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Ralf Rangnick potrebbe essere l’uomo giusto per il Milan

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Quando Ralf Rangnick nel 2011 si presentò a San Siro per la sfida di quarti di finale contro l’Inter, la conferenza stampa che tenne prese ben presto una piega ben delineata: per l’allenatore dello Schalke 04 San Siro significava Milan e Milan significava Arrigo Sacchi. La conferenza assunse un significato inequivocabile, lasciando pochi dubbi sulle influenze che avevano marchiato l’allenatore tedesco.

«Che cos’ha fatto per il calcio quell’uomo che sembrava Louis de Funès e che prima vendeva scarpe, è incredibile. Credo che ogni giocatore che sia stato alle sue dipendenze sia più istruito tatticamente di qualsiasi insegnante dei corsi per allenatore»

Evidentemente quel campo e quella panchina, teatro dell’estasi del sacchismo, devono aver portato bene al “professor” Rangnick, che in quella partita rifilò un secco 5-2 all’Inter reduce del Triplete.



Questo piccolo aneddoto dovrebbe bastare per rendere l’allenatore tedesco un po’ meno inviso ai tifosi milanisti, già impegnati in una formidabile levata di scudi contro le indiscrezioni riguardanti il futuro della panchina rossonera.

Al netto delle rivalità da derby, abbozzare un ritratto accattivante di Ralf Rangnick non è semplice: l’età non gioca dalla sua parte, i trofei vinti sono pochi, e per di più di scarsa rilevanza se valutati dalla nostra prospettiva, le precedenti panchine non sono quelle di club blasonati, il nome non è facile da pronunciare e nemmeno l’aspetto fisico fa vibrare particolarmente gli animi, più simile ad un burocrate teutonico che non ad un condottiero tragico. 

Eppure der Professor è un personaggio più sfaccettato e curioso di quanto l’impersonalità dei dati non possano lasciar intendere. Basti pensare che prima di diventare Head of Sport and Development Soccer della Red Bull è stato uno studente di letteratura inglese alla Sussex University, ed un grande amante di Dickens.

In primo luogo va detto che Ralf Rangnick è, banalità, un tedesco, ma un tedesco dalla profonda morale luterana e, in quanto tale, un professionista. Tutto il suo lavoro è mosso dalla sincera fede che seminare sia meno teatrale ma più importante che raccogliere, che la vera sfida si giochi dietro le quinte, tra le pieghe dei particolari. E poco rileva se al termine dello spettacolo a raccogliere fiori e applausi saranno altri, ciò che importa è la coscienza di essere stati il peso che ha inclinato il piano della storia.

In questa prospettiva va inquadrata la decisione presa da Rangnick di nominare il proprio sostituto per la stagione successiva al Lipsia – il giovanissimo Julian Nagelsmann – ancor prima di intraprendere il percorso che trascinerà la squadra della Sassonia al terzo posto in Bundesliga, regalando al Lipsia la possibilità di disputare la Champions League per la prima volta nella sua storia. Contingenze che i dati non possono rilevare. Così come non possono rilevarne il lavoro edificate che gli ha permesso di trascinare ben tre squadre dalla terza divisione alla Bundesliga: l’Ulm, l’Hannover e l’Hoffenheim.



I risultati di Rangnick non vanno ricercati nella bacheca trofei ma, piuttosto, nell’influenza che ha avuto sotto diversi punti di vista.

Un aspetto che impressiona del lavoro dell’allenatore tedesco è quello relativo all’ascendente che ha avuto sulla Bundesliga: in avvio di stagione cinque delle prime sei squadre della massima serie tedesca erano guidate da suoi discepoli. Tant’è che si è cominciato a parlare di Rangnickliga.

Anche rispetto al mercato Ralf ha dimostrato una lungimiranza fuori dal comune, la lista dei giocatori lanciati da lui nel calcio che conta è imbarazzante: Luiz Gustavo (acquistato per 1 milione), Roberto Firmino (4), Sadio Manè (4), Diego Demme (0,35), Takumi Minamino (0,8), Timo Werner (10), Erling Braut Håland (4). A ciò va aggiunto che Joel Matip, Roberto Firmino, Naby Keita e Sadio Mané sono quattro campioni d’Europa scoperti e allenati dal tedesco.

