Škriniar

Fonte immagine: Вячеслав Евдокимов, via Wikimedia Commons | CC BY-SA 3.0 Unported

Milan Škriniar e l’importanza dei fondamentali

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Era il marzo del 2019 quando Milan Škriniar strappò, dopo un plebiscito durato sei anni, il riconoscimento di miglior giocatore slovacco, all’ex capitano del Napoli Marek Hamšík, per poi riconfermarsi tale anche nel 2020. Oggi il centrale slovacco è campione d’Italia, nonostante gli alti e bassi che per poco non lo portarono via da Milano, meno di un anno fa.



Quella di Škriniar non è stata dunque una parabola discendente o ascendente, e sarebbe dunque ipocrita definire i successi sopracitati con la celebre frase giornalistica «traguardi che partono da lontano». La carriera di Milan è più simile a un lampo o un’esplosione improvvisa, in altre parole, essa è stata caratterizzata da una crescita precoce ed esponenziale, quanto inaspettata, che per l’appunto l’ha condotto, ad appena due anni dal suo esordio nel top level del calcio mondiale, ad essere il calciatore più rappresentativo della sua Nazione: quella stessa Slovacchia da cui la carriera di Škriniar ha ovviamente inizio, quasi esclusivamente nello Žilina, se si tralascia una breve esperienza in prestito al ViOn Zlaté Moravce.

La prima svolta decisiva della sua carriera è la chiamata della Sampdoria, il cui merito è stato quello di pescare in un torneo scarsamente ispezionato dagli osservatori come la Superliga slovacca. Nella prima parte del 2016, Škriniar non gioca praticamente mai, per poi divenire l’indiscusso titolare della difesa blucerchiata nella stagione successiva, collezionando ben 35 presenze in Serie A.

Quando l’Inter ne annuncia l’acquisto, nell’estate del 2017, a pochi giorni dall’arrivo di Leonardo Bonucci ai cugini rossoneri, i tifosi nerazzurri storcono inevitabilmente il naso, soprattutto per il prezzo di acquisizione, che andava oltre i 30 milioni di euro. Nella stagione precedente, Milan, nonostante fosse insostituibile per Marco Giampaolo – allenatore fondamentale per la sua crescita –, non fu altrettanto irreprensibile nelle prestazioni. Esse furono spesso condite da errori puramente tecnici o di distrazione, ed inoltre il suo andamento poco aggraziato lo faceva apparire come un difensore poco adatto alla Serie A, specialmente in una fase in cui diventava sempre più decisivo poter contare su centrali di difesa, se non addirittura portieri, dotati di tecnica nel fraseggio equiparabile a quella delle mezzali, data la crescente importanza della prima costruzione in fase offensiva.

Siamo in un periodo in cui l’attenzione dei media e dei grandi club si sposta sulle prestazioni di Daniele Rugani ad Empoli o di Alessio Romagnoli nel Milan, e dunque difensori in grado di offrire uno stile di gioco più europeo e pertanto potenzialmente più adatti a colmare il gap tattico con squadre che spesso e volentieri preferiscono schierare come centrale di difesa un regista di centrocampo, riadattandolo permanentemente in quella posizione, come fece il Barcellona con Javier Mascherano e il Manchester United con Daley Blind.

Insomma Škriniar, agli occhi dei tifosi interisti e degli appassionati in generale, non doveva apparire niente più, niente meno, del classico centrale vecchio stampo, rivedibile palla al piede, tutto fisico e aggressività, con la pecca di essere anche impreciso e quasi fuori contesto, di certo inadatto a permettere che il livello generale del club si alzasse.

I più navigati, che hanno visto passare da Appiano la qualsiasi, non sono neanche troppo preoccupati, dati gli arrivi di Dalbert e di João Cancelo, che sembrano preannunciare la trasformazione definitiva di Danilo D’Ambrosio come difensore centrale, accanto a João Miranda. Sulla carta dunque, almeno nelle idee dei tifosi, Milan non arriva a Milano per essere titolare, ma come ennesimo ricambio forzato e marginale.

