Schöne

Lasse Schöne, la Lanterna rossoblù

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La grandezza calcistica di Lasse Schöne la conosciamo tutti, la sua carriera nel calcio olandese, culminata nella cavalcata da sogno del suo Ajax della scorsa stagione – terminata con la frustrazione di chi il cielo lo ha solo sfiorato, ma anche con l’orgoglio di chi sa di aver fatto una grande impresa, basti pensare al fatto che l’Ajax ha eliminato due favorite alla vittoria finale come Real Madrid e Juventus –, conta più di tante parole, ed è proprio da qui, dal romanticismo della sconfitta, che parte la storia del 20 rossoblù.



Facciamo un salto nel passato, per la precisione al 15 aprile 1992. Il Genoa di Branco, Tomáš Skuhravý, Carlos Alberto Aguilera, Stefano Eranio, Gianluca Signorini e mister Osvaldo Bagnoli ferma la sua corsa mozzafiato in Coppa UEFA all’Olympisch Stadion di Amsterdam, al gol della speranza di Maurizio Iorio – Chi? Appunto! – risponde Dennis Bergkamp – Ma lui? Lui, lui… –, facendo naufragare in semifinale una favola in cui tutta l’Italia aveva creduto – assieme al Torino di Emiliano Mondonico, che la propria semifinale la vinse ma dovette fermarsi in finale proprio con gli stessi carnefici dei genoani. In mezzo a quel campo trotta tal Mario Bortolazzi, legna, piede vellutato e una storia d’amore che, forse, nasce proprio quel giorno; storia non solo tra lui e il popolo rossoblù, ma tra i centrocampisti un po’ nostalgici e la maglia a quarti. In ordine sparso dopo di lui Giovanni Stroppa, Thiago Motta, Miguel Veloso, Omar Milanetto, Massimo Mutarelli – Chi? Lascia fare…; Lasse Schöne entra a pieno titolo in questo novero, un campione vero chiamato, per l’ennesima volta, a risollevare il Vecchio Balordo.

Accoglienza da star all’aeroporto, un popolo che su di lui ripone la speranza di una vita, quella di stare tranquilli e vincere qualche partita. Perché si sappia: il genoano non osa sperare mai ad inizio campionato, ma guarderà sempre quanti punti manchino dalla testa dopo una vittoria e quanti dalla coda dopo una sconfitta.

Inizio con il botto per Schöne, gol ed MVP contro l’Imolese – bellezze da Coppa Italia –, con Andreazzoli che gli affida le chiavi della squadra, di casa e della macchina, un 3 a 3 a Roma che lascia ben sperare e la vittoria contro la Fiorentina che fa annunciare ai soliti ben informati «Genoa: la vera rivelazione del campionato».

Lasse sprizza calcio da tutti i pori, tocchi di fino alternati ad accademia, ogni azione del Grifone passa da lui, che la passa a Ghiglione – o a Criscito, Barreca, Pajac… – che vanno al cross. Difficile stupirsi che, tolto lo 0-0 contro il Bologna, il Genoa non raccolga punti. Schöne predica, sì, ma in un deserto tattico imbarazzante. La sua luce si affievolisce, per scomparire con Motta. Thiago non vede il danese, lo mette a spaccare legna quando lui, per caratteristiche, è un cesellatore. La Lanterna rossoblù vacilla e si inizia a parlare di una fuga, di una saudade per l’Olanda: la fiammella si è spenta, non ci sono più lenti di Fresnel su cui riflettere il suo bagliore.

Ma il calore permane, un tizzone deve pur essere rimasto sotto la cenere del condottiero di ten Hag, basta infatti una spolverata ad opera di mister Davide Nicola, uno che sa cosa voglia dire indossare la maglia a quarti, per far risplendere la Lanterna rossoblù. Una delle opere d’arte del tecnico di Luserna San Giovanni sta nel capire il suo rinato pulcino e proteggerlo: lo accoccola tra due mastini e gli lascia carta bianca, insegnandogli però il sacrificio che qualsiasi giocatore del Genoa deve compiere ed adempiere. La maglia va sudata, sempre.

Prestazioni convincenti, passaggi illuminanti, saper posare il cesello e prendere in mano l’accetta quando il gioco lo richiede; torna la convinzione nel popolo genoano di avere un paio di spalle sulle quali appoggiarsi nella difficile, ma ormai consueta, lotta per sopravvivere nel calcio che conta. Battaglia interrotta da una guerra, quella al COVID-19, che ferma tutto, giustamente, per poter tornare di nuovo, in futuro, a giocare.

Qui finisce la storia ed inizia la fantasia, la novella, di un campione che in una notte di primavera naufraga su un prato verde e da lì decide di diventare il faro, la Lanterna, della nave più vecchia e malandata del calcio italiano, per condurla sana e salva in porto e, chissà, a girare di nuovo per il mondo, un giorno.


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