Premier League

La Premier League è davvero il campionato più bello del mondo?

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La Premier League è davvero il campionato più bello al mondo? L’annosa questione imperversa spesso sui social e nelle trasmissioni televisive di stampo sportivo, nel quale ancor più spesso parlando di calcio inglese si fa sfoggio di una certa riverenza, quasi come se si stesse trattando la materia come fosse qualcosa di un valore superiore. Proviamo dunque a rispondere alla domanda, analizzando qualche dato, sviscerando ogni aspetto di questa competizione e ponendo il paragone con la nostra amata/odiata Serie A.

Se opinabile da parte di taluni può essere il riconoscere alla Premier League il titolo di “Campionato più affascinante”, di sicuro meno incline a dibattito è ciò che riguarda l’ambito economico; la massima competizione inglese è quella più ricca al mondo, quella che genera più introiti e di conseguenza più ripartizioni per i propri club: basti pensare ai dati della scorsa stagione forniti da Calcio & Finanza, che hanno visto i club del campionato d’oltremanica accaparrarsi complessivamente ben 2,7 miliardi di euro di diritti televisivi tra distribuzione nazionale e estera di campionato e coppe nazionali (FA Cup e Carabao). E la Serie A? Beh, il divario è impietoso, contando che è previsto che le società del nostro campionato intaschino dai diritti TV “appena” 1,4 miliardi nell’intero triennio che abbraccia la stagione in corso e le prossime due. A ciò va di conseguenza ad aggiungersi un discorso di appetibilità che ha portato la Premier League a giungere a cifre da capogiro sugli schermi di un numero infinitamente maggiore di paesi rispetto a quanti invece sia riuscita finora a raggiungere la Serie A, che tuttavia va detto, sta lavorando decisamente meglio in questo senso negli ultimi tempi, se prendiamo in esame accordi quali quello che ha portato (e che porterà ancora per due anni) la Supercoppa Italiana in un paese più che propenso a notevoli esborsi come l’Arabia Saudita e il tanto discusso “Fattore CR7”, che, piaccia o no, suscita curiosità agli occhi del pubblico internazionale.

Il rovescio della medaglia è però di stampo squisitamente tecnico, ed è doveroso esprimere un punto di vista decisamente fuori dal coro. L’opinione comune vuole quello inglese come un calcio ad alti ritmi, spettacolare, divertente e di alto livello, ma è giusto dire che ciò lo renda migliore?

Sia chiaro, un ritmo incalzante ad una partita di calcio di sicuro rende alta la soglia dell’attenzione dello spettatore, aumenta la possibilità di ribaltamenti di fronte e dunque di risultato, nonché la probabilità che ci siano più reti, ma spesso abbassa la possibilità di assistere ad azioni ben orchestrate. Non è tutto oro ciò che luccica, dunque, e la precisazione più che ovvia è che bisogna fare una distinzione specifica tra ciò che è “divertente da vedere” e ciò che è “di buona qualità”.

Le inglesi del resto non brillano in Europa, sebbene si siano rifatte prepotentemente sotto nell’ultimo anno con il Liverpool finalista di Champions League: fatta eccezione per la vittoria in Europa League del Manchester United due stagioni or sono le squadre di Premier League difficilmente sono arrivate lontano nella competizione più prestigiosa del nostro continente nelle ultime edizioni, e ciò va imputato ad una comune scarsa fluidità di gioco, contando che persino l’esponente che più delle altre, tramite il proprio allenatore, basa la propria filosofia sul gioco palla a terra, non registra a livello internazionale risultati eclatanti. Effettivamente, assistendo ad una qualunque partita di Premier League, è facile notare come la priorità sia spezzare le trame avversarie più che crearne di proprie, tendenza che mina tutto ciò che riguarda il possesso palla, oltre che l’equilibrio difensivo.

Equilibrio difensivo spesso tacciato come principale ossessione delle squadre italiane: gli undici del nostro paese hanno sempre convissuto con la nomea dei catenacciari, di quelli intenti a non subire gol, prima di tutto. Nomea che più di ogni altra appartiene al passato: spesso non si riconosce un calcio italiano in evoluzione, in crescita, incline ad un cambiamento che le vede incentrate su un approccio visto meno in passato rispetto ad ora. Un dato su tutti: la Premier League, elogiato a spron battuto per essere un campionato in cui si segnano molti goal, ha registrato nell’edizione 2017/2018 436 reti complessive: meno rispetto alle marcature presenti nel tabellino della Serie A della stessa annata, davanti con 464 goal.

Il vero punto di forza della federazione inglese è un sistema calcio solido e ben collaudato, che vede invece nella controparte italiana continui cambiamenti dirigenziali e strutturali, soprattutto per quanto riguarda le leghe minori, che rimangono sostanzialmente invariate in Inghilterra con le loro Championship, League One e League Two, e che invece subiscono continui meccanismi di ripescaggi, fallimenti e penalizzazioni nel nostro paese. Come ampiamente dimostrato però, dal punto di vista del campo l’Italia c’è, cresce e migliora, fornendoci buone partite e talenti in crescita.

Gli elementi ci sono tutti, restano da fare le ultime valutazioni: la Premier League, è davvero il campionato più bello del mondo?