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Bagarre salvezza, una storia di tragedie e miracoli

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Si è da poco concluso il campionato italiano 2021/2022. Un torneo che ha regalato sorprese e verdetti insperati un po’ in ogni zona calda della classifica. La vittoria finale del Milan, la débâcle juventina e il ritorno in Europa dei viola, fanno da specchio alle retrocessioni clamorose, quantomeno in considerazione della loro recente tradizione, di Genoa e Cagliari, e dell’autentico miracolo sportivo realizzato dalla Salernitana di Davide Nicola, capace di ottenere la salvezza in Serie A.

Sebbene la spettacolarità di questo campionato sia innegabile, data la mole di verdetti arrivati solo all’ultima giornata, dal punto di vista della qualità delle partite, in particolare dei big match e della qualità tecnica espressa in campo, il gap con i maggiori campionati esteri – Premier League e Liga –, è sembrato ringrandirsi.

Oltre che per le big, questo generale passo indietro si è riflesso a cascata anche nella parte bassa della classifica, dove si è registrata la più bassa quota salvezza degli ultimi trent’anni di Serie A – la più bassa di sempre se consideriamo solo le Serie A con venti squadre e tre punti a vittoria. Ma da cosa può essere dipeso?

Ad inizio campionato, a suscitare la maggiore perplessità riguardo le possibilità di raggiungere la salvezza, sono le neopromosse Venezia e Salernitana. Presto però i veneti di Paolo Zanetti iniziano a sviluppare il loro campionato, sfruttando idee di gioco collaudate in cadetteria e un livello tecnico generale che, come vedremo, ha permesso a diverse società di competere tranquillamente per la salvezza, anche senza nomi blasonati.

La Salernitana, d’altro canto, se si esclude la vittoria esterna arrivata proprio a Venezia, sembra terribilmente inadeguata per la categoria. È impossibile per Castori, allenatore di tradizione difensivista, riuscire a inculcare nei suoi quella scintilla capace di fare le veci alla pochezza esprimibile in termini tecnici. Il tecnico marchigiano verrà esonerato dopo sole otto giornate.

Le altre squadre la cui permanenza in Serie A pare piuttosto dubbia sono lo Spezia e l’Empoli.

A condizionare la percezione sulle reali potenzialità dei liguri è l’addio di Vincenzo Italiano, le cui qualità universalmente riconosciute conferivano agli spezzini un’aura di rispetto che Thiago Motta non è di certo riuscito a guadagnarsi nella sua precedente esperienza genoana. Le aspettative sulle sue doti da allenatore sono basse, soprattutto se abbinate a una rosa, che rispetto alle meno quotate Venezia e Salernitana, si distingue solo per un anno di esperienza in più nella massima serie. Lo Spezia è inoltre, in estate, falcidiato da numerosi casi di covid fra i suoi tesserati, che ne hanno inevitabilmente condizionato la preparazione estiva. A questo si deve aggiungere una libertà di movimento sul mercato fortemente limitata da questioni giudiziarie. Le premesse con cui i liguri si presentano al campionato sono dunque perlomeno preoccupanti.

Discorso analogo si può sviluppare sull’Empoli, che orfano di Dionisi, suscita basse aspettative a causa di una rosa di semisconosciuti per il grande pubblico. Sicuramente la qualità con cui i toscani hanno dominato la Serie B, lascia ben sperare anche per questa stagione, ma non è affatto scontato che Andreazzoli riesca a replicare le trame e l’intensità con cui l’Empoli ha dominato la cadetteria. Il tecnico massese si è infatti già reso in passato protagonista di una retrocessione su questa panchina, eppure le sue capacità professionali non sono in discussione. L’Empoli è storicamente una squadra che gioca bene a calcio, e in una parte bassa della classifica così equilibrata, potrebbe forse far valere questo dato, per partire con una marcia in più rispetto alle altre.

Sulla carta dunque si riconosce la presenza in Serie A di almeno quattro squadre caratterizzate da una rosa qualche gradino sotto la media della categoria, e le cui possibilità di salvezza passano esclusivamente dalla qualità del gioco espresso. Chi riuscirà a costruirsi una propria identità, un proprio modo di giocare e un discreto undici di partenza, si salverà. In fondo sono tre le squadre a retrocedere.

