C’è un culto dietro a ogni gol, questo è evidente. Ognuno di noi appassionati ha il suo feticcio, che sia una sberla al volo di Mateo Kovačić contro la Lazio in una dicembrina serata milanese, o che sia altro. Come buona parte del calcio, questa disputa non è oggettiva e dipende dal sentire personale di chi si cimenta in questo tipo di dissertazioni. Per me il fluido ondeggiare dell’imberbe croato che reggeva le fila del centrocampo più deprimente della recente storia interista è la massima espressione calcistica che abbia mai calcato un campo da calcio, per altri incompetenti no.
La stessa cosa vale per la conseguenza diretta del gol, vale a dire l’esultanza, con una differenza: il sistema di valutazione. I gol sono belli o brutti, non c’è via di mezzo. Le reazioni dei calciatori ai loro gol invece si fregiano di uno spettro valutativo più ampio, che parte dal cringe e termina nel cold, passando per l’iconic e il legendary, ma anche per il wrong e il disrespectful, consultare svariate compilation di YouTube per credere.
E forse è questo che davvero ci interessa delle esultanze: ancor più del modo in cui giochiamo a pallone, quei brevi momenti di emozione priva di freni inibitori ci fa capire chi siamo nel nostro irrazionale, quando siamo allo stato naturale, senza più la copertura di secoli di morale, buonsenso e filosofia a farci da involucro, a nascondere la nostra essenza animale.
Qualcuno di voi potrebbe controbattere, puntualizzando che sarebbe particolarmente difficile dimostrare che Emmanuel Adebayor o Cole Palmer abbiano studiato filosofia. Che posso dire? Anche se la ritengo profondamente ingiusta, questa è un’osservazione che non fa una piega, avete ragione. Ma, detto in breve, non me ne importa un fico secco: nei gesti della gente ciascuno cerca i significati che preferisce. Se Protagora diceva che l’uomo è misura di tutte le cose, non posso essere io la misura di tutte le esultanze?
Quindi eccovi una piccola serie di articoli, ciascuno con dieci delle esultanze più memorabili della storia del calcio secondo me, scelte secondo criteri assolutamente personali che rimandano, però, alla indiscutibile scala dell’oh-perdinci-quanto-mi-gasa e valutate in una scala decimale di cui forse non c’era davvero bisogno, con annessa spiegazione. Siccome la messe è molta e gli operai (io) sono pochi (e nemmeno grandi lavoratori), questa serie sulle esultanze verrà pigramente divisa in scaglioni temporali, partendo dagli anni Novanta per finire negli anni Dieci del nuovo millennio.
State pronti quindi! Il nostro trenino dei ricordi parte da quel periodo di storia speranzoso e magico in cui, dopo la caduta della cortina di ferro, ogni singolo idealismo è stato tradito, ogni singola aspettativa è stata delusa e il calcio ha smesso di essere una cosa normale per diventare un grande baraccone colorato di sponsor, media e fantastiliardi!
Robbie Fowler, La sniffata (3 aprile 1999, Liverpool-Everton 3-2)
Contesto: Robbie Fowler, centravanti di un Liverpool in difficoltà e calciatore tanto incredibilmente forte quanto assurdamente sottovalutato, è da tempo accusato dai tifosi dell’Everton di essere un cocainomane.
Esecuzione: Paul Ince guadagna un calcio di rigore per dare ai Reds l’occasione di pareggiare il fulmineo gol del vantaggio di Olivier Dacourt, Fowler si prende sulle spalle la responsabilità di calciarlo. Rincorsa breve, sinistro vincente: la cosa potrebbe finire lì, ma ecco che arriva il colpo da maestro. Fowler esulta brevemente con le braccia al cielo, ma non appena è in prossimità della linea di fondo campo, proprio di fronte ai sostenitori avversari, si mette carponi sull’erba e finge – con notevole senso drammatico ed eccellente prestazione attoriale – di tirare su la striscia bianca con il naso. È questione di un secondo, poi Steve McManaman prova a portarlo via e Fowler si rialza. Solleva i pugni al cielo per un altro attimo, e poi si rigetta a terra, apparentemente senza sniffare, ma sempre rivolto verso i tifosi dell’Everton, gattonando verso di loro. Dalle immagini disponibili non è chiaro, ma in questo frangente non sembra esserci quella che potremmo chiamare coca-posa.
