Savićević Boban

Savićević e Boban, le due facce del diamante balcanico

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Il Milan è una delle poche squadre che hanno segnato indelebilmente la storia del calcio, una delle poche squadre ad aver lasciato un segno enorme nella memoria collettiva e, allo stesso tempo, ad aver segnato un netto taglio con il passato. Fautori di questo epocale cambiamento sono stati gli Immortali e il loro allenatore Arrigo Sacchi, ricordato per essere stato una delle scommesse migliori dell’ex-presidente rossonero Silvio Berlusconi.

Questo periodo d’oro si concluse nel 1991, ma il Milan continuò a vincere sotto la guida di Fabio Capello, che rimase sulla panchina rossonera fino al 1996: in 5 anni vinse quattro campionati, tre supercoppe italiane, una Supercoppa Europea e soprattutto una Champions League, la quinta, con uno straordinario 4-0 ai danni del Barcellona di Crujff.

Quella partita la giocarono due stelle dei Balcani che avrebbero fatto la storia del club rossonero in due modi completamenti diversi. Questi giocatori erano il Dejan Savićević e Zvonimir Boban.


Savićević, il talento incostante

Il talento del primo emerse come non aveva mai fatto prima d’ora: è ormai diventato storia il suo pallonetto da oltre 40 metri che si insaccò alle spalle di un incredulo Zubizareta. Ma la sua prestazione fu anche tanto altro: l’assist per il primo gol di Massaro, tanti dribbling riusciti e tanti falli guadagnati. In 90 minuti il Genio aveva mostrato tutto il suo repertorio tecnico di altissimo livello, che negli anni prima era emerso, ma con molta fatica.

Fuori dagli schemi

Perché questo? Perché Savićević era un giocatore fuori dagli schemi “italiani”. Nei suoi due club precedenti, il Budućnost Titograd e la Stella Rossa, aveva giocato da trequartista, un ruolo che nel calcio italiano, e quindi nel calcio di Capello, non trovava posto. Il suo schema di riferimento era infatti un rigido 4-4-2, in cui i trequartisti dovevano adattarsi e giocare o da ali o da prime punte.

Savićević si dimostrò abbastanza maturo tatticamente da giocare sia da prima punta che da ala su entrambe le fasce, ma quando lo si vedeva in partita si capiva che non era possibile imprigionare il Genio che dimorava in lui.

Quando si pensa a Dejan, però, non bisogna immaginare un classico numero dieci lento ed ultra-tecnico che si abbassa costantemente a centrocampo per prendere il pallone e impostare l’azione della propria squadra. Il Genio, infatti, era un giocatore che eccelleva in una qualità: il dribbling. Anche qui, non pensate alle giocate tanto spettacolari quanto inutili di Denilson, ma immaginate un ragazzo piuttosto magro che muove le sue gambe con una velocità impressionante, spostando il pallone dal piede sinistro al piede destro, e di nuovo dal piede destro al piede sinistro. Ogni tanto questo ragazzo variava, utilizzando il drible de vaca, quel dribbling per cui il pallone viene fatto passare da un lato mentre il giocatore aggira l’avversario dall’altra parte, tipico dei brasiliani Pelé e Romário. Quando Savićević era ispirato nessuno poteva fermarlo, perché in ciò che faceva non c’era un ordine precostituito, ma era tutta fantasia e magica improvvisazione. In più, le palle a mezza altezza erano tutte sue: il suo petto e i suoi delicati piedi erano come una calamita per i lanci lunghi dei compagni. E quando arrivava al tiro difficilmente sbagliava con il suo mancino potente e preciso.

L’ascesa all’Olimpo

Ciononostante, prima della sua superprestazione contro il Barcellona, nessuno lo aveva preso sul serio, nemmeno Capello: era considerato un giocatore troppo fuori dall’ordinario per poter far la differenza al Milan e secondo l’opinione comune la squadra giocava meglio senza di lui. Nel dicembre del 1993, per esempio, era stato tenuto in panchina per tutta la finale di Coppa Intercontinentale e la stessa estate aveva chiesto la cessione al Milan, ma, dopo l’addio di Gullit, Capello preferì tenerlo e rivalorizzarlo, rendendolo uno dei giocatori chiave della squadra rossonera: nonostante in campionato non avesse realizzato nessun gol, Savićević si dimostrò disposto a sottostare a qualche imposizione tattica e si sacrificò moltissimo per il Milan. Eppure, quando in Champions League gli venne chiesto di essere incisivo, lui non si tirò indietro, e lo fece stupendo il mondo intero con quel maledetto pallonetto, che lo ha definitivamente elevato a Genio del calcio.



Boban, la faccia insolita dei Balcani

Dall’altra parte della medaglia troviamo Boban, che, al contrario di Savićević, non ha mai avuto un momento particolare in cui è esploso, ma ha sempre garantito costanza e qualità, un binomio alquanto insolito per un trequartista slavo.

Anche se, per essere precisi, una volta è esploso. È esploso di rabbia, combattendo per un ideale che gli è stato sempre caro, dopotutto, Boban è sempre stato un guerriero. Un guerriero che ha sempre fatto parlare prima i fatti e poi le parole, come in quel 13 maggio del 1990, quando si giocava la partita dell’anno in Jugoslavia: Dinamo Zagabria contro Stella Rossa di Belgrado. Prima del fischio d’inizio, i feroci tifosi serbi avevano messo a ferro e fuoco la città di Zagabria e le tribune dello stadio si erano trasformate in un campo di battaglia.