Quando il campionato comincia però altre tre squadre si candidano prepotentemente come papabili retrocesse: Genoa, Hellas Verona e Cagliari. Il Genoa schiera nella prima a San Siro contro l’Inter un undici impresentabile, scusato da numerosi infortuni e un mercato da concludere. A dire il vero, l’ipotesi di vedere i rossoblù scendere in campo con la squadra al completo, rendeva le aspettative di retrocessione piuttosto lontane. Il Verona soffre invece l’incapacità di Di Francesco di proseguire l’ottimo lavoro di Ivan Jurić, ma l’esonero immediato dell’ex allenatore della Roma, unito all’arrivo di un monumentale Tudor, allontanano presto i veneti da questi discorsi. Per quanto riguarda il Cagliari, a preoccupare è la povertà di mordente e gioco, che inevitabilmente si riflette sui risultati.


14. Empoli, 41 punti

Delle squadre di Serie A virtualmente in lotta per la salvezza, i toscani sono gli unici a superare la simbolica soglia dei 40 punti. Tuttavia l’Empoli non si salva certo per il rotto della cuffia, a testimonianza di come la quota salvezza sia drasticamente scesa negli anni, ma arriva addirittura quattordicesimo.

Aurelio Andreazzoli riesce a distinguere il suo Empoli dalle rivali sin dalle battute iniziali. È evidente che si tratti di una squadra dotata di una forte impronta tattica, ma non solo. Con il susseguirsi delle partite, si inizia a familiarizzare con i suoi interpreti, e risulta evidente come non si tratti affatto di una banda di sprovveduti.

Guglielmo Vicario si presenta come uno dei migliori portieri della nostra Serie A, con una percentuale di parate mostruosa, figlia tuttavia di un altrettanto notevole quantità di tiri subiti, le cui responsabilità vanno attribuite ad un sistema di gioco votato alla ricerca del gol e poca, a volte troppo poca, attenzione difensiva.

Una spinta offensiva garantita da esterni di grande qualità come Petar Stojanović e centrocampisti tecnici ed abili negli inserimenti come Nedim Bajrami e Filippo Bandinelli. Andreazzoli, nella prima parte di stagione, trova dunque un suo equilibrio, grazie anche alle geometrie di Liam Henderson. Nella seconda parte, però, qualcosa si rompe e non bastano i vari innesti in difesa per registrare i numeri del reparto. Una menzione particolare merita l’attacco, retto dalla migliore versione di Andrea Pinamonti e da un generoso Patrick Cutrone, con Federico Di Francesco decisivo nel dare il suo apporto in termini di fantasia ed esperienza.

Nonostante un girone di ritorno povero di risultati, e 17 sconfitte complessive, col senno del poi, l’Empoli non è mai stato realmente a rischio retrocessione. Le prestazioni a dire il vero non sono mai mancate, anche nel periodo più buio, ma è evidente che qualche ingranaggio difensivo si fosse rotto. Sicuramente questi ragazzi, se dovessero restare in Toscana, attirerebbero intorno a sé e alla squadra, per la stagione futura, aspettative opposte a quelle dell’anno appena scorso. Basti considerare le vittorie a Napoli, Bergamo e allo Stadium per sentenziare che l’Empoli in A ci può stare, e ci sta anche bene.


15. Sampdoria, 36 punti

La Sampdoria è una di quelle squadre che in un altro contesto, avrebbe potuto davvero rischiare quantomeno di lottare fino all’ultimo secondo per la sua permanenza in Serie A. Non è più raro vedere una squadra salvarsi con 36 punti, ma non si può comunque negare che i liguri abbiano sfruttato la lentezza con cui alle loro spalle si tentava di impensierirli.

La Samp di Roberto D’Aversa non preoccupava tanto per i risultati, scadenti, ma non eclatanti, ma per una povertà di idee clamorosa. In certe partite, come nella sconfitta interna contro la Lazio, sembrava quasi che la superiorità dell’avversario derivasse dall’incapacità dei doriani di proporre contromosse. L’arrivo di Marco Giampaolo non ha tinto una stagione incolore, scivolata velocemente via una sconfitta dopo l’altra, con qualche sussulto, come il 4 a 0 interno contro il Sassuolo, e il paio di derby vinti, con la parata di Emil Audero su Criscito che ha di fatto condannato i cugini alla retrocessione.