Conseguenze: quattro giornate di squalifica, una multa di 44.000 sterline e forse il peggior tentativo di giustificazione mai dato da un allenatore nella storia del calcio. Gérard Houllier affermerà infatti che non si trattava di quello a cui tutti hanno pensato, ma che Fowler stava fingendo di “mangiare l’erba”, una celebrazione cerimoniale insegnatagli da Rigobert Song, che la praticava con i suoi compagni del Metz. Anche se il dubbio è legittimo, riguardando le immagini dei momenti iniziali dell’esultanza l’unica cosa che rimane poco chiara è se la dichiarazione di Houllier sia più colonialista o più imperialista.
Voto: idea senza dubbio geniale, coronata da quella che forse è la massima espressione di shithousery – slang britannico che indica un certo tipo di provocazioni calcistiche – nella storia della perfida Albione. Sarebbe un 10/10, ma nel tentativo finale di mascherarla come qualcosa che non è purtroppo si perde leggermente il momentum.
Ma che sto dicendo? Cocaina, insulti e quel sorrisetto da delinquente inglese di prima fascia, in un derby per di più.
Generazionale e stupefacente, 10/10.
Roger Milla, The first dance (14 giugno 1990, Camerun-Romania 2-1)
Contesto: il compianto Mondiale italiano, quello di Schillaci, Maradona e del duo Bennato-Nannini. Girone B, scendono in campo Camerun e Romania. Nell’arco di una partita che non si potrebbe esitare a definire truce, a un certo punto, fa la sua comparsa un meraviglioso trentottenne, giunto al termine di una carriera segnata da uno sconfinato talento e tanti gol. Il mondo ancora non lo sa, ma quel trentottenne, di nome Roger Milla, bullizzerà spietatamente la Coppa del Mondo, con i suoi Leoni al seguito.
Esecuzione: del gol numero uno, si potrebbe dire che Milla vince un contrasto aereo, anche se per la verità sarebbe più corretto affermare che Milla oblitera, con una prepotenza fisica che è difficile testimoniare senza provare un po’ di paura, il povero Ioan Andone, ritrovandosi lanciato a rete, prima di piazzare il pallone in porta con il sinistro.
Nell’ambito del gol numero due, invece, ci si può concentrare sull’assurdo modo in cui Milla, alzato a campanile un pallone in prossimità dell’area di rigore avversaria, si ritrova con quello stesso pallone tra i piedi dopo una serie di interventi – offensivi e difensivi – non molto brillanti, pronto a dribblare e battere a rete di destro.
Entrambe le marcature, è importante sottolinearlo, condividono la stessa esultanza. Milla si dirige verso la bandierina alla sua destra e, avvicinandosi, alza la mano destra al cielo, facendo contemporaneamente cedere le sue ginocchia, muovendo i piedi in una strana danza che pare tribale o sciamanica. Non è dato sapere la sua origine a noi, che osserviamo la cultura africana con l’occhio violento del colonizzatore, ma il movimento è ritmico: si riescono quasi a sentire i tamburi che suonano a tempo, per un secondo, prima che il numero nove del Camerun si inginocchi e alzi le braccia al cielo.
Conseguenze: questo momento ha senz’altro segnato la storia, essendo la prima esultanza danzata mai gettata in pasto alle televisioni e ai media. La svolta culturale che ha impresso al mondo del pallone e delle esultanze è innegabilmente una scossa di grande magnitudo, e, manco a dirlo, c’è un prima e un dopo Roger Milla ad Italia ’90. Una cosa, però, mi preme sapere, dopo aver visto questo simpatico balletto infernale da diverse angolazioni e averci dedicato fin troppo del mio tempo libero: ci troviamo forse di fronte ad una forma embrionale del griddy? La mano alzata e chiusa in una sorta di “ok”, il tremolio delle gambe… un teorico dell’evoluzionismo calcistico ci farebbe un pensiero. Per una conferma, però, bisognerebbe domandare a Moise Kean. Magari in un altro articolo.
