Manchester City Guardiola

Fonte immagine: Thomas Rodenbücher, via Wikimedia Commons | CC BY 2.0 Generic

L’utopia realizzabile da Pep Guardiola

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Negli scorsi giorni Pep Guardiola ha dichiarato che pensare alla vittoria di un “quadruple” – Premier League, FA Cup, League Cup e soprattutto Champions League, cosa mai riuscita a nessuno in passato – da parte del Manchester City sia pura utopia, non si sa se per togliere pressione ai suoi giocatori o ammortizzare l’atterraggio nel caso di cadute, quel che si sa è che la squadra del tecnico catalano le carte in regola per provare a compiere questa impresa sembra averle tutte.



Sebbene sia possibile che l’allenatore spagnolo firmerebbe per portarsi a casa anche solo la massima competizione europea, è altresì lecito pensare che a campionato ormai praticamente acquisito, provare a dare il massimo in quelle restanti tre partite nazionali, cioè la semifinale di FA Cup, la finale di League Cup e l’eventuale finale di FA Cup, che a quel punto metterebbero il City ad un passo dalla leggenda, non sia uno sforzo così proibitivo.

A dire il vero la stagione degli sky blues non è neppure iniziata nel migliore dei modi, nonostante si sia aperta con un convincente 3 a 1 su un campo difficile come il Molineux di Wolverhampton. In seguito, infatti, se si tralascia la vittoria di misura contro l’Arsenal, il City è incappato in numerose delusioni, fermato sul pareggio sia dal West Ham che dal Leeds e subendo prima di tutto ciò un 5 a 2 casalingo per mano del Leicester, ad ora il più terrificante dei risultati stagionali.

Il ciclo negativo del Manchester City è proseguito, anche se intervallato da qualche vittoria e da un ottimo cammino europeo, con i deludenti pareggi contro Liverpool e Manchester United, resi pallidi soprattutto dalla lentezza del giro palla e dalla compassatezza del ritmo, aspetti negativi solitamente estranei dal vocabolario di Guardiola. La sconfitta contro il Tottenham ha inoltre evidenziato i limiti del possesso palla dei citizens, mai incisivi e facilmente puniti in contropiede.

Questo periodo tragico dal punto di vista sportivo si chiude con l’autogol di Rúben Dias che condanna il City all’ennesimo pareggio inaspettato, contro il West Bromwich Albion.

Sebbene sia difficile spiegare come una squadra che ci ha sempre abituato a un calcio spettacolare, offensivo e se vogliamo unico nel suo genere non sia riuscita a esprimere le sue potenzialità fino a dicembre, una soluzione all’enigma può essere fornita da un’analisi contestuale e da un’indagine generale sulla condizione delle big europee in quel periodo.

Innanzitutto non si può sottovalutare l’impatto che la sosta forzata, a marzo dell’anno scorso, ha avuto sui vari campionati europei, e non tanto nel momento in cui questi riprendono quest’estate, ma a causa dell’effetto imprevedibile che un evento del genere ha scatenato, rendendo i risultati delle partite di questa stagione più incerti, come ad esempio il 7 a 2 subito dal Liverpool al Villa Park e appunto la disfatta del City contro Vardy e compagnia, anche a causa dell’assenza del pubblico, fattore che non può certo essere ignorato, a maggior ragione in Gran Bretagna.

Anche se non abbiamo la pretesa di azzardare teorie sui motivi che hanno reso questi fattori maggiormente penosi per le big rispetto alle altre squadre, è evidente che vi sia un comune denominatore fra le stagioni delle squadre più accreditate di Inghilterra, Spagna, Germania, Francia e Italia.

Sicuramente uno degli aspetti determinanti di questa falsa partenza collettiva, deriva dall’aver giocato le coppe europee ad agosto, con tutte le implicazioni fisiche, mentali e morali che ciò può comportare.

Paris Saint-Germain e Inter sono dovute riscendere in campo prima ancora di somatizzare le rispettive sconfitte europee. L’inizio shock dei parigini è indiscutibilmente da attribuire all’ecatombe di positivi che ha vessato il club fra agosto e settembre, ma non può non essere evidenziata l’evidente difficoltà di Tuchel nel superare mentalmente la notte di Lisbona.

L’Inter, dal canto suo, dopo la rimonta in casa contro il Torino non si è più fermata, nonostante un inizio di stagione che aveva lasciato presagire per il peggio; e ancora Barcellona e Real Madrid, per lungo tempo fuorvianti rappresentazioni fasulle del loro reale potenziale, espresso soprattutto nell’ultimo periodo, che può però non essere sufficiente per rimediare all’altalenante percorso iniziale, date le ben più spedite marce dell’Atlético. Persino il Bayern Monaco, autentica macchina da guerra, è caduto a Sinzheim per 4 a 1 contro l’Hoffenheim a inizio campionato.