Questo a dimostrazione del fatto che il lavoro di Rangnick va sedimentarsi fin nelle fondamenta della società; sceglierlo significa andare nella direzione di un cambiamento profondo, significa affidarsi totalmente ad una certa filosofia calcistica che coinvolge la squadra tanto negli aspetti squisitamente tecnico-tattici che negli aspetti societari.

Nei club in cui ha lavorato da allenatore o da dirigente il tedesco ha introdotto, anche attraverso investimenti cospicui, strumenti avanguardistici: all’Hoffenheim ha portato Bernhard Peters, ex allenatore di hockey, per implementare schemi verticali e Hans Dieter Hermann, come psicologo, il quale aveva già lavorato con la Germania ai mondiali del 2006. Fece poi dotare il club di strutture innovative riformando il centro d’allenamento e dotandosi di supporti tecnologici – specie nell’apparato video – all’avanguardia. Replicherà l’esperimento con il Lipsia, portandolo dalla quarta serie alla fase finale della Champions. In sette anni.



Quanto all’aspetto tattico è utile partire da un aneddoto: Rangnick viene chiamato der Professor per aver cercato di spiegare ai tedeschi – in prima serata su un canale televisivo nazionale – le sue, all’epoca curiose, tattiche di gioco. Era il 1998 e in Germania il libero e la difesa a uomo sembravano principi immutabili al pari dell’eliocentrismo. Ralf, in quel momento allenatore semi-sconosciuto di seconda divisione, si esibisce in un dotto monologo, introducendo una tattica di gioco che prevedeva l’utilizzo della riaggressione, la soppressione del libero – introducendo la difesa a quattro – e l’adozione della difesa a zona. Se a tutto questo si aggiunge un paio di occhiali ed un vestito decisamente troppo grande si fa presto a capire come siano potute proliferare certe ironie.

Nonostante la stroncatura, Rangnick alla fine ebbe ragione, nel giro di un lustro il ruolo del libero si estinse e la maggior parte delle squadre di Bundesliga optò per la difesa a quattro. Ma la ricerca tattica del tedesco non si interruppe a quel punto: continuò ad innovare, diventando famoso soprattutto per l’utilizzo massimalista del gegepressing. L’idea che sta alla base di questo principio di gioco è semplice: se – statisticamente parlando – la maggior parte dei goal avviene dopo pochi secondi dalla riconquista della palla perché non specializzarsi proprio in quest’aspetto? La squadra ideale di Rangnick deve quindi essere verticale, aggredire alto e soprattutto impegnarsi nella riconquista veloce del pallone. A titolo di esempio, il 60% dei goal del suo Lipsia si concretizzavano nei primi 8 secondi dalla riconquista della palla.

Rimane adesso da chiedersi se Ralf Rangnick sia il profilo giusto per tentare di rilanciare il Milan.

La necessaria premesse al discorso è che sia oggettivamente lecito, per ogni milanista, nutrire un certo grado di scetticismo per tutto ciò che viene riproposto come rivoluzione: le delusioni, le false speranze, le promesse incompiute in questi anni decadenti sono state tremendamente troppe.

Ma qualcosa di diverso il nome di Rangnick sembra riecheggiare, soprattutto perché tutte le rivoluzioni incompiute sono state affidate al deus ex machina del mercato; come se fosse sufficiente decontestualizzare qualche buon giocatore per creare una squadra eccellente. Scegliere il tedesco invece significa scegliere un percorso, un’idea, significa scegliere la lungimiranza. Sarebbe l’occasione per il Milan di affrancarsi finalmente dall’aleatorietà del mercato, dando vita ad una vera e propria fucina in cui costruirsi i propri talenti.

È evidente che per raccogliere i frutti di una decisione di questo tipo servirà tempo e fiducia. Ma dopotutto il Milan è quel club che si è fatto trasportare nella storia del calcio da un ex venditore di scarpe di Fusignano. Dovrebbe essere la dimostrazione esistente che l’idealismo, tutto sommato, paga.

Ritornando alla letteratura inglese, Beckett diceva: «Ho provato, ho fallito. Non importa, riproverò. Fallirò meglio.», nulla ci assicura che il Milan non stia andando ancora incontro all’ennesimo bluff, ma se fallirà anche questa volta potrà almeno dire di avere fallito meglio.


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