Eto'o

Samuel Eto’o e il darwinismo

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«Va benissimo, mi soddisfano tutte le condizioni, ma bisogna far fuori Ronaldinho, Deco ed Eto’o», sono state ufficiosamente queste le prime parole di Guardiola alla dirigenza dopo che gli fu offerta la panchina del Barça.

Chi è “totale” non ragiona come gli altri: Deco veniva considerato troppo vecchio per il sistema, Ronaldinho troppo protagonista – avrebbe messo in secondo piano la figura di un giovane Lionel Messi – ed Eto’o troppo sfrontato nello spogliatoio.

Non c’è spazio per le personalità troppo appariscenti in una filosofia come quella blaugrana – almeno fino all’avvento della pulce. Dinho e Deco saranno ceduti in quella sessione, mentre Eto’o per motivi ancora ignoti – e nonostante insistenti sirene inglesi – rimase in Catalogna.

Mai scelta fu più giusta, dopo l’involuzione il Barcellona tornò subito grande anche grazie al Re Leone: arrivò, in men che non si dica, la Champions League a Roma – atto conclusivo di uno straordinario treble – che consacrò Pep come predestinato. Le firme indelebili del camerunese e di un piccolo ragazzino che, per la prima volta, volò veramente in alto consegnarono al Barça la coppa dalle grandi orecchie.

Ad ogni modo Pep non cambiò idea, a Milano nel frattempo c’era Ibra che spaccava le porte, ma aveva “mal di pancia”. Zlatan fu accolto a Barcellona, solo dopo sarebbe stato giudicato incompatibile col sistema. La pedina di scambio fu proprio Eto’o, che dalla filosofia di Guardiola passò alla sostanza e alla liquidità di Mourinho.

Difficile essere incisivi in due poli opposti, ma quando si parla di fuoriclasse sembra tutto facile. Samuel Eto’o è fondamentale anche con lo Special One, è il primo contropiedista ed il primo fluidificante, in poche parole: fa tutto lui.

La prima a Milano è una stagione inimitabile, segna gol pesantissimi, decide partite mostruose, esce da re dall’ostico Stanford Bridge ed è l’ultimo baluardo a crollare nell’inferno catalano che solo un anno prima era casa sua: al Camp Nou è il primo a difendere ed a attaccare, il titolo di tutto-campista per quella partita è assolutamente riduttivo. Poco dopo conquista il secondo treble in due anni. È record.

Del resto si sa che il Re Leone è il primo a sopravvivere nella savana, qualunque sia la situazione lui è troppo più forte, ce lo spiega la biologia evoluzionistica: la teoria sulla selezione naturale di Charles Darwin, smentendo quella di Jean-Baptiste de Lamarck, ritiene che non esistono adattamenti alle condizioni di vita, ma predisposizioni.

Applicandola al calcio, non tutti i calciatori sono predisposti a giocare in sistemi di gioco diversi, ma Samuel Eto’o è fra quelli, un giocatore non imitabile, indispensabile ovunque: perfetto nel darwinismo di Guardiola, si è però rivelato monumentale anche nel lamarckismo di Josè Mourinho e prima ancora eccezionale nel cinismo quasi galactico di Gregorio Manzano a Palma de Mallorca.

Impossibile trovare un elemento di una completezza filosofico-tattica tale: nessuno è fondamentale in un calcio attendista ed ancora più prolifico nella patria moderna del calcio totale, ma lui sì, perché? Semplice, la sua predisposizione tattica non si insegna. Non c’è nessuna scuola calcio o allenatore che può far assimilare a un giocatore normale le caratteristiche del Re Leone: perché è unico.

 

 

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