Tuttavia lo slovacco sembra avere un ruolo tutt’altro che secondario nelle idee di Luciano Spalletti, e la sua titolarità diviene presto indiscutibile, anche a causa dell’infortunio di Cancelo e delle prestazioni poco esaltanti di Dalbert, che dunque comportano la necessità di schierare D’Ambrosio terzino, in mancanza d’alternative. Da quel momento in poi Škriniar entra velocemente nei cuori dei tifosi, divenendo in poche giornate il leader tecnico della difesa nerazzurra.

L’arrivo di Stefan de Vrij, nel 2018, è un momento importante nella carriera di Milan, che si trova affiancato da uno dei migliori centrali in circolazione, oltre che più vicino, rispetto a lui, agli standard europei, e dunque capace di completare le poche carenze dello slovacco.

Le prime e, a dire il vero, uniche difficoltà della sua carriera in nerazzurro arrivano con l’approdo a Milano di Antonio Conte. Milan fatica a interiorizzare il passaggio alla difesa a tre e, da un lato l’esplosione di Alessandro Bastoni, anch’esso più adatto a garantire qualità nella prima fase di costruzione, e dall’altro la maestria di un professore del ruolo come Diego Godín, oltre che l’estrema duttilità di Danilo D’Ambrosio, chiudono la strada ad uno Škriniar spesso impacciato e incapace di interpretare le nuove disposizioni tattiche imposte dal cambiamento di modulo.

Nell’estate del 2020, quello che era di fatto uno dei calciatori più amati del suo club, si ritrova inspiegabilmente sul mercato, senza neanche avere il tempo di rendersi conto di come sia successo. Il Tottenham fa sul serio per lui, e il suo passaggio a Londra sembra ormai cosa fatta. Lo slovacco, però, ha già dimostrato negli anni di provare un attaccamento verso la maglia che indossa che esula dal mero legame contrattuale, e non accetta di buon grado di arrendersi a questa surreale evidenza.

Decide dunque di rimanere in nerazzurro, e tramite lavoro e buone prestazioni convince Conte che porre Aleksándar Kolárov – nuovo arrivato in quella sessione di mercato – e Danilo D’Ambrosio come braccetti laterali di de Vrij non è poi questa grande idea, riprendendosi velocemente la titolarità e riportando l’Inter non solo ad essere la miglior difesa del campionato, ma anche a conquistare il titolo con quattro giornate di anticipo, risultando decisivo anche in fase realizzativa, segnando tre gol fondamentali contro Verona, Roma e soprattutto Atalanta.




Dal punto di vista tecnico a renderlo speciale è la sua impressionante capacità di leggere con largo anticipo la giocata dell’avversario, uncinando il pallone, nel momento in cui la stessa inizia. Ciò gli permette spesso di non rischiare di essere saltato, magari rifiutando l’anticipo e accettando l’uno contro uno in campo aperto.

Decisiva è la posizione in diagonale che assume, con cui costringe l’avversario a scegliere di puntarlo dal lato opposto a quello da lui scelto, dove presto la sua gamba, in tutta la sua estensione, finirà per arpionare il pallone esattamente nel momento in cui questo avrebbe potuto superarlo.

Lo strapotere fisico e la capacità disumana di mantenere concentrazione e nervi saldi completano il suo bagaglio tecnico.

Un’altra particolarità dello slovacco, visibile soprattutto nel sistema a quattro, è la sua scelta di staccarsi dalla linea difensiva dei compagni, mentre il portatore di palla avversaria ragiona sul da farsi, uscendo irruentemente sul pallone.

Nel sistema a tre, in cui lui occupa la posizione di centrodestra, ciò comporterebbe lasciare sguarnita la zona laterale nel caso in cui venisse saltato, e pertanto la nuova disposizione tattica lo ha reso più attendista, ma non è raro vederlo, nel momento di indecisione dell’avversario, piombargli addosso improvvisamente e strappargli la palla.