La partita venne sospesa, e alcuni giocatori della Dinamo Zagabria entrarono nel rettangolo di gioco, uno dei giocatori insultò la polizia e venne colpito da uno di loro, a questo gesto rispose con un celebre calcio volante che lo fece diventare un vero e proprio simbolo dell’indipendenza croata. Quel giocatore alto ed elegante, con la 10 sulle spalle e la fascia da capitano al braccio, è Zvonimir Boban.

Il trasferimento al Milan

Quel gesto lo ha reso rappresentante di un ideale di giustizia e indipendenza, un ideale che si sarebbe concretizzato dopo una lunga e violenta guerra, che lui però non avrebbe affrontato in prima linea ma sui campi da gioco. Sì, perché dopo 6 anni passati alla Dinamo, con cui aveva esordito ad appena 16 anni e di cui era diventato capitano a 19, era stato acquistato dal Milan di Capello, che era rimasto ammaliato da quel ragazzo tanto carismatico e talentuoso, capace di segnare 45 gol in 109 partite e di vincere da assoluto protagonista un Mondiale Under 20.

Correva l’estate dell’anno 1991, in primavera in Croazia era scoppiata la guerra, e Boban, da fiero nazionalista croato, avrebbe anche preso in mano un fucile pur di difendere la sua patria. Purtroppo il suo status non glielo permetteva, e forse il Milan lo ha salvato, oppure lo ha condannato ad una lenta a triste agonia. Un po’ come l’eroe omerico Achille, che da giovane si trova a dover scegliere fra una vita breve e gloriosa e un’esistenza anonima ma lunga e, in un certo senso, felice. Zorro, involontariamente, ha scelto la seconda e, forse, è meglio così, perché noi amanti del calcio abbiamo avuto la possibilità di ammirare un giocatore eccezionale, che sapeva coniugare tecnica, fisico e grinta come nessuno aveva mai fatto prima.


L’affermazione di Zorro

Le prime due stagioni in Italia, però, furono più complicate del previsto, in particolare perché Boban si dovette adattare ad un gioco tatticamente molto più sviluppato rispetto a quello croato. Un gioco che, tra l’altro, come detto in precedenza, non ponderava la presenza di un trequartista, che spesso veniva relegato sulla fascia o in attacco, oppure veniva fatto giocare da centrale di centrocampo, un ruolo che richiedeva una capacità atletica e una forza fisica che il croato non aveva in quel momento. Inoltre, nel suo primo anno in prestito al Bari, contrasse l’epatite A e giocò solo 17 partite, sufficienti però a convincere il Milan a riportarlo alla base.

Qui si dovette subito abituare ai ferrei ritmi di allenamento del Sergente di ferro che lo aveva sì voluto, ma che di certo non gli avrebbe fatto sconti o favoritismi: il primo anno fu alquanto complesso e Boban giocò quasi solamente in Champions, vincendo da semplice gregario il campionato italiano.

Nella stagione successiva la stella dei Balcani riuscì finalmente a inserirsi perfettamente negli ingranaggi del gioco milanista, e accecò tutti con il suo straordinario talento, con la sua rabbiosa grinta, con il suo fisico diventato statuario. Il suo contributo risultò determinante per il secondo scudetto consecutivo e soprattutto per la Champions League. Sì, quella Champions, quella del 4-0 al Barça, quella del gol di Savićević, della sua consacrazione come Re dei Balcani. Eppure il vero direttore d’orchestra di quella squadra era Boban, che con la sua tecnica divina, con la sua visione di gioco sconfinata e con la sua grinta da guerriero vero dettava legge in mezzo al campo. Non era molto loquace e non segnava moltissimo per essere un trequartista, ma il suo carattere permeava tutta la squadra rossonera, tanto nei momenti meravigliosi quanto in quelli difficili. Boban non si è mai preso pause come Savićević, ne ha mai rilasciato dichiarazioni clamorose: prima giocava e mostrava tutto il suo talento, e poi, quando gli veniva chiesto di farlo, parlava. E quando parlava metteva in mostra tutta la sua intelligenza, il suo acume e il suo pungente senso critico, lasciando spesso allibiti i giornalisti, che probabilmente non avevano mai assistito a tanta abilità retorica.

La dolce fine di un partigiano

Negli anni successivi Boban maturò ulteriormente, arrivando tra l’altro in semifinale con la sua Croazia ai Mondiali del 1998, e non abbandonò il Milan nei suoi anni più difficili, dimostrando grande attaccamento alla maglia. Una maglia che rigorosamente non stava mai nei pantaloncini, perché sarebbe stato troppo scontato per uno come Boban.

Nella stagione 1999/2000, la migliore dal punto di vista personale, divenne il condottiero della squadra di Zaccheroni, capace di vincere il campionato benché gli inizi – con tanto di richiesta di cessione di Boban “alla Savićević” –  fossero stati pessimi.

La stagione successiva fu l’ultima del croato con la maglia rossonera, perché poi si sarebbe trasferito in prestito al Celta Vigo, dove avrebbe terminato la vincente carriera, lasciando un vuoto incolmabile prima nel centrocampo del Milan e poi nei cuori di tutti i croati, che in lui avevano visto una figura forte ed elegante, ma vicina al popolo.



Dejan Savićević e Zvonimir Boban hanno condiviso la nazionalità jugoslava e l’ideale di indipendenza, due personalità che hanno contribuito a creare la leggenda del Milan, due facce della meravigliosa medaglia dei Balcani, due calciatori completamente diversi, accompagnati da un unico inscindibile filo comune: il talento.


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