Dunque, passi qualche fortunata combinazione romantica, le buone stagioni di Tommaso Augello, Antonio Candreva e Abdelhamid Sabiri, e poco altro, servirà qualcosa di più per non rischiare di seguire la strada dei rivali cittadini. Anche perché sulla carta la Samp, alla rosa attuale, è una buona squadra, quasi troppo pigra per forzarsi a qualcosa di più.

Sicuramente ha inciso e inciderà sulle ambizioni dei blucerchiati la vicenda giudiziaria che ha coinvolto Massimo Ferrero, arrestato per bancarotta fraudolenta aggravata. È chiaro che una Samp che già alternava risultati soddisfacenti, a prove scialbe e deludenti, sull’inerzia dell’incertezza societaria, scivola lentamente in zona retrocessione. Sebbene il progetto di una Samp europea sia tramontato da anni, gli ulteriori sviluppi rendono il futuro doriano tristemente incerto.


16. Spezia, 36 punti

Come preventivabile, anche la stagione dello Spezia parte lenta, seppure si intraveda nei liguri qualcosa di positivo. L’eredità di Italiano non sembra del tutto dilapidata, ma anzi Thiago Motta riesce fin da subito a trasmettere un’impronta personale alla squadra, tuttavia non suffragata particolarmente dai risultati. Si parla addirittura di esonero, per molti ingiustificabile, fino al live-motive della stagione spezzina: un filotto di risultati clamorosi che riaccende la fiducia intorno al tecnico italo-brasiliano. Lo Spezia vince infatti i due derby contro Genoa e Sampdoria, e batte soprattutto il Milan in trasferta per 2 a 1. Tre vittorie di fila, che seguono il recente successo in trasferta a Napoli, per di più.

Sebbene, in seguito, i risultati negativi saranno più di quelli positivi, fino al 3 a 2 esterno a Udine decisivo per l’ottenimento della seconda salvezza consecutiva in Serie A, era difficile chiedere di più a questo Spezia. In molte partite l’inferiorità rispetto agli avversari è stata talmente evidente da far temere che la porta crollasse da un momento all’altro, eppure, lo Spezia, in modo ordinato e compatto, non ha quasi mai sfigurato, mostrando anche sprazzi di gioco offensivo, quando possibile.

Su tutti il portiere Ivan Provedel e il fantasista Daniele Verde sono gli autentici trascinatori della stagione spezzina, senza tralasciare l’apporto fondamentale del capitano Giulio Maggiore. Nel complesso i liguri hanno difeso la categoria contro chiunque, con le unghie e con i denti, meritandosi la salvezza.


17. Salernitana, 31 punti

L’unica squadra che ha davvero dovuto sudarsi fino all’ultimo secondo la salvezza è la Salernitana. E questo non è affatto un demerito, visto che già la salvezza in sé è un miracolo sportivo senza precedenti. I campani, quando viene esonerato Stefano Colantuono alla venticinquesima giornata, sono in una situazione disperata, non trovando la vittoria dal successo in casa del Venezia, che segue l’altra unica vittoria stagionale, in casa contro il Genoa. A rinvigorire le flebili speranze salernitane, due pareggi contro Genoa e Spezia, dirette concorrenti per la salvezza.

La squadra che Davide Nicola si trova a guidare è molto diversa da quella che ha iniziato il campionato. Non è certo una rosa da corsa Champions, ma abbastanza competitiva da poter giocare in Serie A senza sfigurare. La Salernitana non aveva avuto fino a quel momento margine di movimento sul mercato, data la gestione quantomeno rivedibile di Claudio Lotito, che costituiva anche un conflitto d’interessi. La situazione è degenerata mese dopo mese, fin quando i campani non si sono ritrovati senza presidenza e a rischio esclusione dal campionato, una prospettiva più unica che rara a questi livelli. In quest’ottica l’arrivo di Danilo Iervolino, e quello di Walter Sabatini in dirigenza, sono più che provvidenziali.

