Tottenham

Il vecchio e il nuovo Tottenham

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Le dinamiche nel calcio a volte hanno dell’incredibile, e così un allenatore che trasforma il Tottenham, che non è mai stato ai vertici del calcio internazionale con continuità, in una squadra in grado di posizionarsi stabilmente nelle prime posizioni di uno dei migliori campionati al mondo, può essere esonerato dopo quattro mesi andati male, senza riuscire a vincere nessun titolo in cinque anni di gestione.

Mauricio Pochettino si sedette sulla panchina del Tottenham nel 2014, prese in mano una squadra che in campionato lottava spesso per il quarto posto utile per la Champions League ma che il più delle volte doveva accontentarsi dell’Europa League, fino a quel momento infatti solo due volte nella propria storia il club di Londra era riuscito a partecipare alla massima competizione europea. Cinque anni dopo il Tottenham è una squadra capace di lottare per la vittoria del campionato in più occasioni – il rimpianto più eclatante è quello nella stagione del Leicester di Ranieri – e in grado di qualificarsi per quattro stagioni consecutive in Champions League, torneo che è andato vicino a conquistare raggiungendo la finale nell’ultima edizione con una incredibile cavalcata che solo un indomabile Liverpool è riuscito a fermare.

Il Tottenham di Pochettino

Dopo l’approdo agli Spurs, il mister argentino puntò subito su dei talenti, svecchiando la squadra e riducendo i costi, nella prima sessione di mercato arrivarono infatti grandi giocatori, alcuni dei quali sono ancora oggi parte integrante della squadra, come Ben Davies, Eric Dier e Dele Alli. Riuscì inoltre a valorizzare altri calciatori già presenti in rosa, cresciuti moltissimo sotto la sua ala, due nomi su tutti: Christian Eriksen e soprattutto Harry Kane.

Nelle stagioni successive, oltre alla valorizzazione dei talenti, si assiste all’arrivo di grandi giocatori, fondamentali per il progetto dell’argentino, tra i quali c’è gente come Kieran Trippier, Heung Min Son, Toby Alderweirled e Lucas Moura. Il Tottenham lotta per la conquista della Premier svariate volte, ottenendo nella stagione 2016/2017 il record di punti conquistati nella sua storia (86), ma non riuscendo mai ad imporsi.

Ma è nella stagione 2018/2019, quella in cui la società decide di rimanere immobile sul mercato tenendo la rosa praticamente intatta, che va in scena la più grande manifestazione di quello che è stato il Tottenham di Pochettino. Gli Spurs, infatti, raggiungono una storica finale contro il Liverpool – dopo una semifinale al cardiopalma contro l’Ajax – ma ancora una volta ne escono con un pugno di mosche in mano.


Ed eccoci quindi alla stagione in corso, quattro mesi orribili del Tottenham, squadra irriconoscibile che si ritrovava con 14 punti dopo 12 partite di campionato, con alle spalle una pesantissima sconfitta in Champions contro il Bayern Monaco per 2-7 e l’eliminazione dalla Carabao Cup per mano del Colchester, club di quarta divisione.

Che cosa è successo al giocattolo di Pochettino?

Il gioco richiesto dal tecnico argentino prevede tanto sacrificio, è un calcio aggressivo che mira a non far fiatare gli avversari in possesso di palla attuando grande pressione. L’aggressività è un elemento che è venuto meno in questi quattro mesi, e il motivo potrebbe essere che molti giocatori hanno voglia di cambiare aria, intenzione manifestata ad esempio da Christian Eriksen, Toby Alderweirled e Danny Rose. Oltre a questo c’è il fattore stanchezza, molti giocatori sono con Pochettino fin dai suoi primi anni di gestione e forse non sono più in grado – o non hanno voluto più esserlo – di sostenere i ritmi richiesti dal tecnico, quindi probabilmente la soluzione più giusta sarebbe stata quella di cercare di attuare una mini rivoluzione della rosa dando nuova linfa alla squadra. Altre colpe potrebbero ricadere sulla società, rappresentata dalle scelte del presidente Daniel Levy, il quale ha assicurato un roseo futuro alla società facendo costruire infrastrutture all’avanguardia, tra le migliori al mondo, a discapito dei giocatori. La politica societaria del Tottenham è diversa ad esempio da quella del Manchester United, che assicura contratti lunghi e ultraredditizi ai suoi migliori giocatori per assicurarsi la loro permanenza. Ecco quindi che la non soddisfazione delle richieste di aumento dell’ingaggio dei giocatori in seguito ai grandi risultati sportivi ottenuti porta a dei malumori che poi hanno delle conseguenze anche sul campo.

