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Roma-Barcellona 3-0, fuori da ogni logica

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Il 10 aprile 2018 è uno di quei giorni destinati a restare per l’eternità nella storia della Champions League, quando la Roma, una squadra fin troppo tristemente abituata a subire umilianti imbarcate nel corso della competizione, è riuscita ad annichilire il Barcellona, una delle formazioni più forti del decennio, compiendo insomma un’impresa in pieno stile Davide contro Golia, ribaltando completamente le aspettative della vigilia.



Per parlare di questo miracolo bisogna però fare prima un passo indietro di una settimana, alla gara di andata dei quarti di finale di Champions League, al Camp Nou si gioca Barcellona-Roma. I catalani sono nettamente favoriti grazie alla maggiore esperienza e al tasso tecnico, di gran lunga superiore a quello giallorosso, eppure il tecnico romanista Eusebio Di Francesco cambia schieramento tattico dei suoi giocatori, portando un pressing molto alto che mette incredibilmente in difficoltà i ragazzi di Valverde.

La Roma meriterebbe il gol, si vede negare un rigore quasi netto e puntualmente, come sempre nella sua storia, arriva la beffa. Serpentina classica di Don Andrés Iniesta al limite dell’area, tocco verso Messi e anticipo di De Rossi. Palla all’angolino imprendibile per Alisson, al trentottesimo il punteggio dice 1-0 Barça.

Il secondo tempo inizia sulla falsariga del primo, con i blaugrana un po’ più propositivi, e al cinquantacinquesimo la seconda beffa: cross dagli sviluppi di un angolo, Manōlas in scivolata anticipa Umtiti trafiggendo ancora un incolpevole Alisson, 2-0 con due autogol.

Qui tutti i tifosi della Roma iniziano a temere il classico tracollo europeo, soprattutto quando 4 minuti più tardi Piqué insacca sulla ribattuta di un tiro di Suárez, ma, forse complice un Barcellona troppo passivo, la Roma non molla e reagisce, con un Perotti in stato di grazia. El Monito prima costringe ter Stegen a togliere una palla destinata a rimuovere le ragnatele dall’incrocio e a 10 dal termine serve a Džeko il pallone del 3-1. Tutto riaperto, almeno matematicamente, ma uno scellerato passaggio in area giallorossa di Gonalons permette a Suárez di segnare il 4-1. Finisce così al Camp Nou. Tutto pronto per la solita beffa per la Roma, gran partita e stagione ma tutto ancora vanificato dall’imprecisione e dalla sfortuna. Eppure la prestazione dei ragazzi di Di Francesco porta la gente a sognare una storica remuntada.



La città freme ed è letteralmente elettrizzata, quasi mai nella storia si è vista una Roma così in grado di giocarsi le proprie opportunità con i colossi del calcio mondiale. Si giunge dunque al fatidico 10 aprile, un tiepido martedì primaverile, giorno in cui gli dei del calcio hanno stabilito che i sovrani dell’Olimpo debbano essere rovesciati. Sugli spalti sono più di 55.000 i tifosi pronti a spingere i giallorossi all’impresa. DiFra per il ritorno cambia totalmente assetto di gioco, disponendo i suoi in un inedito 3-5-2: Alisson in porta, Fazio, Manōlas e Juan Jesus in difesa, Florenzi e Kolárov sugli esterni, con De Rossi, il ninja Nainggolan e Strootman a centrocampo e pronti a lanciare a rete Schick e Džeko. Il Barça di Valverde risponde con un 4-4-2 che presenta ter Stegen tra i pali, Semedo, Jordi Alba, Piqué e Umtiti in difesa, centrocampo presieduto da Iniesta, Sergi Roberto, Rakitić e Busquets, con Messi e Suárez a formare una scoppiettante coppia d’attacco.

Fischio d’inizio, tutto pronto per una grande serata di calcio, ma, apparentemente, non per una grande serata di Roma: dopo soli 3 minuti Messi porta a spasso la difesa, lasciando aperta una prateria a Sergi Roberto, che non riesce però a superare Alisson. Alla Roma serve, anzi è obbligatoria, una riorganizzazione tale da evitare un tracollo similare a quello dell’andata, e nel momento più importante chi può salire in cattedra, se non il capitano? De Rossi gestisce una gran palla a centrocampo, lanciando Džeko tra la difesa blaugrana, controllo difficoltoso del bosniaco, il quale resiste con grande esperienza a Umtiti e si presenta davanti a ter Stegen, e per capire che questa sera non è una sera come tutte le altre basta vedere come quel pallone entra: Edin colpisce la palla con la suola del piede sinistro, imprimendo al pallone una traiettoria beffarda che non lascia scampo al portiere tedesco.

