Sindelar

Matthias Sindelar, l’uomo che sfidò il nazismo

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È il 30 gennaio 1933, da quel giorno il mondo non sarà più lo stesso e i libri di storia andranno aggiornati ancora una volta: Adolf Hitler ha appena prestato giuramento come cancelliere della Germania.

Sono passati pochi mesi, il mondo può ancora solo immaginare a cosa andrà in contro nei prossimi anni e la vita pertanto procede tranquillamente. E parallelamente anche il calcio. Che si appresta ad assistere alla seconda edizione dei Mondiali, che si terrà l’anno successivo in Italia, paese dove il movimento è davvero molto florido. Si sta giocando anche la settima edizione della Coppa dell’Europa Centrale. La finale vede protagoniste non solo due delle squadre migliori dell’epoca, bensì anche i due giocatori europei più forti del momento. L’Austria Vienna capitanata da Matthias Sindelar contro l’Ambrosiana Inter di Peppino Meazza.

 

 

Matthias Sindelar appunto. Nasce in Boemia da una famiglia cattolica nel 1903 e solamente tre anni più tardi si trasferisce a Vienna, dove cresce in un quartiere proletario. La vita nel quartiere di Favoriten è molto difficile e sin da piccolo Matthias è costretto a rimboccarsi le maniche per aiutare la famiglia. La morte del padre sul fronte durante la Grande Guerra lo porta a lasciare già giovanissimo i divertimenti della vita di quartiere, dove passava interi pomeriggi a giocare a calcio per strada assieme agli amici, tra cui un più piccolo Josef Bican (l’uomo che secondo le statistiche avrebbe segnato più gol di Pelé).

Si divide quindi tra scuola e lavoro, quando finalmente nel 1918 l’Herta Vienna lo porta tra le sue fila. Sindelar è per distacco il miglior giocatore della squadra del quartiere, grazie anche alle sue doti di funambolo ed abile dribblatore imparate nel calcio di strada. Il fisico esile ne limita lievemente le capacità ma le grandissime doti tattiche e di portatore di palla ne fanno in fretta uno dei migliori calciatori austriaci, seppur l’ancor giovane età.

A causa del fisico iniziano anche i primi problemi, soprattutto legati al ginocchio, che lo costringeranno a giocare per tutta la carriera con una vistosa fascia elastica nera e ne condizioneranno alcune partite. Ciò non limita però la fama di Sindelar, che diviene presto il giocatore più conosciuto e stimato in tutto il mondo, assieme appunto a Meazza.

 

 

Viene ceduto nel 1924 all’Austria Vienna e diventa l’idolo della tifoseria Viola, anche se non riesce a portare più di un campionato e di cinque coppe nazionali ai Veilchen, vista anche l’inadeguatezza della rosa.

Se in patria la situazione non è delle migliori lo stesso non si può dire anche in campo internazionale, sia a livello di Nazionale che di club. Con l’Austria Vienna ottiene infatti due successi in territorio europeo, ma le migliori fortune le avrà con la Nazionale austriaca.

Fa parte infatti della fortissima selezione conosciuta come Wunderteam (letteralmente, la squadra delle meraviglie) guidata magistralmente da Hugo Meisl. La tattica di gioco riprende quella della scuola scozzese del grande Jimmy Hogan, il quale fu un vero cosmopolita del calcio, allenando praticamente in tutta Europa e portando la piccola Svizzera in finale delle Olimpiadi del 1924, arrendendosi solo di fronte al fortissimo Uruguay di Andrade. Meisl, aiutato anche dallo stesso Hogan, rivoluzionò il modo di giocare, preferendo uno stile più tecnico e rapido di manovra composta perlopiù da passaggi corti e di prima al duro e maschio gioco inglese in auge in quel momento e fatto principalmente di lanci lunghi dalla difesa.

Il Wunderteam inanella una striscia di 14 risultati utili consecutivi, compresi un 6-0 e un 5-0 ai tedeschi, un 8-2 e un 2-1 all’Ungheria, nei quali Sindelar realizza ben 12 gol. Questi risultati creano la fama della Grande Austria, che trionfa nella Coppa Internazionale del 1932 e ottiene i migliori risultati sia ai Mondiali che alle Olimpiadi, dove viene fermata in entrambi casi dalla quasi invincibile Italia di Vittorio Pozzo a causa dei gol di Enrique Guaita prima e di Annibale Frossi dopo.

