LeBron e Messi

Messi e LeBron, quando essere i migliori non sempre basta

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Soli. Tremendamente soli. È questa l’immagine di due dei più grandi dello sport odierno creatasi negli ultimi mesi. Abbandonati al proprio destino dopo anni di grandi successi. Costretti ad abdicare dal trono dei migliori in favore degli eterni rivali. Ma con un obiettivo ben chiaro in comune: riprendersi quel trono.

Questo è ciò che accomuna Lionel Andrés Messi, nato a Rosario in Argentina nel 1987 e LeBron Raymond James, cestista di Akron (Ohio) di tre anni più grande. Due campionissimi, per anni ritenuti senza ombra di dubbio le eccellenze dei propri sport, grazie anche ai successi coi propri team. Eppure da qualche anno caduti anche loro, delle specie di semidei intoccabili, vittima di malumori e dubbi da parte di tifosi e sostenitori, perdendo così il proprio status di Re.

 

 

L’infanzia per entrambi non passa nel migliore dei modi. Il piccolo Leo è vittima di una malattia che gli impedisce di crescere come gli altri ragazzi. Lo stipendio del padre non è sufficiente a pagare le cure e dopo tortuosi provini per squadre argentine riesce ad ottenere un contratto col Barcellona, il quale lo farà entrare alla Masia e ne pagherà le cure mediche. Inizia così la storia d’amore tra la Pulga e i catalani.

LeBron invece cresce nella difficile realtà americana, in una famiglia povera dove il padre è assente, del quale si conosce solo il cognome lasciato al figlio.

Il grande talento dei due però apre le porte del successo ai ragazzi.

 

 

Messi entra in prima squadra nel 2004 con la maglia numero 30, realizzando nel 2005 il primo gol da professionista contro l’Albacete. L’azione è emblematica per quanto riguarda la carriera del piccolo Leo: lancio in profondità del giocatore più forte del momento e che gli lascerà la Diez blaugrana, quel Ronaldinho ammirato anche in Italia al Milan, e pallonetto al volo a scavalcare il portiere in uscita dei bianconeri. Gol che Leo ripeterà più e più volte nel corso della carriera. Nel 2006 arriva il primo successo in campo europeo, con la Champions League vinta da riserva, ma lasciando il segno già in grandi partite, come nel Clásico contro il Real Madrid. Un anno più tardi iniziano i paragoni con Diego Armando Maradona, soprattutto dopo un gol segnato in Copa del Rey contro il Getafe molto simile al barrilete cosmico del Pibe de Oro contro l’Inghilterra ai Mondiali del 1986. La consacrazione arriva tra il 2008 e il 2009, con la conquista della seconda Champions League, nella finale di Roma contro il Manchester United, con un gol di testa (di certo non la specialità della casa) su assist millimetrico di quel genio calcistico di Xavi Hernandez. In questo periodo Leo non ha grande importanza nella manovra del gioco di Guardiola, affidato soprattutto al centrocampo tutto fantasia e potenza comandato da Iniesta, Xavi e Yaya Tourè. Leo è sicuramente l’uomo più decisivo nello scacchiere blaugrana, ma da pura ala non incide completamente nel gioco, diventando devastante solo dopo il filtro effettuato dal centrocampo.

Per LeBron i primi anni della carriera non coincidono invece subito con il successo. Nominato come prima scelta assoluta al draft del 2003 (nonostante non sia andato al college) non riesce a trascinare i suoi amati Cleveland Cavaliers al titolo, complice anche l’inadeguatezza del roster della compagine dell’Ohio. L’unica presenza alle Finals nel 2007 si conclude infatti con un bruciante 4-0 in favore dei San Antonio Spurs, nettamente più forti. LeBron si ritrova a predicare nel deserto, nonostante vinca già giovanissimo l’MVP della Regular Season e dell’All Star Game, battendo record su record. James, che gioca ancora come guardia e ala piccola, si trova così costretto a lasciare casa sua per cercare di realizzare il sogno di vincere l’anello e di avvicinarsi al mito di Michael Jordan. La scelta ricade sui Miami Heat.

