È un uggioso pomeriggio autunnale. Da tifoso o semplice appassionato, provi a combattere la mestizia di quella giornata con un po’ di Serie A, e sei sul divano in attesa della partita. La tua TV, ad un tratto, interrompe la pubblicità che precede il calcio d’inizio e ti lancia un monito: se cedi alla tentazione della pirateria, essa entrerà nella tua vita, accedendo alle tue informazioni personali e al tuo conto bancario, come un “amico” che sa tutto di te e non intende lasciarti più. Poi la partita inizia, e fra incapacità di mantenere la risoluzione stabile, con continui salti di formato e, per i più sfortunati, la famosa rotellina che gira a vuoto su schermo nero, il monito di qualche minuto prima torna in mente, spingendoti a pensare che quasi quasi un “amico pirata” nella tua vita non sarebbe così male. E pazienza se accede al tuo conto corrente, è probabile che non ruberà più di quanto già non paghi alle Pay TV.
Come funzionava prima di oggi?
Chi di voi ha un po’ di dimestichezza con i principi base dell’economia saprà di certo che una delle massime forme di tutela per i consumatori è impedire che un bene o servizio sia soggetto a monopolio. Dopo il suicidio imprenditoriale di Mediaset Premium, che rinunciò a gran parte della sua offerta per tagliare fuori Sky dalla corsa ai diritti della Champions League, il sistema concorrenziale che si stava rapidamente delineando crollò. Fino a quel momento, e per molti anni, l’appassionato poteva scegliere fra servizi che offrivano grossomodo le stesse cose, per qualche anno con la possibilità di integrare qualche carenza di Mediaset Premium abbonandosi ad altri broadcaster a basso costo come Dahlia TV.
Sky era un servizio dedicato a una fascia di utenti medio-alta, che offriva la qualità del satellitare, numerosi canali HD, avviandosi verso il Full HD e il 4K, qualche campionato minore in più, e un’offerta complessiva impareggiabile nell’era precedente all’esplosione dei servizi streaming, che rispetto al suo maggiore concorrente in campo calcistico, garantiva un vantaggio competitivo circoscritto agli appassionati di Serie TV, cinema, talent e reality. Chiaramente, questa maggiore qualità presupponeva prezzi maggiori sulla concorrenza, ma la situazione rimaneva favorevole proprio per la possibilità di poter scegliere fra un servizio migliore e uno meno strutturato e più accessibile, ma comunque solitamente capace di garantire al cliente di seguire tutte le partite di suo interesse in un unico pacchetto.
Superata questa fase, inizia quella del monopolio, paradossalmente dovuto proprio alla diversificazione dell’offerta, con Mediaset Premium padrone della Champions League e Sky di praticamente tutto il resto. Mossa che, nonostante le aspettative, costò al colosso del digitale terrestre gran parte della sua clientela, impossibilitando l’emittente a rientrare nei costi esorbitanti sostenuti per garantirsi l’esclusiva della principale competizione al mondo. Per fare solo un esempio, in quegli anni Inter e Milan non raggiunsero mai la qualificazione in Champions, motivo per il quale i tifosi delle milanesi, che rappresentano un’enorme porzione del pubblico calcistico italiano, non avevano la necessità di abbonarsi a Mediaset Premium per seguire le proprie squadre – che, in piena banter era, si limitarono al massimo a giocare l’Europa League, esclusiva Sky. O, ancora, Mediaset Premium perse la grande fetta di clientela rappresentata dai tifosi delle squadre di Serie B, che vedendosi tagliati fuori dall’offerta, ripiegarono in massa su Sky, disdicendo l’abbonamento a Premium per continuare a seguire il campionato cadetto.
Nessuna concorrenza, ma un insieme di monopoli
Scomparsa Mediaset Premium, il rischio che Sky ne profittasse per monopolizzare il mercato apre la strada a nuovi competitor, rendendo paradossalmente la vita del tifoso ancor più insostenibile. Ciò che i regolatori del settore non hanno capito o non hanno voluto capire è che il mercato delle partite in televisione non risponde alle regole classiche del mercato. Pensare che la concorrenza sia assicurata dalla presenza sul mercato di diversi broadcaster che garantiscono un’offerta diversa è follia. La concorrenza può derivare solo dalla possibilità per il consumatore di scegliere in base al prezzo, al numero di canali in 4K, fra satellite, digitale terrestre e internet, all’offerta complementare, ai campionati minori a disposizione, agli altri sport presenti nell’offerta e così via, ma non, e mai, su che tipo di competizione l’offerta prevede. Come può un tifoso scegliere a cuor leggero quale competizione in cui gioca la propria squadra deve seguire? Qualcuno davvero crede che in questa situazione all’appassionato sia garantita una scelta, o lo si sta semplicemente obbligando ad abbonarsi a diverse emittenti, ognuna forte di un piccolo regime di monopolio?
