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Arkadiusz Milik, l’arte di sapersi rialzare

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«All’età di sei anni fumavo sigarette e rubavo caramelle, ero imprudente, ma per fortuna Moki è entrato nella mia vita e mi ha salvato»

Le parole sopracitate sono quelle di Arkadiusz Milik, rilasciate a un giornale polacco qualche anno fa. Il Moki in questione è Slawek Mogilan, il primo allenatore ad accorgersi del grande potenziale del ragazzo polacco ma anche e soprattutto il padre che Arek non ha praticamente mai avuto, se non nei primi sei anni della sua vita. In un contesto come quello di Tychy – cittadina del sud della Polonia, perlopiù di carattere industriale e periferia della più rinomata Katowice – e senza una guida familiare stabile, Mogilan allunga il braccio al giovane Milik, un aiuto che sa probabilmente di speranza e che come lui stesso racconta, ha salvato la vita del ragazzo dalla strada e dalla miseria.



I suoi esordi calcistici partono dal Rozwój Katowice, squadra di terza divisione allenata da Moki e vicina alla sua città natale, della quale Arek diviene in breve tempo il go-to guy, il talento più cristallino. Quando non è impegnato in campo, il giovane passa le sue giornate e studiare per filo e per segno le giocate del suo idolo calcistico, Cristiano Ronaldo, dal quale cerca di trovare ispirazione, imitandone spesso e volentieri le abilità durante gli allenamenti.

Di lui si inizia a parlare e l’eco delle giocate lascia la Polonia per sbarcare nella più blasonata Inghilterra. Lì Milik effettuerà una serie di provini con Reading e Tottenham, desiderose di firmare l’attaccante, così come una delle squadre più blasonate del Paese, il Legia Varsavia. La scelta del giovane sorprende gli addetti ai lavori: Milik decide infatti di non seguire fin da subito i top club e conseguentemente una posizione economica più agiata, per firmare con il Górnik Zabrze, emergente realtà del massimo campionato nazionale, nella quale la punta troverà fin da subito grande spazio.

Il ragazzo, non ancora maggiorenne, colleziona nella due annate d’esordio in Ekstraklasa, 38 presenze accompagnate da 11 reti e soprattutto, in questa parentesi cruciale per il suo percorso di maturazione, trova un’altra figura di rilievo dopo quella di Moki, ovvero l’allora allenatore del Górnik Adam Nawalka, ricordato molto spesso da Milik durante le sue interviste, in quanto seguì da vicino l’avvicinamento del giocatore al calcio dei grandi, aspettandolo nei primi difficili mesi di inserimento, molti dei quali vissuti da Arek in panchina dopo il suo esordio in prima squadra.

«Adam mi ha voluto al Górnik Zabrze quando avevo 17 anni. Nel giro di quattro settimane mi ha fatto esordire in prima squadra. Mi ha dato fiducia e ha fatto lo stesso in Nazionale»

Sì, perché pochi mesi dopo, Nawalka venne incaricato di allenare la nazionale polacca e ovviamente Milik fu messo da subito al centro del progetto: nessuno meglio di lui poteva conoscere le doti dell’attaccante dopo averlo visto ed educato professionalmente, dentro e fuori il campo da gioco.



Il mercato invernale della stagione 2012/13 rappresenta nella testa di Milik il grande salto nel calcio continentale. L’approdo al Bayer Leverkusen non corrisponde però alle aspettative che in primis il giocatore e gli addetti ai lavoratori si erano fatti: le difficoltà di inserimento sono molte e dopo appena sei mesi Arek viene relegato alla seconda squadra con appena 6 presenze alle spalle.

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L’anno successivo il prestito all’Augsburg sembra poter rilanciare il ragazzo, ma anche in questo caso 18 presenze – solamente cinque delle quali da titolare – e 2 reti rappresentano un magro bottino, che fa scattare nella mente dei dirigenti del Leverkusen l’idea di fargli cambiare aria per una seconda volta.

La seconda chance per Milik si chiama Eredivisie, campionato completamente diverso dal precedente, destinazione Amsterdam. All’Ajax il polacco arriva in prestito, con il club olandese che inserisce un diritto di riscatto fissato a 2.5 milioni di euro. Una mossa che ha un duplice significato: da una parte motivare il ragazzo e far sentire la presenza positiva del club alle sue spalle, malgrado il parziale respingimento delle sue prime esperienze al di fuori dei confini nazionali, e dall’altra riservare all’Ajax stesso la possibilità di trattenere il giocatore, qualora il talento di cui molti parlavano si fosse finalmente manifestato. Alla fine della storia vinceranno entrambi.

Milik all’ombra dell’Amsterdam Arena deve, almeno inizialmente, far cambiare le idee nella testa dell’allora tecnico Frank de Boer, il quale gli preferisce nell’undici di partenza l’islandese Sigthorsson, un attaccante con caratteristiche diverse dalle sue. Il polacco non ci metterà molto a scalare le gerarchie e dopo la prima annata di inserimento con 33 presenze e 23 reti tra campionato e coppa, venne definitivamente riscattato dall’Ajax.

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Nel suo primo anno da titolare nei Lancieri di de Boer, Milik sembra finalmente essere al centro di un calcio che meglio si adatta alle sue abilità, in una squadra che negli ultimi anni ha visto sbocciare alcuni tra i punteros più decisivi del recente periodo, Ibrahimović e Suárez su tutti.

