Pastore

Fonte immagine: Clément Bardot, via Wikimedia Commons | CC BY-SA 4.0 International

Javier Pastore, commozione davanti all’irrazionale

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L’ultimo, personale, ricordo lucido della seconda esperienza italiana di Javier Pastore risale all’11 aprile del 2021, durante gli ultimi scampoli di un Roma-Bologna sigillato sul punteggio di 1-0 in favore dei giallorossi. Al minuto 84’, Paulo Fonseca fa alzare dalla panchina il trequartista argentino, al fine di concedergli uno scampolo di luce ritrovata, dopo una stagione vissuta al buio dell’ennesimo problema fisico che da sempre tortura la sua storia calcistica. Pronti via e al secondo pallone toccato Pastore genera illusione, lasciando partire un filtrante dal sapore di futurismo per l’accorrente Karsdorp. Un passaggio d’avanguardia, che risiede, soltanto, nei pensieri di un artista, più che di un mero sportivo. Il gesto ha lasciato al sottoscritto una serie di emozioni contrastanti. Al fischio finale il desiderio è stato quello di affidarsi a chi, con le parole, sa raccontare uno stato d’animo come pochi altri. Cesare Pavese, noto scrittore e poeta torinese della prima metà del Novecento, pareva, in quel preciso istante, incollato allo schermo o presente sulle tribune dell’Olimpico, in virtù della precisione – in un misto di sacro e profano – alla quale si può fare riferimento descrivendo un tale prestigio.

«Lo stupore è la molla di ogni scoperta. Infatti, esso è commozione davanti all’irrazionale»




Javier Pastore ha generato tutto questo e lo ha fatto al tramonto di un’esperienza, di certo, non indimenticabile come quella romanista. La sua storia è intrisa, giocoforza, di pallone e passione, tra i quartieri di Córdoba, città a nord dell’Argentina nella quale è nato il 20 giugno del 1989.

Tra i siti culturali più noti del territorio va citata una delle Università più antiche del Sud America, ma lo studio non rientra tra i piani del Flaco – letteralmente e da sempre, il magro, in virtù della sua caratteristica corporatura gracile. Il pensiero era fisso sul pallone. Una passione sanguigna, stagnante tra il popolo argentino e che assorbe anche il destino di Pastore. Il ragazzo disputa tutti i tornei amatoriali dei suoi quartieri pur di respirare un frammento di ciò che da quelle parti è molto più di uno sport.

Sarà il Club Atlético Talleres il primo porto felice del giovanissimo Pastore, il quale grazie alla squadra di Córdoba approda a tutti gli effetti tra i grandi, con l’esordio in Primera B Nacional non ancora maggiorenne nel 2007.

Non passerà alla storia il primo viaggio in Europa dell’argentino solamente l’anno precedente, ma per certi versi, può rappresentare una tappa importante per il suo percorso di crescita “spirituale”. Pastore, infatti, parte con alcuni dei suoi compagni di squadra in una doppia trasferta Francia-Spagna, chiamato ad effettuare dei provini con Saint-Étienne e Villarreal. Le cose non andranno come sperato, ma l’arrivo del giocatore nella Ciudad Deportiva del Sottomarino Giallo gli permetterà di conoscere il suo più grande e stimato idolo sul prato verde. Il calciatore in questione è naturalmente Juan Román Riquelme, el Mudo, sequestrato da Pastore per una sequela di foto e autografi. La storia stigmatizzerà quel romantico incontro dal sapore nostalgico di passaggio di consegne, mai concretizzatosi fino in fondo se non in qualche lampo sporadico nel corso degli anni.

Tra Pastore e il desiderio di calcare i prati più prestigiosi della Nazione irrompe la difficile situazione del Talleres, che per evitare di dover firmare un contratto da professionista al proprio fantasista, è costretto al reintegro nelle giovanili. Una scelta che forzerà lo stesso Pastore a mettere da parte il cuore e il legame con il territorio di nascita, per cercare di spiccare definitivamente il volo lì dove merita di risiedere uno del suo talento.