Voto: in una recente intervista, i compagni di nazionale di Roger Milla hanno affermato che non l’avevano mai visto esultare in quel modo prima d’ora, ad ulteriore avvallamento della tesi di chi sostiene che le migliori esultanze siano frutto di un’estemporanea esternazione di genio. Il fatto che la cornice di tutta questa storia sia il San Nicola di Bari, mi porta a ragionare su un mezzo punto di bonus. Se pensate che il punteggio sia basso, vi invito a riflettere sul fatto che le esultanze con i balletti sono colpa di questa specifica sliding door calcistica.
Storica ma dannosa, 7.5/10.
Éric Cantona, God is French (21 dicembre 1996, Manchester United-Sunderland 5-0)
Contesto: gelida serata di dicembre a Manchester, ma ancor più gelida per un Sunderland in costante affanno e sotto di quattro reti contro un devastante, inavvicinabile Man United. Éric Cantona, già realizzatore di un penalty, decide di raffreddare ancor più la situazione a dieci minuti dalla fine della gara. Il francese riceve palla a metà campo, dribbla due difensori e si porta sulla trequarti avversaria, scambia con Paddy McNair in un delizioso uno-due e poi, raggiunto il vertice dell’area, scucchiaia, scavalcando il portiere in uscita. La palla lambisce dolcemente il palo a destra di Lionel Perez, e si infila in rete.
Esecuzione: è qui che Cantona compie il vero colpo da maestro. Consapevole di aver realizzato un gol di pura classe, King Éric non si scompone, ma con la freddezza che (non) gli è naturale, si guarda semplicemente intorno. In preda ad un chiaro, totale delirio di onnipotenza – è lo sguardo di un folle, sfido chiunque a non vederci un complesso di Dio – all’inizio nemmeno alza le braccia. Guarda il pubblico come Homelander guarderebbe un formicaio. Anche dopo aver alzato le braccia, Cantona quasi non si accorge nemmeno di McNair che lo va ad abbracciare, premiando l’assistman con un dolce buffetto sulla nuca, con una condiscendenza quasi messianica, ma senza nemmeno degnarlo di uno sguardo. Probabilmente, se avesse aspettato ancora un attimo in quella posizione, il Cielo si sarebbe aperto e su di lui sarebbe caduta un’antica luce, mentre una potente voce tuonava: «questi è il figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento», e oggi il mondo sarebbe diverso. Sicuramente qualcuno ha piazzato del compiacimento su questa faccia. Se sia stato Dio o Cantona, o se le due cose coincidano, rimane uno di quei sacri misteri che i semplici e gli sciocchi come noi non possono nemmeno pensare di comprendere.
Conseguenze: più che conseguenze, conseguenze mancate, e cioè tutta quella lunghissima lista di analogie tra Cantona e Cristo che ci siamo persi negli scorsi anni. Ad esempio, il calcione di Cantona come Gesù contro i mercanti del tempio? Il perfetto numero sette sulla schiena per ricordare ai suoi seguaci di perdonare «settanta volte sette»? Il colletto tirato su come simbolo di controtendenza verso la ragion costituita, come prova della dimensione rivoluzionaria del messaggio cristiano? L’alcolismo come estrema celebrazione del sangue di Cristo all’interno del rito? E che dire poi dello spot della Nike in cui il nostro sconfigge con un potente destro un esercito di demoni? Gli indizi portano tutti dalla stessa parte, e forse anche Santa Madre Chiesa dovrebbe cominciare a fare qualche piccola considerazione a riguardo.
Voto: beh, beh, beh. È vero, stiamo valutando le esultanze coreograficamente, ma c’è anche la questione coolness da tenere d’occhio. E non so cosa possa essere più freddo di un 5-0 segnato con pallonetto in una serata di dicembre, pertanto con esultanza da spaccone e varie inferenze da figura Christi. L’unica differenza tra Cantona e il Padreterno pare consistere nel fatto che:
Dio perdona, lui no, 9/10.