I granata, ad onor del vero, avevano raggiunto la A in modo inaspettato, con una rosa neanche attrezzata per ottenere una promozione dalla B. Sarebbe stato davvero impensabile salvarsi in queste condizioni, anche con l’apporto umano e tecnico di Franck Ribéry. Gli arrivi a gennaio di Luigi Sepe, Pasquale Mazzocchi, Federico Fazio, Ivan Radovanović, Emil Bohinen, Éderson e Simone Verdi, conferiscono credibilità al club, paradossalmente ora meglio attrezzato di alcune sue dirette rivali, dimostrando una volta di più le capacità indiscutibili del direttore sportivo di Marsciano.

La spinta decisiva è però proprio quella dell’allenatore, che riesce a incastrare le tessere del mosaico e a dimostrare fin dal primo giorno, con il 2 a 2 interno contro il Milan, che giocare contro la Salernitana da quel momento avrebbe avuto un altro significato. Ci vorrà comunque del tempo prima che le cose prendano la piega sperata, o sarebbe meglio dire insperata: è clamorosamente sufficiente battere Sampdoria, Fiorentina e Udinese per ritrovarsi magicamente fuori dalla zona retrocessione e a quattro giornate dalla fine più pronosticabile per la salvezza, che non il Cagliari.

La salvezza di Nicola, a differenza di quella di Crotone, è stata tremendamente più complicata, eppure così inevitabile. Tre pareggi, uno contro lo stesso Cagliari, e un 4 a 0 interno subito contro l’Udinese, saranno in seguito sufficienti per lasciarsi il Cagliari alle spalle: non certo una lotta all’ultimo sangue. Tremendamente complicata quindi, perché le condizioni di partenza erano drammatiche; inevitabile, perché il Cagliari non c’è mai stato.


18. Cagliari, 30 punti

I sardi si sono resi protagonisti di una lotta salvezza tristemente anonima. Sono solo tre le giornate che servono per convincere la società ad esonerare Leonardo Semplici, e consegnare la panchina a Walter Mazzarri.

Come spesso accaduto negli ultimi anni, un Cagliari costruito con ambizioni europee, con giocatori della nazionale italiana come Alessio Cragno e João Pedro, giocatori di caratura internazionale come Diego Godín, Martín Cáceres e Kevin Strootman, si ritrova inspiegabilmente impelagato nella parte bassissima della classifica. Che questa volta le cose si sarebbero potute mettere molto peggio degli anni precedenti, lo si capisce fin da subito. Il Cagliari in campo non esiste; nella trasferta di Napoli non vede mai il pallone, venendo totalmente annichilito dagli avversari, come accadrà poco dopo a Milano contro l’Inter: sconfitte che ci possono stare, ma non nelle modalità con cui si concretizzano. Dopo un 4 a 0 interno contro l’Udinese, la società alza la voce e rivoluziona alcuni punti chiave della sua rosa, accusando i giocatori in partenza di scarso impegno, paradossalmente gli stessi Godín e Cáceres da cui passavano gran parte delle ambizioni sarde.

A differenza di quanto fa la Salernitana, il Cagliari preferisce disfarsi dei grandi nomi e affidarsi a giovani più motivati, come Matteo Lovato e Giorgio Altare. Anche se, nei fatti, la rivoluzione riguarda solo il reparto difensivo, una contrazione positiva nei risultati per un po’ si vede, e il Cagliari lascia la zona retrocessione, in particolare con la vittoria di Bergamo targata Gastón Pereiro, che dà mostra di un undici molto più aggressivo e furbo di quanto visto fino a quel momento. Purtroppo però si tratta solo di un fuoco di paglia, e i sardi, dopo la vittoria a Torino, incappano in cinque sconfitte consecutive, troppe in un momento drastico come quello.