L’ancora di speranza si chiama Huracán. L’allora presidente del club, Carlos Babington incappa, infatti, in una sorta di amore a prima vista nei confronti di quell’enganche così elegante e sinuoso, già ammirato più volte e di persona con i colori del Telleres. Pur di averlo si affida all’aiuto di un’holding argentina, la quale pagherà metà dei pesos richiesti dalla squadra proprietaria del cartellino per liberare il ragazzo. Il matrimonio tra Javier e la nuova realtà non prosegue, almeno inizialmente, con la necessaria serenità: burocrazia contrattuale e un brutto infortunio alla caviglia in precampionato fanno slittare l’esordio. Il giorno della speranza, però, arriva il 28 maggio 2008, in un palcoscenico delle grandi occasioni come quello de el Monumental. I 15’ contro il River Plate segnano l’inizio della storia più luminosa in terra Argentina per il classe 1989.

La guida chiave per la crescita caratteriale e tecnica di Pastore all’Huracán è Ángel Alberto Cappa, subentrato l’anno successivo a Claudio Ubeda. Il tecnico nativo di Bahía Blanca promuove el Flaco tra le fila dei titolari a 19 anni e mai scelta fu più decisiva per il proseguo della sua vita calcistica. Quella squadra stravolge gli equilibri del campionato argentino, arrivando a una vittoria di distanza dalla conquista del Torneo di Clausura del 2009. Pastore in quel contesto esplode e illumina su e giù per l’Argentina, gravitando tra centrocampo e attacco: con 7 reti è il capocannoniere dell’Huracán e come un magnete attrae su di sé l’interesse di mezza Europa.



Nella vita e nella carriera di Pastore subentrano due figure di notevole importanza: Walter Sabatini e Maurizio Zamparini. Il pressing sul nativo di Córdoba è feroce nell’estate del 2009, come lui stesso ricorderà anni più tardi. Telefonate, soggiorni continui a Buenos Aires per convincere i genitori, tutto pur di tentare di strappare il giocatore dalle grinfie dei top club. Nella testa del ragazzo, appena ventenne, risuona forte il desiderio di voler giocare, trovare la giusta continuità di rendimento dopo sei mesi al limite della perfezione disputati con l’Huracán. La scelta è di quelle dannatamente romantiche: sposare il progetto Palermo in una realtà passionale come quella siciliana, con il tambureggiante richiamo argentino nell’aria.

Javier raggiunge i nuovi compagni nel ritiro austriaco del club rosanero assieme a Sabatini. Ad accoglierlo è lo stesso Zamparini, che ha accettato l’offerta di 7 milioni di euro proposta dall’Huracán. Il patron lo vuole subito vedere all’opera, malgrado le 14 ore di volo sulle spalle, anche solo per cinque minuti. Questa la testimonianza del tabagista umbro, rilasciata in un recente racconto a La Repubblica: «Arrivò in ritiro in montagna, direttamente dall’aeroporto. Il presidente mi chiese di farlo giocare cinque minuti, giusto una breve apparizione per accontentare i tifosi. Pastore, anche se stanco, fece una giocata straordinaria: stop e tunnel. Io dovevo andare in bagno, mi diressi nello spogliatoio, trovai Zamparini che piangeva dall’emozione davanti al bel gesto di Pastore. Si complimentò anche con me, l’unica volta».

Una reazione mistica, che tocca i confini religiosi dell’apparizione. Non che ci fossero dubbi sull’effettiva bontà tecnica dell’argentino, ma alla sola visione, in carne e ossa, di una semplice giocata, Zamparini intravede quello che pochi mesi più tardi, a campionato iniziato, lascerà a bocca aperta l’Italia intera.

Un po’ come accaduto con l’Huracán, dopo un inizio ottimo con un assist all’esordio in campionato contro il Napoli, per Pastore nasce un problema di incongruenza tattica con l’allora tecnico Walter Zenga. Qualche panchina di troppo frena l’irruenza di chi vuol rendere l’estrema fiducia di un ambiente che punta forte sulle sue prestazioni.