 

 

È il 2010 e contemporaneamente cambia anche la carriera di Leo Messi. Negli ultimi anni al Barça si sono avvicendati grandi attaccanti: Samuel Eto’o e Zlatan Ibrahimovic su tutti, ma proprio la grande personalità di quest’ultimo si è scontrata col sistema tattico di Pep Guardiola, che prevedeva ora il fulcro dell’attacco sulla Pulga. Ibra ed Henry vengono così accantonati dai blaugrana, che puntano tutto sul talento della cantera Pedrito e sul Guaje David Villa. Dopo il passo falso del 2010 il Barcellona torna subito sul tetto d’Europa l’anno seguente, nella finale di Wembley ancora contro lo United. È la partita che consacra definitivamente Messi. Due anni prima aveva vinto il confronto diretto con Cristiano Ronaldo grazie soprattutto al tiki taka di Guardiola. Dopo il trasferimento dello stesso CR7 al Real Madrid Leo inizia a prendere più consapevolezza del proprio ruolo in squadra, diventandone il giocatore principale e vincendo tutti i confronti diretti coi blancos, come nella semifinale di Champions League, quando riceve palla da Busquets a centrocampo e si beve letteralmente tutta la difesa madrilena, prima di superare col destro Casillas. Nella finale col Manchester Leo é ancora il migliore in campo, segna un gol di potenza e tecnica nel momento clou del match e riporta il Barça in vantaggio dopo il pareggio di Wayne Rooney.

Messi è sicuramente il calciatore più forte del momento. Passa dal precedente ruolo di mera ala offensiva a quello di completo falso nueve. Ora viene più spesso a prendere palla anche a trenta metri dalla porta, iniziando poi quelle serpentine rapide ed inarrestabili. Nonostante l’addio di Guardiola mantiene questo ruolo, restando l’uomo fulcro del gioco di Tito Vilanova e del Tata Martino. Vince il pallone d’oro quattro anni consecutivi, tra il 2009 e il 2012, non riesce ad arrivare più in finale di Champions ma raggiunge quella del Mondiale del 2014, dove cadrà sotto i colpi della solida Mannschaft di Joachim Löw.

È in questo anno che si chiude la fase della maturazione di Messi, e contemporaneamente si compie lo stesso destino per LeBron.

Il cestista di Akron arriva come detto agli Heat per vincere finalmente il titolo, formando con Dwayne Wade e Chris Bosh uno dei Big Three più forti del decennio. Qui il coach Erik Spoelstra gli cambia il ruolo in ala grande, definendolo inoltre giocatore capace di svariare tra tutti i 5 ruoli della pallacanestro. I successi non tardano arrivare per LeBron e gli Heat, che trionfano nelle Finals 2012 contro Oklahoma e l’anno successivo contro i San Antonio Spurs, i quali si vendicheranno nelle finali successive vincendo e portando James alla nuova decisione di cambiare aria. In questi anni infatti i due successi olimpici, mondiali e in NBA ne hanno aumentato a dismisura la fama, rendendolo all’unanimità il più forte giocatore del momento e naturale erede nell’albo dei migliori di MJ e Kobe Bryant. I successi sono arrivati grazie alle sue spettacolari prestazioni (più di 30 punti di media in stagione), ma come nel caso di Messi anche per via del grande contributo dei compagni, su tutti Ray Allen e Wade.

E LeBron prende quindi una decisione che spiazza (ancora una volta) tutto il mondo della pallacanestro: il ritorno ai suoi amati Cleveland Cavaliers.

 

 

