a rappresentare quanto l’Inter abbia sofferto quell’abisso lasciato dal belga lì davanti. La squadra milanese non è certo priva di senatori e gente in grado di prendere il posto di Lukaku sul piano emotivo: Milan Škriniar, Marcelo Brozović, Lautaro Martínez e Nicolò Barella si spartiscono quanto lasciato dal belga nel cuore dei tifosi, ma non è sufficiente a mantenere lo scudetto ad Appiano e gran parte delle responsabilità sono di Lukaku, o meglio del suo addio.

L’Inter si è dimostrata per un tratto della stagione ampiamente al di sopra delle avversarie, tanto che fra le sliding door del Derby di ritorno, si sarebbe potuta ritrovare a più dieci dalle inseguitrici. Tuttavia da quella doppietta di Giroud qualcosa si rompe nel reparto offensivo nerazzurro, non più in grado di reggere il confronto con il resto della squadra.

Che l’attacco nerazzurro fosse complessivamente il punto debole dell’undici titolare è stato chiaro fin da subito, si può poi discutere se sia stato il resto della squadra incapace di sopperire fino in fondo a questa lacuna. Fatto sta che Lautaro mantiene i livelli di decisività e prolificità abituali, con delle amnesie troppo lunghe per portare la propria squadra al successo finale. Le prestazioni negative e gli errori sotto porta del Toro non passano più in secondo piano come nella stagione precedente, perché al posto del suo compagno d’attacco, con cui formava una coppia formidabile, c’è Edin Džeko, che se all’inizio della stagione, come gli arcadi alle Termopili, faceva la sua parte, nel girone di ritorno, comprensibilmente svuotato delle energie, e testardamente mai emarginato da Inzaghi, diviene una zavorra per la manovra nerazzurra, dimostrando poca lucidità e una totale incapacità nell’anticipare il difendente avversario, causando numerosi contropiedi potenzialmente letali ad ogni partita. Forse con Lukaku le cose sarebbero andate diversamente.

I destini dell’Inter e di Big Rom si rincrociano nel periodo natalizio, in un’intervista concessa a Marco Barzaghi per Sky Sport – che a sua volta complica tantissimo la vita in blues di Lukaku – in cui l’ex attaccante dello United getta le prime basi per il suo ritorno in nerazzurro, che all’epoca appare impossibile visti i 113 milioni di euro spesi dal Chelsea per portarlo in Premier – acquisto più costoso nella storia del Chelsea e decimo acquisto più costoso nella storia del calcio. Eppure, pochi mesi dopo, eccolo alla finestra del palazzo del Coni circondato da tifosi nerazzurri.

Aspettando di capire come l’Inter intenda realmente cambiare volto alla sua difesa e la fine della telenovela Dybala, il mercato dei nerazzurri è stato fra i più rapidi e mirati di sempre, con arrivi commisurati alle esigenze della squadra, e partenze degli esuberi. In questo contesto Lukaku non è la ciliegina, ma l’intera torta. Il suo ritorno permette all’Inter di ricostituire la “LuLa”, e dona a Inzaghi uno dei migliori interpreti del 3-5-2 vistisi in Italia negli ultimi anni. L’ipotesi è che la squadra finisca per “ricontecizzarsi”, spingendo Inzaghi a riesumare certe dinamiche di gioco più verticali e dirette, vista l’alternativa in più rappresentata dalla presenza del belga, abituato in Italia a giocare di spalle a svariati metri dall’aria di rigore, difendendo la palla in modi quasi inimmaginabili per molti dei centravanti delle migliori squadre del nostro campionato.

L’unica incognita è rappresentata dal rendimento dell’ultima avventura inglese, ma senza azzardarsi in previsioni da astrologia, sembrano esserci le condizioni perché Lukaku vada incontro ad un’annata molto più simile a quelle vissute nella sua prima esperienza nerazzurra, che a quella della passata stagione.

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