Non basta nemmeno la vittoria contro il Sassuolo a invertire la rotta: altre tre dolorose sconfitte e il pareggio nello scontro diretto con la Salernitana, costringono il Cagliari a giocarsi l’ultima giornata senza essere padroni del proprio destino: un Cagliari affidato ad Alessandro Agostini, che sembra ancora più scarico e povero di idee della sua versione precedente. È questa la costante della stagione del Cagliari, un atteggiamento rinunciatario da lasciare increduli. Lo sforzo frizionale per provare a battere il Venezia non è sufficiente per dire che “ci hanno provato fino all’ultimo”, anche perché in questa partita il Cagliari costruisce appena due occasioni nitide per sbloccare il risultato. Quanto accadeva a Salerno era un regalo troppo ghiotto per non scartarlo.


19. Genoa, 28 punti

Il Genoa che inizia la stagione con Davide Ballardini è ampiamente al di sotto del valore abituale di questo club. Si percepisce come una dirigenza che ci ha abituato negli anni a stravolgimenti annuali dell’organico, questa volta abbia tirato un po’ troppo la corda. Le toppe messe dagli arrivi di Nikola Maksimović e Felipe Caicedo non cambiano la situazione di una virgola. Come da copione, Ballardini viene esonerato e la panchina viene affidata a Andrij Shevchenko, che fa in tempo a regalare ai suoi tifosi una peculiare striscia di partite senza segnare, prima di riuscire a trovare la porta nel derby perso contro la Sampdoria.

Il Genoa nel frattempo sperimenta un cambio di proprietà, in favore del fondo statunitense 777 Partners, e di Alberto Zangrillo, formalmente nuovo presidente del club ligure. La nuova proprietà, però, investe moderatamente sul mercato, integrando la rosa con alcune prospettive interessanti, ma insufficienti a invertire una rotta drammatica, soprattutto perché l’attacco, il reparto più compromesso, viene rimpolpato solo dagli acquisti dei giovani Roberto Piccoli e Kelvin Yeboah, incapaci, giustamente, di risollevarne le sorti da soli.

Che affidare la panchina all’ucraino non abbia fatto che peggiorare le cose è presto sotto gli occhi di tutti, e quando alla ventitreesima giornata Alexander Blessin ottiene l’incarico di allenatore, la situazione sembra troppo compromessa, non tanto per la classifica, basti dire che alla fine l’ha spuntata la Salernitana, ma per la capacità dei genoani di trovare la porta. Saranno solo 27 i goal segnati dal Genoa, una miseria, dovuta a un parco attaccanti troppo lontano dagli standard della categoria.

Sebbene il tecnico tedesco sia riuscito a ridare entusiasmo all’ambiente e a trovare una quadra difensiva, migliorando il record di Shevchenko, con una sfilza interminabile di 0 a 0, grazie a buoni giocatori come Leo Ostigård e Johan Vásquez, quanto di “positivo” si può rintracciare nella stagione dei grifoni si esaurisce qui.

Il rigore sbagliato da capitan Mimmo Criscito all’ultimo minuto di un derby tiratissimo non è che il simbolo di una retrocessione assolutamente inevitabile. Inutile il sussulto casalingo contro la Juventus: quando il Genoa ha incominciato anche a incassare reti a grappoli, le speranze di una salvezza si sono sciolte come neve al sole.


20. Venezia, 27 punti

A chiudere la classifica c’è il Venezia, con, per gli standard attuali, la notevole quota di 27 punti. Questo dato ci dice come la lotta salvezza di questa Serie A sia stata lenta e flebile, ma equilibrata e concentrata in poche squadre.

Stupisce la retrocessione del Venezia, soprattutto da fanalino di coda del campionato, non certo per la sua rosa, ma per la vitalità che la squadra di Zanetti ha dimostrato nella prima parte di stagione. Rispetto ad una squadra come il Cagliari, pressoché costantemente deludente, il Venezia ha mostrato in certe fasi del campionato cose molto interessanti e piani gara concreti e collaudati. I veneti hanno ad esempio battuto la Roma in casa per 3 a 2, pareggiato, sempre al Penzo, contro la Juventus, messo in seria difficoltà l’Inter in casa sua e, più in generale, raccolto abbastanza punti da illudere tifosi e osservatori esterni che la salvezza l’avrebbe trovata, soprattutto visto come bassa andava delineandosi la quota salvezza al giro di boa.