È il 2015. Leo Messi ha appena perso da capitano la finale dei Mondiali. Il suo Barcellona non trionfa in campo europeo dal 2011 e ha subito negli ultimi anni cocenti sconfitte dal Chelsea e dal Bayern Monaco (addirittura 7-0 il totale) in semifinale, e ai quarti dal rivoluzionario Atletico Madrid del Cholo Simeone. Sulla panchina blaugrana arriva Luis Enrique, grande amico di Guardiola e suo allievo. Lucho riprende subito la filosofia di Pep, modificando però ancora il gioco di Leo. Inserisce in attacco altre due superstar, Neymar e un cannoniere implacabile come Luis Suarez, mantiene un centrocampo di grande tecnica e filtro con l’aggiunta di Rakitic al già rodato duo Iniesta-Busquets. La difesa sembra essere il vero punto debole della squadra, ma il devastante attacco non pone certi problemi. Messi diventa ancora più fondamentale di quanto non fosse già: ritorna nel suo vecchio ruolo da ala, mantenendo però i movimenti da falso nueve e andandosi sempre a prendere i palloni efficientemente serviti da quel mostro tattico di Don Andrés Iniesta. Nonostante il sopravanzarsi dell’età non perde la sua agilità, anzi il dribbling nello stretto sembra addirittura migliorare. Due esempi lampanti sono il gol contro il Bilbao nella finale di Copa del Rey e quello al Bayern in Champions. Il primo è qualcosa di inimmaginabile. Riceve palla da Dani Alves sulla fascia destra, all’altezza della metà campo. Punta subito un avversario, saltandolo, prima di dribblarne un altro e subire il ritorno del primo. Superatolo ancora si porta dentro l’area di rigore in posizione defilata, dove rientra sul suo sinistro facendo fuori un altro difensore. Calcia poi di potenza sul primo palo, battendo un incredulo e sorpreso Iraizoz. Il gol al Bayern invece lo elegge ancora una volta a Pallone d’oro. La partita è tiratissima, quando decide di segnare dai venti metri con una fucilata imprendibile persino per Manuel Neuer. La doppietta è però qualcosa di meraviglioso: riceve palla da Rakitic poco fuori dall’area di rigore, punta Boateng e finta il classico rientro sul mancino. Rientra però improvvisamente portandosi la palla sul destro, facendo cadere a peso morto il difensore tedesco. Per coronare il tutto supera Neuer con un pallonetto, gesto tecnico ancora più incredibile se considerato che eseguito col piede debole. In finale il Barça supera poi la Juventus, dove Messi non segna ma è comunque il migliore in campo, aiutando la squadra ad alzare per la quarta volta in nove anni la Champions e a realizzare per la seconda volta il Triplete.

James invece ritorna quindi a Cleveland. Ai Cavs trova questa volta un roster all’altezza, con la presenza di Kyrie Irving e Kevin Love che aiutano subito la squadra a raggiungere le sfortunate Finals 2015 perse per via degli infortuni contro gli astri nascenti dei Golden State Warriors. LeBron assume definitivamente la guida della squadra, ancor più del coach Tyronn Lue, ricoprendo spesso non solo il ruolo di ala grande ma anche volentieri quello di playmaker, sostituendosi più volte a Irving. E nel 2016 si realizza il suo sogno più grande. Golden State sembra imbattibile e la finale per il titolo è la stessa dell’anno precedente. Questa volta gli infortuni non colpiscono Cleveland, che sotto 3-1 riesce a vincere a Oakland e a forzare la serie a gara 7. Si gioca in casa degli Warriors, che sono nettamente i favoriti, gli occhi sono tutti sul confronto Curry (eletto MVP all’unanimità) – LeBron. La partita è nevrastenica, i due sembrano quasi bloccati. Sul punteggio in parità, a meno di un minuto dal termine l’azione che cambia la partita. Palla recuperata da Curry, che lancia Iguodala, MVP delle Finals l’anno prima, appoggio semplice a canestro. Arriva letteralmente come un treno LeBron che stoppa di prepotenza la palla sul tabellone, riconquistandola e passando a Kyrie Irving, il quale segna la tripla del decisivo vantaggio dei Cavs. La partita finisce con la prima storica vittoria in NBA della cittadina dell’Ohio, con James che a fine partita scoppia in lacrime urlando un sincero e commosso “Cleveland, this is for you”.

Ancora una volta i destini di Leo e LeBron si legano incredibilmente.

Entrambi sono chiamati a ripetersi. Impresa troppo ardua.