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La Roma è in vantaggio e ora non deve mollare la presa, e, quasi antiteticamente alla propria storia, la presa non viene mollata per niente. Viene infatti apportata una pressione se possibile ancora maggiore, nel tentativo – quasi impronosticabile alla vigilia – di mandare in confusione il grande Barcellona.

Inizia il secondo tempo e il leitmotiv della partita incredibilmente non cambia, al 12′ è ancora un lancio lungo a liberare Džeko, una vera e propria spina nel fianco della non solidissima difesa del Barça, che fa a sportellate con Piqué, fino a quando il difensore non lo atterra. Ci starebbe il cartellino rosso per chiara occasione da rete, ma l’importante è che Turpin assegni il rigore ai capitolini. È di nuovo il momento del capitano, del simbolo della romanità e del romanismo, dell’ultras che ha lasciato il posto in curva per sputare sangue direttamente sul campo. De Rossi calcia un rigore imparabile, ter Stegen può solo sfiorare, Roma ad un passo dal miracolo, ora sognare è lecito.

Il Barcellona è completamente in confusione e in difficoltà, e viene addirittura umiliato dai giocatori giallorossi: il simbolo è lo scatto con cui Kolárov semina un anemico Messi e lo costringe allo sgambetto da dietro. Se anche il condottiero del Barça sembra aver gettato la spugna vuol dire che qualcosa di inedito e di impensabile sta per accadere.



Vengono inseriti Ünder ed El Shaarawy per intensificare gli sforzi, ma i tentativi di Nainggolan, dello stesso giovane turco e del faraone si risolvono con un nulla di fatto. Fino a quando, nel corso dell’ottantunesimo giro di orologio, alle ore 22:22 del 10 aprile 2018, Cengiz Ünder batte un corner dalla sinistra, la palla finisce nella zona del primo palo, sembra imprendibile per chiunque, tranne che per Kōstas Manōlas, un uomo venuto dalla terra del passato per antonomasia, dalla mitica Grecia, pronto a rievocare le imprese dei suoi antenati guerrieri, che si avventa come un falco e con una rabbia disumana su quel pallone, anticipando Nelson Semedo e trafiggendo di testa ter Stegen. Esplode l’Olimpico.

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La Roma con quel gol ha clamorosamente raggiunto il risultato necessario per passare il turno di Champions, ma ci sono ancora 9 lunghissimi minuti da giocare, durante i quali il Barcellona si riversa in attacco, alla disperata ricerca del gol che gli permetterebbe di salvare la qualificazione, oltre che l’onore e lo status di squadra insormontabile, ma, come detto per Messi, la squadra è totalmente anemica e manca di organizzazione, portando avanti solamente attacchi confusi: ci prova Dembélé con un tiro a mezza altezza parato agilmente da Alisson, un gigante impossibile da superare; ci prova finalmente Messi al termine di una strana azione in area di rigore romanista, ma anche in questo caso lo sforzo è vano; e neanche quando nel recupero finale ancora Dembélé – con la complicità di Alisson e del guardalinee – rischia di far saltare le coronarie dei tifosi romanisti, si sblocca la situazione.

Turpin fischia per tre volte, l’impensabile è appena accaduto, la Roma batte 3-0 il Barcellona e vola in semifinale di Champions League, compiendo non solo una delle imprese più assurde della sua storia, ma anche della storia dell’intera competizione, guidata dai due sfortunati protagonisti della partita d’andata e dal solito Edin Džeko.

Manōlas viene sommerso dai compagni di squadra, la diretta televisiva riprende il suo urlo da eroe euclideo, solo pochi attimi prima che sfoghi tutta la tensione accumulata in un pianto solitario sulla panchina dell’Olimpico. Era dal 1984 che i giallorossi non accedevano alla semifinale della massima competizione europea, quando fu il Liverpool a fermare la corsa dei ragazzi di Liedholm, e, caso vuole, che saranno ancora i Reds a far terminare il sogno dei giallorossi, confermandosi come la bestia nera europea dei capitolini, ma non potendo mai cancellare l’epicità di una partita che resterà per l’eternità ineguagliabile e fuori da ogni logica.

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