La svolta arriva nel mese di novembre, quando a sedersi sulla panchina del Palermo è Delio Rossi. Tra i due si crea un rapporto idilliaco, che el Flaco paragona a quello avuto con Cappa, e il suo rendimento inizia, finalmente, a decollare. Una squadra che gioca a meraviglia, all’interno della quale non mancano nomi di spicco, uno su tutti Edinson Cavani. Nel 4-3-1-2 schierato dal tecnico romagnolo si esalta la figura del trequartista, tatticamente cresciuto rispetto al fantasista estroso proveniente dall’Argentina. La tranquillità con cui Javier fa sembrare semplici le cose più difficili manda in visibilio il pubblico del Barbera. Eleganza, genio, purezza calcistica e visione di gioco, Pastore è un pianista che cambia di volta in volta il suo spartito e fa risuonare nell’aria una sinfonia spensierata che lascia attoniti.

Nel secondo anno a Palermo la prova del nove è quella della continuità. Un test superato alla grandissima dal Flaco. A cambiare sono gli interpreti: via Miccoli e Cavani, dentro Josip Iličić, Abel Hernández e Mauricio Pinilla, ma a restare immutata è la sostanza del numero 27 – il numero preferito della madre – che davanti alla sua gente, alla settima giornata di quel campionato realizza il sigillo più bello della sua avventura in Sicilia. È il 17 ottobre 2010 ed è il diciassettesimo minuto di gioco: Pastore riceve il pallone da Nocerino a oltre 20 metri dalla porta difesa da Viviano. La situazione sorride a un eventuale scarico verso un compagno o, all’occorrenza, a un controllo orientato che apra lo specchio a più comode conclusioni. Nulla di tutto ciò passa nei pensieri del ragazzo di Córdoba, il quale lascia partire un destro incantato di prima intenzione dritto sotto l’incrocio dei pali.

Quattro reti in sette turni che diventeranno undici a fine torneo, comprendenti, peraltro, una storica tripletta nel derby d’andata contro il Catania. Pastore è ancora oggi il primo e unico calciatore ad aver mai realizzato tre gol nel confronto sopracitato: la settimana più bella della sua carriera. Non è semplice raccontare il significato che ha assunto l’esperienza palermitana nella vita dell’argentino. Un’oasi di pace, che ha adottato, come fosse un figlio, l’ex Huracán. Lì ha conosciuto la donna della sua vita, Chiara, amici e compagni che diventeranno parte di una famiglia, come Sirigu, padrino della figlia. L’affetto della gente è ciò che Javier ricorda negli anni a venire, un concetto intelligibile e fuori dalle logiche del sistema calcio.

Quella squadra arriverà ad un passo da una storica qualificazione in Champions League, centrando comunque un altrettanto importante accesso all’Europa League, al quale si aggiunge uno splendido cammino in Coppa Italia l’anno seguente, interrotto solamente dal 3-1 in finale contro l’Inter, Campione d’Europa in carica e decisamente troppo forte in quel singolo confronto. L’addio di Pastore dalla Sicilia si disegna quasi istintivamente, proprio, alla fine di quell’annata. A bussare alla porta di Zamparini è il Paris Saint-Germain, carico di milioni e all’inizio di un ciclo che porterà nella Capitale francese i migliori interpreti del gioco del calcio, in un tripudio di stelle lucenti.



L’argentino diventa, all’epoca dei fatti, il giocatore più pagato della storia della Ligue 1 e del club, con la cifra record di 42 milioni di euro. A Parigi arriva, per lui, il momento di arricchire un palmarès povero di trofei, se confrontato all’infinita classe mostrata sul terreno di gioco. La squadra, almeno al momento del suo approdo, era ben lontana dalla corazzata che conosciamo oggi, ma dall’arrivo in panchina di Carlo Ancelotti nel gennaio del 2012 – al posto di Antoine Kombouaré – si inizia a scorgere l’impronta di un progetto tecnico vincente, almeno all’interno dei confini transalpini. In 269 presenze al Paris Saint-Germain, Pastore mette a referto 45 reti e 61 assist, schierato quasi sempre a sinistra nel caratteristico 4-3-3 dell’allenatore ex Milan prima e di Blanc poi.