Il Venezia crolla vertiginosamente dopo aver battuto il Torino in trasferta. La squadra incappa in una serie di risultati negativi, alcuni dal sapore tragicomico, come la rimonta subita dall’Hellas Verona, capace di portare sul 4 a 3 finale, un punteggio di 3 a 0 per i lagunari. I veneti buttano via in questa fase, e in modo folle, tanti punti che avrebbero legittimato e suffragato una superiorità indiscutibile rispetto a chi la precede. Forse il Venezia ha meritato la retrocessione, ma l’ultimo posto è davvero una punizione eccessiva.

La vittoria tornerà solo a tre giornate dalla fine, un 4 a 3 contro il Bologna che cambia poco, con la situazione già ampiamente compromessa, ad esempio dalla sconfitta nel recupero contro la Salernitana, che ha decretato, quale fra le due, si sarebbe poi laureata Cenerentola del campionato. Il Venezia retrocederà matematicamente una giornata dopo, lasciando dietro di sé, come accaduto al Benevento nella stagione scorsa, la misteriosa spiegazione che possa giustificare un crollo così drastico da un momento all’altro della stagione.


Cosa ne ricaviamo?

In sintesi, negli anni precedenti, la lotta salvezza in Serie A è stata contraddistinta in più di un’occasione da squadre piene di contraddizioni e limiti, ma mordaci e penalizzate da rose meglio attrezzate o magari dalla sfortuna.

Se dovessimo disegnare la lotta salvezza su un grafico, vi sarebbe una sorta di linea retta, che a poche giornate dalla fine, quando la maggior parte delle avversarie delle contendenti hanno poco da chiedere al campionato, subisce un’impennata. Quest’anno l’impennata non c’è stata. O meglio, c’è stata e breve, e solo per la Salernitana. Una Salernitana che partiva da una quantità di punti misera, ma a cui sono bastate una manciata di prestazioni positive e risultati, per mettersi alle spalle Cagliari e Genoa. Queste ultime, non hanno conosciuto il vigore dell’inerzia che l’obiettivo conferisce di solito in questi casi. Si pensi alla cavalcata del Crotone di Nicola per mettersi l’Empoli alle spalle nel 2016/2017, o agli strenui tentativi del Lecce di recuperare terreno nel 2019/2020 e infine all’epica prestazione ancora dell’Empoli a San Siro nel 2018/2019. Nulla rende l’impresa della Salernitana meno meritoria, tantomeno un’asettica media punti, ma non si può non riconoscere come i campani abbiano trovato la strada spianata, visti anche tanti punti persi nel finale, potenzialmente fatali, dall’incapacità di Genoa, e soprattutto Cagliari, di fare il passo decisivo.

Sardi addirittura condannati alla retrocessione da un Venezia già retrocesso, che con i suoi 27 punti, nonostante l’ultimo posto, è forse una delle cause di una media salvezza così bassa, visto l’equilibrio negli scontri diretti fra tutte le squadre coinvolte in questa disputa. Come se non bastasse, la Salernitana spreca due match point che avrebbero addirittura permesso ai campani di ottenere una salvezza tranquilla e dalla media punti nella norma: dapprima nello scontro diretto contro il Cagliari, si fa raggiungere al 98’ dal colpo di testa di Altare sull’1 a 1, che mantiene vive le speranze dei sardi a due giornate dalla fine, e nel weekend successivo Diego Perotti infrange sulle mani di Vicario, il rigore che avrebbe dato ai granata il successo contro l’Empoli. È dunque evidente come alla Salernitana non sia stato necessario un finale di stagione “perfetto” per garantirsi la salvezza.

Le peculiarità di questa stagione e la prospettiva di una Serie A, come quella dell’anno prossimo, che vedrà rivaleggiare Empoli, Spezia, Lecce, Cremonese, Salernitana e una fra Monza e Pisa, riaccende i discorsi sulla riduzione del roster complessivo di squadre iscritte alla massima categoria da 20 a 18, o addirittura 16.

Aldilà della polemiche, non è difficile prevedere che, se in Serie A l’equilibrio nelle parti basse della classifica dovesse perdurare, potremmo vedere un ulteriore conferma del calo nelle medie salvezza.

Leggi anche: La Reggina di Mazzarri, il miracolo amaranto



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