Paul Gascoigne, The dentist’s chair (15 giugno 1996, Inghilterra-Scozia 2-0)
Contesto: tour pre-Euro 1996, la Nazionale inglese è ad Hong Kong per una serie di amichevoli, ma a fare scalpore sono più che altro le serate alcoliche dei calciatori britannici, immortalati in diversi scatti oggettivamente sensazionali, non per il modo in cui sono scattate le fotografie, ma per il grado assoluto di libagioni decadenti che mettono in mostra. Tra i protagonisti di questi meravigliosi momenti di lascivia e decadentismo non può non essere presente quel fenomeno di Paul Gascoigne, che confermava la sua top-form da alcolista poco anonimo. In questo vortice di privacy rubata, la testimonianza che diventa più famosa è quella della cosiddetta “sedia del dentista”: l’ex Lazio, seduto su una poltrona, si faceva versare direttamente in bocca l’alcol dai suoi compagni. Il Sun fotografa, pubblica e accusa, facendo il suo lavoro da tabloid sensazionalista. Gazza, tornato in Patria per l’Europeo, risponde direttamente sul campo: nella seconda gara del girone, contro la Scozia, controlla con leggerezza un lancio in profondità di Darren Anderton, scavalcando Colin Hendry con il sinistro e poi piazzando la palla in rete dopo aver calciato al volo.
Esecuzione: Gascoigne si dirige verso la linea di fondo, prima alzando le braccia al cielo con aria festosa e poi gettandosi a terra di schiena. In un momento magistralmente preconfezionato, tre dei suoi compagni lo raggiungono, e uno di loro gli spruzza una buona parte di una borraccia direttamente in bocca, mimando la sedia del dentista, ma senza il fascino della perdita dei freni inibitori – anche se, c’è da dirlo, nessuno sa se in quella borraccia ci fosse veramente soltanto acqua.
Conseguenze: in Inghilterra l’opinione pubblica si divise tra il “classic Gazza” e una visione un po’ puritana della situazione, considerata a larghi tratti almeno di cattivo gusto. In Scozia invece, ma questa non deve suonare come una novità, se la presero parecchio.
Voto: sei un calciatore di purissimo talento, e durante il tour di preparazione al torneo nazionale più importante della stagione, giocato in casa, con un intero paese a credere in te e al sogno che il football possa tornare a casa non solo geograficamente, ma anche nei risultati, ti ritrovi ubriaco marcio in una discoteca di Hong Kong a farti versare shot di dubbia provenienza direttamente in bocca dai tuoi allegri compari. Passa qualche settimana, segni, esulti, e in un attimo salta fuori che a vedere tutto sbagliato, alla fine, sono stati gli altri.
Alcolismo, pallone e gaslighting nazionale di prima categoria, 9.5/10.
Gabriel Batistuta, La mitraglia (20 settembre 1998, Vicenza-Fiorentina 1-2)

Contesto: Luciano Dati, massaggiatore della Fiorentina e grande amico di Batistuta, segue il bomber argentino a Francia 1998. A fine torneo, gli confessa che gli è parso di essere uno 007 a forza di seguirlo. Anche se il dubbio su come si possa confondere uno come Dati con un agente segreto al servizio di sua maestà permane, si deve prendere atto dei fatti: da questa specifica uscita, senza nessun apparente collegamento logico se non l’utilizzo di armi da fuoco, nasce un’idea semplice e spaventosamente efficiente, messa immediatamente in pratica dopo 50 secondi di partita a Vicenza, quando Batistuta punisce con una capocciata un Lanerossi che non sa nemmeno cosa lo ha colpito.
Esecuzione: purtroppo mancano testimonianze video sufficienti a ricostruire la primissima esultanza dell’argentino, ma per fortuna possiamo ritrovarla praticamente ogni volta che Batistuta ha sfondato la rete da lì in avanti. La più interessante da analizzare è probabilmente la terza messa in mostra in Milan-Fiorentina del 1998, gara in cui il Re Leone si rese autore di una tripletta. Il motivo? Quando qualcuno esulta mostrando un’arma, la valutazione non può che fondarsi sulla tecnica: se quell’arma fosse stata una vera arma, quanta gente avrebbe fatto fuori? Sorvolando sul fatto che in una partita condita da tre reti, il Bati oltre al pallone sarebbe tornato a casa anche con diversi pesi sulla coscienza, il focus è da mettere sulla terza e ultima smitragliata: dopo aver sparato (vocabolo non casuale) una fucilata (vocabolo non casuale) alle spalle del povero Jens Lehmann, l’attaccante della Fiorentina si lancia in un’agitatissima, folle danza omicida, agitando il suo Kalashnikov immaginario a destra e a manca verso gli spalti, falciando decine di anime, scatenando il terrore, facendo esplodere il panico, devastando nel complesso migliaia di vite familiari, amorose, professionali, tutte vite comuni come le nostre, speranze strappate da cuori ancora pulsanti accanto ad un verde campo da calcio e poi un profondo abisso nero pece, buio, buio, e un assordante, orrendo silenzio di morte…
Scusate, mi sono lasciato un po’ prendere la mano.
