Savićević

Dejan Savićević, follia e ordine

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Erano le 23 di un caldo 8 maggio del 1994, allo stadio Olimpico di Atene il Milan aveva appena dato una lezione di calcio al Barcellona di Cruijff, e, soprattutto, il talento di Dejan Savićević era emerso come non aveva mai fatto prima d’ora. Il suo pallonetto da oltre 40 metri che si insaccò alle spalle di un incredulo Zubizarreta divenne istantaneamente storia, ma la sua prestazione fu anche tanto altro: l’assist per il primo gol di Massaro e una quantità abnorme di talento mostrato agli occhi meravigliati di chi lo vide giocare. In 90 minuti il Genio aveva mostrato tutto il suo repertorio tecnico di altissimo livello, che in Italia, negli anni precedenti, era emerso solo in parte.

Fuori dagli schemi

Perché questo? Perché Savićević era un giocatore fuori dagli schemi “italiani”. Nei suoi due club antecedenti, il Budućnost Titograd e la Stella Rossa, aveva giocato con risultati eccezionali da trequartista, un ruolo che nel calcio italiano non trovava posto.

Nei Balcani il talento di Dejan era considerato la massima espressione di una bellezza tecnica che trovava nel calcio slavo la propria essenza. Una bellezza quasi primordiale, a tratti bestiale, che, non a caso, fece la fortuna della Stella Rossa, con cui vinse prima una Champions League e, qualche mese più tardi, la Coppa Intercontinentale. Una Stella Rossa che, all’epoca, poteva contare su una rosa assolutamente incredibile, in cui spiccavano Prosinečki, Mihajlović, Pančev e, appunto, Savićević, che, arrivato secondo nella classifica per il Pallone d’Oro del 1991, venne accostato a tutti top club d’Europa: dal Real Madrid alla Juventus fino ad arrivare al Manchester United, erano tante, tantissime le squadre che avrebbero voluto portare il Genio nei rispettivi stadi. Alla fine, però, fu il Milan di Berlusconi a convincerlo e Savićević approdò alla corte di Capello.

Lo schema di riferimento del Sergente di ferro, però, era un rigido 4-4-2, in cui i trequartisti dovevano adattarsi e giocare o da ali o da prime punte. Savićević si dimostrò abbastanza maturo tatticamente da giocare sia da prima punta che da ala su entrambe le fasce, ma, quando lo si vedeva in partita, si capiva che non era possibile imprigionare in un determinato ruolo il genio che dimorava in lui.

Quando si pensa a Dejan Savićević, però, non bisogna immaginare il classico numero dieci lento ed ultra-tecnico, che si abbassa costantemente a centrocampo per prendere il pallone e impostare l’azione della propria squadra. Il Genio, infatti, era un giocatore che eccelleva in una qualità: il dribbling. Anche qui, non pensate alle giocate tanto spettacolari quanto inutili di Denilson, ma immaginate un ragazzo piuttosto magro che muove le sue gambe con una velocità impressionante, spostando il pallone dal piede sinistro al piede destro, e di nuovo dal piede destro al piede sinistro. Ogni tanto, questo ragazzo variava, utilizzando il drible de vaca, quel dribbling per cui il pallone viene fatto passare da un lato mentre il giocatore aggira l’avversario dall’altra parte, tipico dei brasiliani Pelé e Romário.

Quando il Genio di Savićević era ispirato nessuno poteva fermarlo, perché in ciò che faceva non c’era un ordine precostituito, ma era tutta fantasia e magica improvvisazione. Nessun sergente di ferro avrebbe mai potuto incanalare tutto quello straordinario talento, che, come un animale selvaggio, non si prestava ad essere facilmente ammaestrato.

Le palle a mezza altezza, inoltre, erano tutte sue: il suo petto e i suoi delicati piedi erano come una calamita per i lanci lunghi dei compagni, e quando arrivava al tiro difficilmente sbagliava con il suo mancino potente e preciso, che, quell’8 maggio, aveva trafitto Zubizarreta, in un attimo di pura e geniale follia.

L’ascesa all’Olimpo

Ciononostante, prima della sua superprestazione contro il Barcellona, nessuno lo aveva preso sul serio, nemmeno Capello: era considerato un giocatore troppo fuori dall’ordinario per poter far la differenza al Milan e secondo l’opinione comune la squadra giocava meglio senza di lui. Nel calcio italiano, infatti, l’ordine era un ideale fondamentale e insostituibile, a cui tutti i giocatori dovevano sottostare. Ovviamente ci furono anche delle eccezioni importanti, ma l’ex Stella Rossa non fu mai una di queste, anche se, al suo arrivo, tutti avevano applaudito Berlusconi, che credeva di aver fatto il colpo dell’anno.

Nel dicembre del 1993, per esempio, era stato tenuto in panchina per tutta la finale di Coppa Intercontinentale e la stessa estate aveva chiesto la cessione al Milan, ma, dopo l’addio di Gullit, Capello preferì tenerlo e rivalorizzarlo, rendendolo uno dei giocatori chiave della squadra rossonera: nonostante in campionato non avesse realizzato nessun gol, Savićević si dimostrò disposto a sottostare a qualche imposizione tattica e si sacrificò moltissimo per il Milan, e quando in Champions League gli venne chiesto di essere incisivo, lui non si tirò indietro, e lo fece stupendo il mondo intero con quel maledettamente meraviglioso pallonetto, che lo ha definitivamente elevato a Genio del calcio.

Fra follia e ordine

Quella calda serata di Atene rimase uno dei picchi più alti toccati dallo sfavillante talento di Dejan, che nel 1995 trascinò nuovamente il Milan in finale di Coppa dei Campioni: questa volta, però, non poté giocare a causa di uno stiramento muscolare e i rossoneri, puntualmente, persero con l’Ajax di van Gaal, privi di quella fantasia e di quella follia che solo Savićević poteva garantire.

L’anno dopo, il trequartista serbo ebbe un ruolo da protagonista assoluto, contribuendo alla vittoria del 15esimo scudetto della storia del club rossonero, che, a causa dell’addio di Capello, visse due stagioni di transizione, terminate rispettivamente con un undicesimo e un decimo posto. Furono due stagioni di transizione anche per Savićević, che finì ai margini del progetto rossonero, per poi trasferirsi prima in Serbia, dove non riuscì a lasciare il segno, e poi in Austria, al Rapid Vienna, dove visse due eccellenti stagioni, prima di appendere definitivamente gli scarpini al chiodo e chiudere la sua carriera.

Una carriera vissuta fra follia e ordine: una follia vietata, che non piaceva e non voleva piacere; un’ordine che, invece, doveva piacere, perché considerato la massima espressione del calcio. Savićević, però, è riuscito a rimanere in bilico fra due mondi in lotta fra loro, facendo coesistere due correnti di calcio che non volevano nemmeno sfiorarsi. Tutto questo con un pallone fra i piedi e il genio nella testa.


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