Il Barcellona crolla sempre di più in Champions, venendo eliminato per tre anni di fila ai quarti di finale, prima dall’Atletico Madrid, successivamente con due batoste per 3-0 in casa di Juventus e Roma. Il campionato resta appannaggio dei catalani, eccetto nella stagione 2016-2017, quando il Real di Zidane compie un altro capolavoro. Il ciclo blaugrana sembra finito: Suarez non è più il cannoniere implacabile che era appena arrivato dal Liverpool, il peso delle primavere che avanzano su Iniesta si fa sentire e la difesa è sempre affidata ad un sempre più solitario Pique, non in grado di gestirla da solo come il suo predecessore Puyol. Nello spogliatoio ricominciano gli scricchiolii, soprattutto quando Neymar decide di emigrare direzione Parigi per uscire dall’ombra di Leo e diventare l’uomo simbolo dei parigini. La squadra viene continuamente ridisegnata, con l’innesto di numerosi giovani di grande prospetto per il futuro, ma di certo non in grado di competere da subito in così importanti palcoscenici.

La situazione non è delle migliori neanche nella Selección. L’Albiceleste perde per due anni di fila la finale di Copa America ai rigori contro il Cile, portando il bilancio delle finali perse a 4 per Leo, a fronte dell’unica vittoria alle Olimpiadi di Pechino del 2008. La seconda finale è quella che lascia di più l’amaro in bocca alla Pulga: una partita completamente anonima terminata col clamoroso errore ai rigori, con un tiro dagli undici metri spedito in tribuna come fatto da Roberto Baggio nella finale mondiale di Pasadena nel 1994. A fine partita si vede un’immagine clamorosamente nuova per il gioco del calcio, il pianto irrefrenabile di Leo, consolato senza successo da Agüero. La consapevolezza di aver determinato così incredibilmente quella partita porta il giocatore a ritirarsi dalla Nazionale, salvo poi tornare nel corso delle qualificazioni per il Mondiale russo del 2018 su consiglio del ct Bauza. Anche qui la spedizione argentina sarà un completo fallimento. Le poche idee dell’allenatore Sampaoli, a corredo di un reparto difensivo inadeguato portano alla cocente sconfitta per 3-0 contro i futuri finalisti croati e all’eliminazione agli ottavi contro la Francia poi campione. Anche in questa situazione si chiude definitivamente un ciclo, il quale ha portato nell’ultimo decennio campioni come Tevez, Di Maria, Mascherano e Higuaín a giocarsi diverse finali, terminando sempre però con delle sconfitte.

Nel caso di LeBron invece il ciclo si chiude soprattutto in seguito all’arrivo del suo unico vero rivale Kevin Durant ai Golden State Warriors. Le Finals 2017 non hanno storia, ma il fondo si tocca l’anno successivo. Kyrie Irving viene ceduto ai Boston Celtics e il roster viene rinnovato, con l’inserimento di troppi giovani inesperti. LeBron diventa quindi un uomo in missione, anzi effettivamente qualcosa di più, portando letteralmente da solo i Cavs a vincere in gara 7 proprio contro i Celtics di un infortunato Irving e alla possibilità di giocarsi il titolo ancora contro gli Warriors. La finale è però già decisa in partenza, un 4-0 senza appello che fa maturare nella testa di James l’idea di un nuovo addio.

 

 

È l’estate 2018 e puntualmente i destini dei due si collegano ancora.

Leo Messi é ormai l’ultimo baluardo del Dream Team costruito da Guardiola, visto l’addio di Iniesta. Le speranze di vincere con l’Argentina sono ormai ridotto ai minimi storici, mentre per tornare al successo in campo europeo col Barça dovrà caricarsi totalmente sulle spalle i compagni, sperando di essere adeguatamente supportato.

LeBron sceglie invece una destinazione suggestiva, quei Los Angeles Lakers che negli anni hanno ammirato le gesta di Magic Johnson e Kobe Bryant tra gli altri. Un roster anche qui senza grandi fenomeni, ma con tanti giocatori in grado di aiutarlo a vincere il quarto titolo in una delle piazze storiche dell’NBA, che potrebbe consacrarlo a 34 anni come il più grande di sempre.

Entrambi senza più alcuna certezza, se non quella del loro immenso talento, il quale però nel corso delle rispettive carriere non è sempre stato decisivo e determinante.

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