A determinare queste difficoltà è stata anche la ravvicinatissima frequenza con il quale le big europee sono state costrette a giocare le coppe continentali. Non a caso la corsa del Manchester City in Premier parte dallo 0 a 1 di Southampton del 19 dicembre 2020 – la settimana successiva all’ultima gara dei gironi di Champions –, a cui seguiranno tredici successi consecutivi, contro avversari fra cui Everton, Chelsea, Tottenham, Arsenal, West Ham, Aston Villa e Liverpool, sconfitto addirittura per 4 a 1 ad Anfield. Filotto spezzato solo dalla sconfitta casalinga nel derby di Manchester, ma ripartito subito con tre vittorie consecutive, che al momento consentono ai citizens di mantenere quattordici punti di vantaggio sui cugini, che hanno però una partita in meno.

Il City ha inoltre raggiunto la finale di Carabao Cup per la quarta volta consecutiva, battendo fra le altre l’Arsenal e il Manchester United, entrambe dopo partite senza storia, e la semifinale di FA Cup, dove però finora l’avversario più competitivo si è rivelato l’Everton di Carlo Ancelotti, sconfitto per 2 a 0 ai quarti.

Il cammino europeo è stato invece praticamente perfetto, anche se favorito da un sorteggio piuttosto morbido, che ha permesso al City di superare agevolmente un girone composto da Porto, Olympiakos e Marsiglia, per poi passeggiare sul povero Borussia Mönchengladbach agli ottavi, battendo i tedeschi entrambe le volte per 2 a 0.

Tuttavia, questo cammino meraviglioso appena descritto non è sufficiente per dare per scontato che questo sia finalmente l’anno in cui il Manchester City di Guardiola riesca a raggiungere le semifinali di Champions, e dunque a eliminare il Borussia Dortmund ai quarti. Non è infatti certo la prima volta che la squadra del tecnico spagnolo ci regala questi numeri impressionanti.

L’anno scorso i risultati disumani del Liverpool hanno impedito ai citizens di puntare alla conquista della Premier, ma si sono comunque portati a casa la Coppa di Lega. Con l’eliminazione prematura dei reds, il Manchester City era comunque una delle favorite per vincere finalmente l’agognato trofeo continentale, eppure è stato sufficiente il Lione di García per infrangere i sogni di un incredulo Guardiola.

Ancora più surreale quanto accaduto l’anno prima, quando il City vinse in patria tutte le competizioni disponibili, ma si infranse sul Tottenham di Pochettino in Europa, dopo una doppia sfida sconsigliata ai cuori deboli.

Mentre nell’annata 2017/18, Guardiola bruciò qualsiasi record esistente in Inghilterra, raggiungendo persino quota 100 punti in campionato e vincendo la Coppa di Lega, ma anche in questo caso fu proprio una squadra inglese, una di quelle che in patria subiva passivamente l’allora incontrastato dominio del Manchester City, a estrometterli dalla competizione: il Liverpool.



Questo breve ripasso della storia recente del club è indicativo di come quello europeo sia sempre stato per gli sky blues un problema che trascende le potenzialità del club, da anni incalcolabili, forse in certe occasioni ancora più che in questa stagione. Se questo non può che essere motivo di scongiuri a Manchester, è tuttavia doveroso precisare che ogni stagione fa ovviamente storia a sé e la sicurezza e la determinazione che si evince da questo City forse non le avevamo mai viste.

Ciò che rende questa squadra così speciale è ovviamente la complessità delle sue trame di gioco. È difficile scegliere quale sia la migliore squadra d’Europa, anche perché nel calcio non si può azzardare una tale considerazione con pretesa di oggettività, ma ci si può senz’altro sbilanciare nel sostenere come il calcio proposto quest’anno da Guardiola sia unico al mondo. Sia chiaro, non necessariamente il più efficace, ma sicuramente il più spettacolare, quantomeno per gli amanti della tattica. Questo perché anche quando il Manchester City appare sotto ritmo o non riesce a costruire numerose palle gol, come accaduto proprio nell’ultima gara contro l’Everton, i livelli di superiorità che riesce a toccare nel corso della partita sono a tratti imbarazzanti, imponendo senza possibilità di contradditorio il proprio palleggio.

Ciò è reso possibile a cominciare da Ederson, il portiere, che se scalzasse Allison in nazionale non gli ruberebbe nulla, e se vogliamo anche da Zack Steffen, il suo vice, la cui decisività nelle coppe nazionali non è da sottovalutare, specie se si considera come un errore come quello di Rúnarsson dell’Arsenal sia costato ai gunners l’eliminazione dalla Coppa di Lega, proprio contro il City.

