Italia

Oriundi, una manna dal cielo

Calcio contemporaneo Stagione 2018/2019

Rischia di diventare un argomento antipatico, per cui provo a parlarne il meno possibile, perché da tempo lavoro sodo e con buoni risultati ma ad oggi non ho avuto alcun contatto con la Federazione e ovviamente neppure una chance. Dunque, mi concentro solo sul Napoli”. Firmato Allan Marques Loureiro, centrocampista infaticabile del Napoli e tra i migliori nel suo ruolo in Italia ed Europa.

È così che è nata l’ultima grande suggestione in ottica Nazionale, che riguarda la possibilità di convocare il punto fermo dei partenopei con gli Azzurri, vista l’immobilità del ct brasiliano Tite a chiamarlo nella Seleçao. E, parallelamente a questa idea, sono sorti anche i primi dibattiti riguardo questo scenario, coi sostenitori di un rinnovamento della poco efficace rosa azzurra da una parte e i fautori dell’italianità dall’altra.

La Nazionale dovrebbe essere aperta solo ai nativi e non agli originari, sostengono questi ultimi. Bene, facciamo allora un passo indietro nel tempo.

 

 

Agli Anni Venti e Trenta più precisamente. Il nostro viaggio ci porta a conoscere alcuni campioni della storia italiana. Il primo è Julio Libonatti, el Potrillo, pilastro del Grande Torino degli anni Venti. Il nativo di Rosario formò una coppia incredibile con Adolfo Baloncieri nei granata e in Nazionale, portando gli Azzurri al primo successo ufficiale, con la vittoria nella Coppa Internazionale 1927-1930, nella quale il Libo fu peraltro capocannoniere con 6 reti.

Passiamo al 1934, con 5/11 della rosa campione del mondo composta da oriundi. Luisito Monti (unico peraltro ad aver giocato due finali mondiali con due nazionali diverse) e Mumo Orsi della Juve, Enrique Guaita della Roma, Anfilogino Guarasi della Lazio e Atilio Demaría dell’Inter. Punti fermi della Nazionale di Vittorio Pozzo che conquistarono il titolo davanti al Duce.

Presenza oriunda anche durante la vittoriosa spedizione francese del 1938, col solo Andreolo del Bologna a giocare nelle fila azzurre.

Ci spostiamo poi agli Anni Cinquanta e Sessanta, quando lo scarso tasso tecnico dell’Italia venne leggermente rialzato dalla presenza degli uruguagi Schiaffino e Ghiggia (nonostante la mancata qualificazione a Svezia 1958), dell’argentino Omar Sívori e del brasiliano Altafini al Mondiale cileno del 1962. Due fallimenti per gli Azzurri certo, ma non imputabile agli “stranieri”, i quali pagavano una rosa molta inesperta e inadeguata a grandi palcoscenici (il solo Boniperti non era sufficiente ad aiutare i naturalizzati sudamericani).

Anche nell’ultimo successo italiano si trova una presenza oriunda, con Mauro Germán Camoranesi elemento imprescindibile nello scacchiere di Marcello Lippi. Un trionfo, quello del 2006, che non ha però più avuto seguito, ma che ha dimostrato ancora una volta come la presenza oriunda sia importantissima per la storia calcistica del Bel Paese.

Vanno comunque ricordati alcuni casi che si sono rivelati degli autentici scatoloni di sabbia per la Nazionale, come la telenovela Amauri o l’ingratitudine del Mudo Vàzquez, ma di certo non si può fare di tutta un’erba un fascio.

E allora sì, se ne abbiamo l’occasione naturalizziamo Allan, perché siamo in un periodo di profonda crisi, e un giocatore con le sue caratteristiche sarebbe un’autentica manna dal cielo.