La miglior versione del “Flaco parigino” si mostra fino al termine del campionato 2014/2015, il terzo di cinque conquistati da Pastore, con altrettante Coppe di Lega e Supercoppe francesi, mentre saranno quattro le Coupe de la Ligue in bacheca. Restano le delusioni europee, con il traguardo dei quarti di finale, raggiunto in svariate occasioni, come baluardo estremo. Proprio in quella competizione balza ai ricordi la rete che ha dato l’illusione della semifinale ai tifosi presenti al Parco dei Principi nell’andata giocata dal PSG contro il Chelsea il 2 aprile 2014. A pochi minuti dal fischio finale, Pastore tiene palla vicino alla bandierina di destra, attirando su di sé l’attenzione di tre giocatori avversari. Come una ballerina di danza classica, muove il pallone, leggiadro, evitando interventi e tentativi di scippo spinti dalla frenesia del momento. D’un tratto, un gioco di prestigio di rara bellezza con un movimento destro-sinistro di matrice circense, gli consente l’ingresso in area e un minimo angolo di tiro che Pastore non si lascia sfuggire. Sinistro al bacio e Čech battuto con la precisione degna del miglior Ronnie O’Sullivan.

Gli ultimi tre anni nella Capitale francese non sono tra i più indimenticabili della sua vita sportiva. All’orizzonte si profilano una serie concatenata di guai fisici che posano un velo colmo di malinconia e buone speranze sulle prestazioni in campo del Flaco. Una costante della seconda parte della sua carriera.

Il Pastore ammirato in Argentina, a Palermo e a Parigi rimane di una bellezza inaudita, contrapposto a ciò che rimane prima e dopo il suo ritorno in Italia, alla Roma, nell’estate del 2018. L’investimento è di quelli importanti – circa 25 milioni di euro – per un quasi trentenne con la spada di Damocle dell’infortunio sopra il suo capo. Con lui in Italia fa capolino, nuovamente, il suo numero 27, messo da parte al Paris Saint-German per far posto al più consono 10, lasciato poi a Neymar nella stagione dell’ultimo tango a Parigi. Con i giallorossi, allenati da Eusebio Di Francesco, si rivede, all’esordio, largo a sinistra nel tridente composto da Edin Džeko e Cengiz Ünder. Alla seconda presenza, ecco, la prima di quattro, misere reti in 37 apparizioni, spalmate in tre stagioni. Un colpo dei suoi, di tacco, nel pirotecnico 3-3 di fine agosto contro l’Atalanta.

Parafrasando il titolo della nota commedia di William Shakespeare, quel bagliore andato in scena all’Olimpico ha rappresentato il più classico dei Sogni in una notte di “fine” estate per il tifo giallorosso, arrivato all’odio represso, verso un Pastore, via via disperso e imbottigliato tra un’infermeria e l’altra di Trigoria con il passare delle stagioni. Fuori dal progetto tecnico con Paulo Fonseca e messo fuori rosa da José Mourinho, il 30 agosto 2021 arriva la risoluzione consensuale del suo contratto con la Roma.

La fuga di Pastore in Spagna, all’Elche, nel campionato ormai concluso suona come un tentativo di allontanarsi dalla pressione di un circus che inizia a stare stretto all’argentino. Dieci presenze impalpabili e una Liga vissuta, praticamente, da spettatore non pagante. El Flaco ricorda a tutti l’inevitabilità del tempo che passa e che trascina con sé, come un oceano in tempesta, i fatti salienti di una vita trascorsa a far brillare gli occhi dei suoi sostenitori. La nostalgia di oggi fa parte del romanticismo che circonda, da sempre, il vissuto calcistico del numero 10 travestito da 27 nato a Córdoba, adottato da Palermo e da tutti coloro i quali non smettono mai di meravigliarsi davanti allo stupore di una bella giocata.

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