Guardiola ha poi finalmente trovato la sua coppia di centrali prediletta, risolvendo uno dei rompicapo più atavici della sua gestione inglese. L’arrivo di Rúben Dias ha alzato la qualità di tutto il sistema difensivo, dato che il portoghese non solo è dotato di un fisico e di un anticipo poderoso, ma è anche abilissimo nello scappare all’indietro in campo aperto, permettendo così alla squadra di attaccare, rischiando scientemente di difendere uno contro uno. Accanto a lui gioca ormai in pianta stabile John Stones, che si è persino riscoperto goleador e che sembra garantire al momento più certezze rispetto a Aymeric Laporte, che comunque quando chiamato in causa non lo fa certo rimpiangere, senza dubbio entrambi più affidabili sia di Eric García che di Nathan Aké.

La difesa è completata da quel trattore instancabile di Kyle Walker e da quello che da molti è considerato come la chiave del gioco del Manchester City di Pep Guardiola: João Cancelo. Il portoghese, grazie alle sue qualità, non solo garantisce un’efficiente trasformazione in mezzala nel corso del match, come ormai da anni è richiesto a tutti i terzini della squadra, compresi Mendy e Zinchenko, ma assume addirittura una posizione da trequartista, che permette una maggiore presenza numerica al limite dell’aria avversaria, oltre che più qualità nello smistamento e nell’inserimento, rispetto a quella che un centrocampista di copertura potrebbe fornire in questa situazione.

I tempi di gioco sono invece gestiti da Rodri, o in alternativa da Fernandinho, entrambi registi se vogliamo atipici, dotati di grande fisicità e soprattutto di un gran tiro. Ai loro lati agiscono giocatori fenomenali come Kevin De Bruyne e İlkay Gündoğan.

Il belga ovviamente garantisce una qualità offensiva rara per chi occupa quella posizione di campo, oltre che variazioni sul tema neanche troppo rare, come cambi campo o imbucate in profondità, e diciamo che spendere altre parole sulle sue qualità sarebbe superfluo. Gündoğan ha invece “approfittato” degli infortuni e in generale della precaria condizione degli attaccanti puri di questo gruppo, per dare via a una sorta di seconda giovinezza tattica e realizzativa. Sebbene non venga mai schierato ufficialmente da falso nueve, il tedesco è spesso il finalizzatore dei lunghi e ossessivi fraseggi dei compagni, a cui ovviamente non manca mai di partecipare in fase di costruzione. Le sue capacità balistiche e da rigorista gli hanno finora garantito un bottino di ben 12 gol.

Ovviamente, però, a rubare maggiormente l’occhio nel 4-3-3 dell’allenatore spagnolo è l’attacco, che quest’anno ha visto la scarsa partecipazione di centravanti veri e propri come Gabriel Jesus e il Kun Agüero, ma che in compenso è retto da gente come Raheem Sterling, Phil Foden, Bernando Silva e Riyad Mahrez, che danno vita a combinazioni e giocate spesso ingestibili per le difese avversarie, prive di punti di riferimento, e che danno sempre l’impressione di poter arrivare al gol prima o poi. Senza contare l’apporto fondamentale del giovane Ferrán Torres, particolarmente brillante in Europa.

In particolare è da sottolineare la crescita esponenziale di Foden, ormai da annoverare fra il ristretto club dei fuoriclasse, e il ruolo decisivo che l’algerino Mahrez sta avendo in questa stagione.

L’ex esterno del Leicester non si era mai visto su questi livelli, e non certo per i dieci gol stagionali, ma grazie a una classe, una pulizia di gioco e una tecnica uniche perfino per una squadra di fenomeni come quella di cui fa parte. Nel City ci sono senz’altro giocatori più decisivi, più esperti, più dinamici e più forti in senso assoluto di Mahrez, ma l’algerino ha veramente poco da invidiare a chiunque altro dal punto di vista tecnico.

La gara contro il Burnley, una delle migliori prestazioni di Mahrez, che quando è in forma è praticamente ingiocabile

In altre parole, sia sulla carta che di fatto in campo, il City si presenta come una macchina perfetta, oliata dai meccanismi futuristici del suo allenatore.

È impossibile con un articolo di questo tipo rendere l’idea di quanto fluido, rapido e qualitativamente elevato sia il giro palla, di come le posizioni dei giocatori in campo siano intercambiabili, dell’intensità del pressing e dell’ossessività del possesso palla, né tutte le altre caratteristiche uniche e affascinanti del gioco del tecnico catalano, ma se non avete mai visto giocare il Manchester City potete fidarvi: Pep Guardiola può rendere possibile questa utopia.

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