Conseguenze: generalmente, a livello morale, quella della mitraglia è ormai un’esultanza che nessuno si stupirebbe di vedere punita di questi tempi. Il merito è anche dei precursori della violenza immaginaria, come Gabriel Omar Batistuta, che ha camminato affinché i diritti umani potessero correre. Il suo gesto, beninteso, non aveva nessuna di queste intenzioni: ma non sono forse gli eroi inconsapevoli quelli che meritano più elogi? Preso atto di questa sublime verità, proseguiamo sulla valutaz- ehi, cosa sono questi rumori? Datemi un secondo che do un’occhiat- NOOOOOOO MI È ENTRATO BATIGOL IN CASA SENTO I PASSI DELLA NERA SIGNORA, LA SUA VENDETTA SARÀ TREMENDA SALVATEMI VI PRE-
Voto: il concetto di attaccante letale non sarà mai più lo stesso, ma rimane una piccola riserva sulla correttezza morale di tutto questo ambaradan.
Macchina mortale ormai limitata dall’odierna censura, 8/10.
Bebeto, La culla (9 luglio 1994, Olanda-Brasile 2-3)
Contesto: 7 luglio 1994, mentre tutta la squadra brasiliana si rilassa in hotel, preparandosi per gli imminenti quarti di finale di Coppa del Mondo da giocare a Dallas contro l’Olanda. L’unico che non riposa è Bebeto, che riceve proprio in quel pomeriggio libero la bellissima notizia della nascita di suo figlio Mattheus.
Un paio di giorni dopo, al Cotton Bowl, Bebeto viene omaggiato con un regalo addirittura dalla difesa olandese, che lo lascia involare verso la porta, depositando in rete il pallone del 2-0.
Esecuzione: Bebeto corre verso la bandierina con le braccia unite che oscillano da destra a sinistra e poi all’indietro, mimando una culla. Poi si rende conto di esser stato raggiunto e imitato da Mazinho e Romario, che probabilmente avevano capito il significato del gesto del loro compagno. È sicuramente una grande testimonianza di quanto fosse un gruppo squadra affiatato quel Brasile pieno di campioni, ma ovviamente non possiamo che fermare il tutto per un attimo, con un bel fermo immagine sfuocato e il più classico dei suoni da disco rotto, per chiedere a Bebeto, a noi stessi e al mondo intero: ma chi diavolo culla un bambino così velocemente, mentre corre per giunta?
E non possiamo sorvolare su quelle mani giunte che Bebeto e Romario esibiscono con gaudio: in questo simpatico quadretto di tripudio sudamericano, Mazinho sembra davvero l’unico dei tre che abbia mai avuto rispetto dei propri figli, dato che almeno si cura di tenere le braccia larghe come si deve. Non a caso ha messo al mondo due meraviglie come Thiago Alcántara e Rafinha.
Alla luce dei fatti illustrati, non ci si può che augurare vivamente che la consorte di Bebeto, dopo aver sorriso bonariamente e magari essersi pure commossa di fronte all’amorevole gesto del marito, poi non gli abbia mai più dato in mano il figlio nemmeno per un secondo.
Conseguenze: forse la madrina di tutte le esultanze che potremmo definire wholesome, o forse lo sembra soltanto in confronto alle mostruosità che gli anni Novanta ci hanno proposto e che stiamo vendendo in serie. In un certo senso, però, è anche l’apertura di un impestato vaso di Pandora che in trent’anni ci ha portato ad osservare anche cose di dubbio gusto, come eclatanti proposte di matrimonio negli stadi.
Anche se la spettacolarizzazione tardo-capitalista della propria vita personale in mondovisione sicuramente non era nei piani di Bebeto quando decise di festeggiare la nascita del piccolo Mattheus, da lì a Why Always Me – di cui parleremo, sicuramente, a tempo debito – il passo è sorprendentemente breve.