Sotto certi aspetti un difensore come Kalidou Koulibaly – per citarne un altro della Serie A – ha un repertorio più completo, che comprende la capacità di coprire porzioni di campo più vaste e di riuscire a recuperare agevolmente la posizione se saltato, cosa che se invece accade a Škriniar, proprio a causa dell’alto fattore di rischio che accompagna i suoi interventi, lo rende vittima di un dribbling quasi inarrestabile. In altre parole, a differenza del senegalese, non è in grado di fare reparto da solo, ma ha bisogno di compagni altrettanto concentrati e precisi, che assorbano il pericolo che sfruttare le sue qualità comporta.

Ciò che rende Milan uno dei migliori centrali del nostro campionato non è dunque l’essere eccellente in ogni aspetto del suo ruolo, ma essere praticamente ineguagliabile nei fondamentali sopra descritti.



Fra i momenti chiave della sua esperienza in nerazzurro è utile citare la sua prova in Champions League contro Ousmane Dembélé, nel 2018: l’esterno blaugrana non è mai riuscito a rendersi pericoloso, se non con tiri da fuori area, proprio grazie alla marcatura dello slovacco, che si staccava sistematicamente dalla linea difensiva, per anticipare la giocata del francese. Molto simile la sua gara contro Dries Mertens, sempre in quella stagione, della quale alcuni interventi sono divenuti iconiche foto da copertina.

Più di recente sono state molto affascinanti le sue sfide contro Cristiano Ronaldo, a volte in grado di metterlo in difficoltà e di superarlo, a volte sistematicamente bloccato dal centrale slovacco.

Ciò che accomuna questi grandi calciatori è la velocità delle loro frequenze, la loro qualità nel saltare l’uomo e la loro tecnica superiore, non a caso Spalletti e Conte hanno trovato in Milan l’unico argine possibile alle loro giocate, proprio in quanto capace di leggere prima le intenzioni dell’avversario e di “disarcionarli”.

Con Conte l’evoluzione tattica di Škriniar si è potuta denotare anche nel maggiore apporto alla fase offensiva che il suo nuovo ruolo richiede. Sebbene Milan si sia sempre caratterizzato per la capacità di chiudere le sue annate con qualche goal all’attivo, solo un anno fa sarebbe stato impensabile vederlo inserirsi sull’esterno per andare a chiudere uno scambio nello stretto, o verticalizzare per la mezz’ala che scappa in profondità.

Assieme a Nicolò Barella e Achraf Hakimi, ha reso la laterale destra nerazzurra praticamente inarrestabile in entrambe le fasi. Non ha mai mancato di dare il suo apporto alla manovra, sovrapponendosi, seguendo l’azione o semplicemente, come spesso Conte gli urla, gravando della sua presenza gli avversari, liberando vitali fazzoletti di campo per le corse di Hakimi e le incursioni di Barella.

Forse quest’anno non abbiamo assistito a quel libero preciso e spericolato che impressionava durante gli anni di Spalletti, probabilmente perché non ce ne è stato bisogno. La difesa dell’Inter è stata per larghi tratti di campionato praticamente insuperabile e Škriniar si è pertanto dovuto “limitare” a mantenere salda e compatta la linea difensiva, senza però snaturare il suo stile personale ed efficace, ma riadattandolo semplicemente alle esigenze di un modulo paradossalmente più esigente e meno esigente allo stesso tempo.

Anche se, tra i calciatori, c’è chi più di chiunque altro ha reso possibile riportare il tricolore a Milano – su tutti Romelu Lukaku, e in seconda battuta probabilmente Nicolò Barella –, è lecito e corretto pensare che senza l’improvvisa riscoperta duttilità di Milan Škriniar, difficilmente le cose sarebbero state così semplici per l’Inter.

Leggi anche: Nicolò Barella, oltre ogni limite



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