 

 

Torniamo però al 1933. Il 3 di settembre si è giocato all’Arena Civica di Milano l’andata della finale e l’Ambrosiana ha trionfato per 2-1, grazie anche ad una rete di Meazza. Sindelar non ha brillato, è vero che ha servito l’assist a Spechtl per il gol che ha riaperto la partita, ma ha complessivamente giocato una partita molto egoista e fatta di tecnicismi fine a se stessi, una di quelle che verranno definite col concetto dello Schieberlspiel.

Il ritorno si gioca cinque giorni più tardi al Prater di Vienna davanti a 58.000 spettatori e le speranze degli austriaci sono poste su Sindelar. In questa edizione il Mozart del calcio si è già preso sulle spalle la squadra contro un colosso italiano, dominando per 3-0 la Juve di Mumo Orsi. Soprattutto però questa è la sua sfida diretta con Meazza, col quale si contende lo scettro di miglior giocatore del mondo. E Matthias decide di risolverla a modo suo: una tripletta che annichilisce i nerazzurri guidati dal genio Árpád Weisz e che consegna il trofeo all’Austria Vienna. Un 3-1 senza appello (rete finale inutile di Meazza) che consacra Sindelar a giocatore migliore del mondo.

A questo successo internazionale segue il trionfo nella medesima competizione nell’edizione del 1936 contro lo Sparta Praga, dopo aver nettamente eliminato ai quarti il Bologna allenato da Weisz, confermandosi in questo modo la bestia nera dell’allenatore magiaro. Sindelar è all’apice e riceve numerose offerte da squadre europee, come la possibilità di giocare in Italia o nell’Arsenal, decidendo però di rifiutarle e restare a Vienna.

Ma, improvvisamente e nel momento di maggiore splendore, la carriera di Sindelar si arresta. Il 10 aprile 1938, infatti Hitler arriva definitivamente al punto di non ritorno e comincia la parte principale del proprio piano. Il plebiscito indetto in Austria ha infatti confermato l’Anschluss, ovvero l’annessione austriaca al Reich e la creazione della Grande Germania. Come cessa di esistere l’Austria (che verrà conosciuta come Ostmark) sparisce anche il calcio: il campionato non viene più riconosciuto e considerato solo come una lega dilettantistica tedesca, ma soprattutto i giocatori sono costretti a vestire la maglia nazista per la fallimentare spedizione mondiale francese.

 

 

Cionondimeno ai calciatori viene concessa un’ultima occasione di vestire la maglia rossa austriaca.

Avviene in occasione della partita della riunificazione (Anschlussspiel), giocata al Prater tra Austria e Germania, la quale deve uscire vincitrice. I gerarchi nazisti hanno infatti acconsentito a Sindelar di giocare ancora con l’Austria per un’ultima volta, ma gli hanno imposto la sconfitta.

E invece Matthias gioca una delle migliori partite in carriera, facendosi senza problemi beffe degli avversari e segnando il gol del vantaggio austriaco, festeggiato proprio sotto i gerarchi nazisti. A questo fa seguito il gol del grande amico Karl Resta, guarda caso gli unici due austriaci che si erano rifiutati di giocare per la Germania e di salutare il pubblico col saluto nazista.

La partita finisce 2-0 a favore del Das Team ma segna fondamentalmente la fine della carriera di Sindelar.

Ma non solo. Come detto si rifiuta di vestire la maglia della Mannschaft e si ritira dal calcio giocato. Il 23 gennaio 1939 viene trovato morto nel suo appartamento viennese assieme alla fidanzata italiana, a causa di una fuga di gas. L’evento viene catalogato come morte accidentale, anche se non si escludono eventuali coinvolgimenti della Gestapo, che ne celebra fin troppo in fretta i funerali di Stato e ne cancella subito così la memoria.

La sua sarà però una morte non dimenticata, solo una della grandissima serie causata dall’Olocausto, il quale ha fermato il calcio nel suo momento di massimo splendore da quando questo gioco fu inventato a Sheffield. Sindelar lascerà alla storia una grandissima eredità (assieme a Pedernera è stato il primo grande falso nueve) al calcio, al pari di altri grandi uomini di calcio ebrei come Eddie Hapel dell’Ajax e Egri Erbstein, il dirigente fautore del Grande Torino.

Sindelar non sarà mai dimenticato, come gli eroi della partita della morte, uomini semplici che non hanno avuto paura nel loro piccolo di ribellarsi a un nemico troppo più forte, anche a costo della propria vita. Ed è per questo che il nome di Matthias Sindelar riecheggerà sempre nel cuore degli appassionati di questo sport, l’uomo che non si è piegato e che ha osato sfidare il nazionalsocialismo tedesco.