Voto: questa esultanza trasmette felicità. In primis perché è oggettivamente bello vedere la gente felice, e chi lo nega è uno sporco materialista senza un briciolo di umanità. In secondo luogo, perché fa ridere pensare a dei neonati in volo.
Gioia e affidamento ai servizi sociali, 7.5/10.
Álvaro Recoba ft. Francesco Moriero, Lo sciuscià (31 agosto 1997, Inter-Brescia 2-1)
Contesto: il giorno dell’esordio italiano di Ronaldo, l’Inter è sotto in casa contro il Brescia. A ribaltare il risultato e a salvare la situazione non è l’eroe selezionato dal destino e votato all’eterna gloria, ma un perfetto sconosciuto, anche lui all’esordio, che imparerà a farsi conoscere – e, soprattutto, a far conoscere il suo mancino. Recoba ribalterà la partita in cinque minuti netti, con due saracche da fuori area di una potenza devastante, la seconda su punizione.
Esecuzione: per quanto Recoba sia un genio – incompreso a larghi tratti, forgiato dal fulmine più che dalla luce solare, e quindi discontinuo, ma pur sempre un genio –, a salire agli onori della cronaca in questa sezione dell’articolo sarà un esterno salentino riccioluto, anche lui al suo esordio a San Siro, che dopo una partita non entusiasmante piazza il colpo ad effetto. Evidentemente estasiato dai due asteroidi scagliati in rete dal Chino, Francesco Moriero si fa avanti, cercando di spiegare al ragazzino che fare. Superata quella che immaginiamo possa essere la non indifferente barriera linguistica pugliese-castigliana, gli porge un ginocchio, su cui Recoba posiziona lo scarpino sinistro, e finge di lucidarglielo in omaggio alle sue sassate, in un’esultanza che poi lo renderà famoso con Ronaldo al posto dell’uruguagio.
Conseguenze: bellissima esultanza, storica, geniale e senza dubbio molto iconica, ma facciamo volare un po’ la fantasia con le conseguenze stavolta: cosa sarebbe successo se Recoba avesse lasciato ad un perplesso Moriero un decino americano in quel frangente? Moriero si sarebbe spostato alla ricerca di fortuna in Klondike? Avrebbe scoperto la Valle dell’Agonia Bianca? Avrebbe ottenuto il soprannome di Terrore del Transvaal? Sarebbe stato perseguitato dal Gongoro? Sarebbe diventato il paper- ehm, l’uomo più ricco del mondo? Avrebbe redistribuito le sue ricchezze equamente, o avrebbe costruito un enorme deposito con una $ sopra in provincia di Lecce? Domande rispetto alle quali siamo lasciati in uno spaventoso, sconcertante silenzio.
Voto: splendida citazione barksiana che sono sicuro non abbia nulla a che fare con l’umiltà, ma ha sicuramente molto a che fare con la simpatia.
Viva il Clan dei Paperi in eterno, 8.5/10.
Temuri Ketsbaia, The animal I have become (17 gennaio 1998, Newcastle-Bolton 2-1)
Contesto: il 16 gennaio 1998, l’allenatore del Newcastle Sir Kenny Dalglish informa l’attaccante Temuri Ketsbaia che non farà parte della formazione titolare nella gara contro il Bolton. Il georgiano non la prende benissimo, distruggendo il suo telefono nello spogliatoio in preda ad un attacco d’ira. Il giorno successivo, si vendica sul campo segnando da subentrato la rete del 2-1 e dando vita a un festeggiamento che ha molto più da dire sulla natura umana di quanto possano dire svariati trattati di filosofia.
Esecuzione: dunque, Ketsbaia tira di sinistro e segna a porta praticamente vuota. Da quel momento in poi, succede di tutto. Inizia togliendosi la maglietta – notare la collanina dorata un po’ truzza sul fisico particolarmente scolpito –, e fin qua francamente tutto bene, ma poi la lancia con una rabbia animale direttamente in curva, dove i tifosi lo stanno osannando festosi, prima di cercare di togliersi lo scarpino, non si capisce bene per quale motivo, forse per lanciare anche quello negli spalti. Purtroppo prima di riuscire a farlo viene raggiunto da un suo compagno di squadra, Philippe Albert, che fa l’errore fatale di avvicinarsi ad un uomo che ormai non ha più il controllo di sé stesso, ma è completamente intrappolato in un vortice di emozioni cieco e assassino, e infatti se lo scrolla malamente di dosso, mentre allo stesso tempo calcia con violenza inaudita i cartelloni pubblicitari, in un ammirevole raptus anticapitalistico. Il ritorno di Albert non viene preso benissimo, e il centrale belga, comprendendo che la sua vita si trova a rischio, decide di lasciar perdere, lasciando finire lo sfogo di Ketsbaia, che colpisce ancora l’ormai morto cartellone nero di Adidas. Pur conoscendo i motivi del nervosismo e rimanendo adesi ai fatti, si fatica a trovare un senso a questo delirio omicida.