Arek sa svariare molto nel fronte offensivo e dialoga alla perfezione tra le linee, in un sistema fluido e fatto di scambi rapidi. Le sue doti all’interno dell’area di rigore non si discutono, anche se la stampa Orange – abituata da anni a un’estetica sopraffina abbinata al pallone – ha messo spesso in evidenza un uso sopraffino del piede sinistro, che fa da contraltare a un destro non altrettanto elegante e che quindi limita molte volte la fantasia del polacco.

La seconda annata all’Ajax è quella della definitiva consacrazione. Una volta messo al centro dello scacchiere offensivo, la sua capacità realizzativa aumenta proporzionalmente all’importanza, riconosciuta da de Boer, all’interno del club, nel quale Milik incontra la terza figura fondamentale per il suo sviluppo tecnico. Dennis Bergkamp è infatti il vice del tecnico olandese e in Milik intravede un capitale tecnico importante, al quale donare i suoi preziosi consigli.

«Ho notato una caratteristica estremamente importante su di lui, il suo sinistro è unico»

Al termine della stagione le segnature diranno 24 reti in 42 apparizioni, all’interno delle quali troviamo la prima timbratura in Champions League nei preliminari contro il Rapid Vienna – che videro l’Ajax sconfitto e relegato in Europa League, competizione all’interno della quale il polacco si fece notare in ugual modo. Le ottime prestazioni di quell’anno garantirono a Milik il posto da titolare agli Europei di Francia del 2016 – dove andò a segno contro l’Irlanda del Nord – conclusi dalla Polonia ai quarti di finale persi ai rigori contro il Portogallo, poi vincitore del torneo.



Quell’estate è importante per Milik non soltanto per le sue prestazioni in Nazionale. Sono 35 i milioni che il Napoli versa nelle casse dell’Ajax per assicurarsi il nativo di Tychy, e questa volta l’eredità da sostituire è una di quelle importanti. La squadra partenopea ha infatti appena ceduto Higuaín alla Juventus, ma la sfida non spaventa il polacco, che parte subito forte mettendo a segno tre doppiette contro Milan e Bologna in campionato e Dynamo Kiev in Champions League, dimostrando un grande spirito di adattamento ai dettami di Sarri.

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Il destino però sbatte la porta in faccia a Milik a un solo mese dallo scintillante inizio napoletano. È l’8 ottobre, quando durante una gara tra Polonia e Danimarca l’attaccante si rompe il legamento anteriore del ginocchio, facendo pensare a una stagione finita, per lui, troppo presto. Il ragazzo lavora duro e riesce a recuperare per gli ottavi di finale di Champions contro il Real Madrid e gradualmente cerca di ritrovare il ritmo partita.

Il tecnico azzurro per sopperire alla sua assenza vara un nuovo sistema di gioco, un 4-3-3 con Mertens falso nueve al posto di Arek, con ai lati Insigne e Callejon. Una mossa tattica che non verrà più modificata anche dopo il ritorno del polacco dall’infortunio, a cui toccheranno scampoli di partita per tutto il resto della stagione.

Le sfide per Milik non finiscono mai, così come le montagne da scalare e pronti-via, a settembre 2017, pochi minuti dopo il suo ingresso in campo in uno Spal-Napoli ormai in ghiaccio, si rompe il legamento crociato dell’altro ginocchio e fino a gennaio non lo si rivedrà più sul terreno di gioco. Una sfortuna incredibile che sembra averlo bersagliato, ma ancora una volta il ragazzo sorprende per tenacia e volontà d’animo: il Napoli lo aspetta e lui saprà ricompensarlo malgrado la condizione fisica sia tutta da ricostruire. Nell’estate di quella stagione è tra i convocati della Polonia per il Mondiale di Russia, sottotono per lui e la sua Nazionale, che terminerà dopo appena tre partite della fase a gironi.



Qualcosa cambia in positivo – dopo anni di sofferenze – l’anno successivo, con l’avvicendamento sulla panchina del Napoli tra Sarri e Ancelotti. Quest’ultimo, abituato da sempre a un centravanti di manovra nel suo scacchiere, riporta Milik al centro dell’attacco e il ragazzo si fa trovare pronto: i numeri a fine stagione sono dalla sua, con 17 reti in campionato e 2 nelle coppe europee è il miglior realizzare dei partenopei. Lasciati i guai fisici alle spalle, Arek può finalmente guardare avanti – visti i soli 26 anni d’età – e anche in questa stagione il percorso sembra quello giusto, in un momento complicatissimo per il Napoli e non senza problematiche fisiche, è già andato a segno 12 volte tra Europa e Serie A, dimostrando una discreta continuità di rendimento.

Un attaccante che non si è mai arreso davanti a nulla, malgrado un fisico che molte volte lo ha tradito nei momenti chiave della sua carriera, quella di un giocatore che non è appariscente come i talenti puri e che non fa sempre brillare gli occhi con giocate di livello, ma che con la sua eleganza e la sua concretezza ha la forza di far smentire la critica. Dal suo arrivo in Serie A, Milik ha certamente raffinato la sua tecnica – diventando anche un discreto specialista dei calci piazzati – e ha cercato sempre di adattarsi a idee di calcio diverse tra loro – una delle caratteristiche migliori del suo connazionale Lewandowski, che ha saputo adattarsi a due mondi calcistici paralleli come quelli di Klopp e Guardiola –, dimostrando una grande intelligenza tattica, abbinata a una cattiveria sotto porta che non si discute.

Il teppistello che girava per le strade di Tichy ha definitivamente lasciato posto all’uomo che con coraggio ha guardato in faccia a una carriera che, fino ad ora, ha concesso poche soddisfazioni e tanti dolori. Ma i conti si fanno alla fine, dove vincono i duri, e Arek, almeno lì, nell’arte di sapersi rialzare, è il più bravo di tutti.


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