Dal punto di vista tattico Pochettino quest’anno ha spesso messo in campo i suoi con un 4-3-1-2 con l’obiettivo di supportare maggiormente Harry Kane e non isolarlo là davanti. Un modulo del genere comporta ovviamente un gioco più centrale e una minore copertura delle zone laterali. Il passaggio a un rombo di centrocampo ha portato delle criticità in fase di pressing: in un modulo come il 4-3-1-2, o viene chiesto ai terzini di spingere più avanti, o sono le mezzali ad aprirsi per coprire gli spazi sulle corsie, ma nel primo caso si lascia tanto spazio ai lati dei difensori centrali, nel secondo, lo spazio si crea tra il perno centrale di centrocampo e le mezzali, a questi ultimi è richiesto un lavoro molto faticoso data la grande quantità di campo da coprire. Il centrocampo del Tottenham non sembra essere sufficientemente aggressivo e fisico per proporre questo tipo di calcio e anche i terzini non sono sembrati a proprio agio. Rispetto allo scorso anno i numeri del reparto d’attacco sono diminuiti, il Tottenham crea meno occasioni da gol e quindi non riesce a nascondere i problemi difensivi che in fondo ci sono sempre stati. La mancanza di energia e dinamismo non rende gli Spurs particolarmente pericolosi e contro squadre che si chiudono in blocco davanti alla propria area di rigore questo problema è evidenziato.


Il Tottenham di Mourinho

 A fronte di tutto ciò Mauricio Pochettino ha perso la sua panchina a favore di José Mourinho, personaggio mai particolarmente apprezzato dai tifosi degli Spurs, soprattutto per il suo passato al Chelsea, ma dall’indiscusso curriculum.

Il cambio ha portato nuove motivazioni, anche considerando la grande capacità dell’allenatore portoghese di lavorare sull’aspetto mentale dei calciatori. L’esordio dello Special One è avvenuto questo weekend in casa del West Ham, in un derby mai semplice da vincere. Il Tottenham è riuscito a trionfare per 2-3, e la gara ci ha offerto subito degli spunti tattici interessanti, facendoci intuire come può evolversi il modo di giocare dei Lilywhites. Mourinho ha schierato i suoi con un 4-2-3-1 che in fase di possesso diventava un 3-2-4-1: Lucas Moura stringe molto la sua posizione e va quasi ad affiancare Kane, a questo punto Aurier si alza al fianco dei tre trequartisti, con Son che rimane largo dall’altro lato. Dele Alli si muove da vero e proprio numero dieci dietro la linea dei centrocampisti avversari e proprio il giovane talento inglese si è reso autore di una grande prestazione e questo ci porta a pensare che Mourinho possa definitivamente valorizzarlo ad alti livelli, dato che il talento c’è ed è evidente, quello che deve migliorare è la concentrazione al fine di acquisire quella continuità che gli manca nell’arco dei novanta minuti. Inoltre con il passaggio da Pochettino a Mourinho c’è stato un cambio di filosofia che sembra il contrario di quello che ha attuato la Juventus passando da Allegri a Sarri. Con il manager portoghese ci si aspetta un Tottenham un po’ più basso e velenoso in contropiede, potendo usufruire di elementi con gamba e qualità per far male in queste situazioni.

Le sensazioni avvertite all’esordio sono poi state confermate nella partita di Champions contro l’Olympiacos, gara da vincere assolutamente per mettere al sicuro il passaggio del girone al secondo posto, alle spalle di un’ormai irraggiungibile Bayern Monaco. I primi venti minuti fanno venire i brividi sulle spalle dei tifosi degli Spurs, la squadra di Mourinho è molto disordinata e confusa e gli ospiti trovano due volte il gol portando il risultato sullo 0-2. A questo punto ecco che vengono fuori tutte le cose positive che ha portato l’arrivo di Mourinho in panchina: dopo mezz’ora di gioco il tecnico portoghese chiama in panchina Eric Dier e inserisce Eriksen, scelta forte che però ripaga, perché la qualità del danese aiuta la squadra a riaccendersi per portare a casa la vittoria. Quella forza mentale che tanto era sembrata mancare nei primi mesi della stagione è adesso venuta fuori, e così il Tottenham ha alla fine vinto la partita per 4-2. Ha segnato Dele Alli il gol che ha riaperto la gara e ha confermato la sensazione che Mourinho potrebbe farlo fiorire in modo definitivo. Gol e assist per Aurier, che non smentisce la chiara predisposizione offensiva che sta acquisendo con il nuovo mister. Doppietta per Harry Kane che segna a prescindere da tutto e da tutti: l’Uragano con questa doppietta è diventato il giocatore che ha impiegato meno partite per segnare 20 gol in Champions League (24), superando il record precedentemente detenuto da Alessandro Del Piero (26).

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In casa Tottenham c’era quindi bisogno di una boccata d’aria fresca dopo i cinque anni con Pochettino, al quale deve essere però riconosciuto il contribuito nel portare gli Spurs in una nuova dimensione. Il cambio con Mourinho porta nuovi metodi e l’entusiasmo potrebbe quindi farla da padrone almeno inizialmente, quello che accadrà nel lungo periodo è tutto da vedere.


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