Conseguenze: Ketsbaia, manco a dirlo, divenne immediatamente eroe popolare. I tifosi del Newcastle lo considerano un giocatore di culto, e considerano questo gol un gol di culto. Ketsbaia invece ha confessato di essersi pentito di quel momento di rabbia estrema, che, a detta sua, l’ha condannato a essere ricordato solo per l’esultanza successiva a quel gol, e non per il resto del contributo da lui fornito al Newcastle. Si potrebbe costruire una complessa lezione morale da questo evento, raccontando che l’uomo è artefice delle proprie fortune, tristi o felici che esse siano, ma forse è il caso di lasciare il pallone al pallone per una volta, e ricordare Ketsbaia per il calciatore che è stato.
Dal canto suo, invece, Alan Shearer ci fa sapere che tutta la situazione l’ha molto divertito, e lo diverte ancora oggi.
Voto: non so se sia il mio amore per gli edit con i dinosauri o il mio cervello ormai irrimediabilmente devastato da anni di frequentazione dell’internet a parlare al posto mio, ma avete mai visto un’esultanza più adatta di questa ad una canzone come Animal I Have Become dei Three Days Grace? Io no.
So what if you can see the darkest side of me?
No one would ever change this animal I have become! 9/10.
Jürgen Klinsmann, The Flying D(e)ut(s)ch (20 agosto 1994, Sheffield Wednesday-Tottenham 3-4)
Contesto: Jürgen Klinsmann non ha fatto nemmeno in tempo ad atterrare a Londra per accasarsi a White Hart Lane, che già la stampa britannica lo accusa di essere un tuffatore. L’occasione di ribadire il proprio disprezzo verso certo becero giornalismo da quattro soldi si presenta al centravanti tedesco sotto forma di un morbido cross di Darren Anderton – ancora lui, come con Gascoigne –, schiantato puntualmente in rete con una zuccata da antologia.
Esecuzione: un accenno di aeroplanino pre-montelliano prima di servire il piatto principale, un bel tuffo sorridente in faccia alle accuse. Notare come venga prontamente imitato da quel guascone di Teddy Sheringham, che nell’atto quasi impatta nell’altrettanto gioiosamente volante Colin Calderwood, in un momento tipicamente britannico sotto al quale potremmo mettere una bella fanfara di God Save the Queen con un bel faccione di Elisabetta II in trasparenza.
Conseguenze: per Klinsmann, nessuna, se non l’apertura del suo conto di 21 reti messe a segno in quella stagione. Per la stampa inglese, magari, un qualche timido arrossimento di vergogna. Per noi, che osserviamo la storia come testimoni privilegiati, in perenne ricerca di validi spunti dalla torbida marea dei secoli, un fondamentale quesito: è forse la vendetta il motore della creatività umana? È il senso di rivalsa a dar frutto alle migliori prestazioni di cui siamo capaci? Costruiamo il bene in funzione di un eterno, immutabile male? A questa e ad altre domande risponderà la Nazionale italiana a marzo.
Voto: se valutiamo questo tuffo come un tuffo in piena regola, e quindi, parafrasando, come uno di quelli di Tania Cagnotto, direi che potrebbe pure starci un simpatico 0/10. La spanciata non è la tecnica d’ingresso preferita dalla giuria olimpica, si sa – e il sospetto che, nonostante l’erba, un po’ di male Klinsmann se lo sia fatto, c’è. Se invece lo valutiamo come atto ribelle, presa in giro, shithousery e quant’altro, abbiamo visto di meglio e di peggio. Quello che mi piace chiamare “fattore Germania”, però, si fa sentire, visto che per pungere nel vivo uno come Klinsmann probabilmente il Sun dev’essercisi messo d’impegno, e quindi mi pare più che appropriato aggiungere un punticino. L’unico contro è che forse, data l’elevazione donatagli da madre natura, la Pantegana Bionda – come lo chiamava la Gialappa – poteva librarsi in aria un po’ di più.
Alto, ma non altissimo, 7.5/10.
Marco Delvecchio, La pace (13 marzo 1999, Roma-Bologna 3-1)

Contesto: Marco Delvecchio è arrivato a Roma nel 1995, in uno scambio con Marco Branca. Da lì in poi è stato per quattro anni un fischiatissimo oggetto di contestazione per i tifosi giallorossi, complici anche una media realizzativa non proprio di alta categoria e il fatto che la piazza, che si aspettava l’arrivo di Gabriel Omar Batistuta, si ritrova tra le mani questo promettente, ma sgraziato attaccante dell’Under 21 italiana. Per tre anni Delvecchio esulta (poco) portandosi le mani alle orecchie per sentire meglio mugugni e fischi, cosa che, come potete immaginare, non farà benissimo al suo già complesso rapporto con i tifosi. Finché, nell’anno zemaniano per eccellenza, il 1999, al secondo gol di Super Marco contro il Bologna, accade una cosa straordinaria…
Esecuzione: Delvecchio, come suo solito, si porta la mano alle orecchie con aria di sfida – e una certa inossidabile verve, per qualcuno che fa la stessa cosa da tre anni. Stavolta, però, invece di venire sommerso di fischi e insulti, dall’Olimpico scroscia maestosamente una marea di applausi, che probabilmente lasciano anche Delvecchio di sasso. È il suono della riappacificazione, della fine delle ostilità – durante più a lungo di alcune guerre vere – tra un uomo e la sua tifoseria.
Conseguenze: dopo la partita ebbe luogo un acceso confronto tra il calciatore e la tifoseria organizzata, che io mi immagino sempre un po’ come il dialogo Chomsky-Foucault in Olanda, nel 1971. Delvecchio è Foucault.
Il portavoce della tifoseria, ordinatamente seduto sulle barriere che dividono la Curva dal prato, discute gesticolando metafisicamente:
T.R.: «Guarda che non devi più fare l’esultanza così però, non va bene!».
Al che Delvecchio, improvvisamente calvo, risponde:
M.D.: «Eh però voi dovete finirla di contestarmi a prescindere ragazzi, che qui siamo tutti indirizzati al bene della Roma».
A questo punto il portavoce non può che soggiungere, incrociando le gambe sulla sua scomodissima seduta:
T.R.: «Ho capito, ma purtroppo per te non sei Gabriel Omar Batistuta, l’ideale assoluto e buono a cui tendiamo per costruire il nostro progetto sportivo. Neghi forse tu di essere Marco Delvecchio e non Gabriel Omar Batistuta?».
Delvecchio, all’angolo, si rifugia nella sua filosofia.
M.D.: «Sì, ma guardate che lo so che ontologicamente avete ragione. Il problema sta alla radice: voi crescete cercando Batistuta perché siete convinti che la natura umana, nel calcio, tenda in modo innato al bene, alla perfezione, alla mitraglia, al Bati. La realtà è però ben diversa: voi ora volete Batistuta perché la società in cui siete cresciuti ve lo impone, ma anche Delvecchio è un più che valido attaccante per l’A.S. Roma».
A queste parole l’Olimpico, nel frattempo diventato un silenziosissimo spettatore pieno di spettinati giovani che vogliono cambiare il mondo, e assiste alla discussione mentale definitiva tra queste due menti brillanti, esplode in una convinta ola. Delvecchio vince, fa 23 reti quell’anno e continua a esultare così, con la Curva Sud che ormai lo sostiene a spron battuto. Il relativismo calcistico-morale impera in coppia con l’iperoffensivismo di Zeman, scuotendo nelle fondamenta l’Occidente.
Voto: ma chi ha mai fatto pace tramite esultanza? Probabilmente solo Marco Delvecchio. Poi certo, non con ‘sta grande esultanza alla fine, ma la combo gol-esultanza-confronto positivo (e sottolineo positivo) con la tifoseria della Roma (e sottolineo della Roma) merita la più alta delle considerazioni.
Delvecchio premio Nobel per la pace, 10/10.
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