Perché, alla lettera, il monopolio è un’esclusiva, e se un’emittente ha tutta la Serie A, e un’altra tutta la Champions, non è possibile considerarli come servizi in concorrenza, ma come monopoli separati che offrono servizi completamente diversi, non assimilabili solo in quanto si occupano di trasmettere partite di calcio: Inter-Real Madrid di mercoledì alle 21:00 non è un prodotto televisivo che deve competere con Inter-Juventus alle 20:45 della domenica. Chiedere questo a un tifoso è come chiedergli di tagliarsi un braccio.
Che cosa ha comportato, dunque, l’avvento di DAZN e Amazon nel mercato? Innanzitutto, DAZN è stato per anni un tormento per chiunque, aggiudicandosi tre partite di Serie A in esclusiva – mozzando dunque in modo ingiustificabile l’offerta di Sky, che a un certo punto ha iniziato a offrire pacchetti integrati e offerte per DAZN ai suoi clienti esasperati –, per poi, nel terrore generale, prendersi tutta la Serie A.
La forza economica di DAZN è stata la sua debolezza qualitativamente parlando. La scelta di trasmettere le partite via internet ha abbattuto i costi di gestione rispetto al sistema satellitare, ma al contempo ha portato indietro di anni la qualità del servizio, forse mai così bassa. Pur consci del ritardo infrastrutturale proprio e del pubblico italiano, DAZN, con il bene placito della Lega e dei meccanismi di controllo, si è aggiudicato un servizio che non è stato in grado di trasmettere in modo adeguato, nonostante la situazione surreale fosse sotto gli occhi di tutti. Ancora oggi, per molti utenti, specie quelli più anziani o che vivono in zone poco urbanizzate, l’utilizzo di DAZN rappresenta un piccolo dramma quotidiano. E anche quando funziona in modo impeccabile, per farlo necessita di circa 15/20 secondi di ritardo sulla diretta, con tutte le problematiche che ne conseguono.
Il paradosso è che gli accordi tra emittenti, nati per risolvere problemi strutturali, si avvicinano piuttosto a forme di coordinamento poco compatibili con una concorrenza piena. Dopo averci fatto pagare il “pantalone rotto”, ora ci fanno pagare anche la toppa. In primis, che a Sky sia permesso di offrire a locali e servizi commerciali l’offerta completa è già di per sé sintomo beffardo del timore che in un gremito pub irlandese di domenica sera la folla si ritrovi inferocita a fissare una rotella che gira, ma che Sky abbia poi attivato canali DAZN satellitari è altrettanto segno della consapevolezza che la copertura satellitare è un’esigenza e che il servizio offerto via rete è peggiorativo, eppure, anziché fornire questa opzione gratuitamente ai clienti Sky, viene chiesto un ulteriore sforzo economico per accedere a questo “lusso”, che dovrebbe essere il servizio minimo: che la partita si veda.
L’ingresso di Amazon nella questione è tanto triste quanto beffardo. Il consumatore, già costretto a pagare un abbonamento Sky ingiustificabilmente esoso, sempre più mutilato e meno conveniente di anno in anno, deve ora abbonarsi anche a Prime Video solo per seguire una singola partita di Champions a settimana. Circostanza che rappresenta una chiara offesa all’intelligenza del tifoso italiano.
Le conseguenze dei monopoli
Forti dei rispettivi monopoli, l’attenzione che queste aziende ripongono verso la clientela inizia ad assomigliare a quella delle compagnie aeree low cost, storicamente poco inclini al dialogo e al compromesso e sempre pronte a cercare un cavillo per spillarti più soldi possibile. I prezzi degli abbonamenti aumentano sempre più, nonostante l’offerta resti la stessa o peggiori. Prezzi che ovviamente sono da considerare cumulativamente gli uni con gli altri.
Senza considerare offerte che impongono servizi sconnessi dal calcio – come quelli telefonici, che spesso propongono pacchetti di questo tipo –, e casistiche nelle quali vi è la necessità di avere più schermi in contemporanea, l’opzione più economica possibile per seguire tutta la Serie A e le coppe europee costa circa 60 euro, tra DAZN, Now TV – il servizio streaming di Sky – e Prime Video, e sei obbligato a un abbonamento annuale senza possibilità di recedere il contratto. Puoi risparmiare qualcosina mensilmente su DAZN, ma solo se sei disposto a pagare 359 euro seduta stante all’azienda britannica. È pacifico concordare che siamo di fronte al palese sfruttamento commerciale di una posizione di potere.
A tutto questo, si aggiungono poi le prese in giro per i clienti, che dopo aver sborsato cifre astronomiche, si ritrovano a leggere di improvvise offerte dimezzate, big match trasmessi in chiaro o proposte contrattuali migliori per chi non è intenzionato a rinnovare l’abbonamento. Azioni disperate atte a evitare un’emorragia di abbonati causati dallo scontento generale.
La frammentazione degli abbonamenti non ha dunque migliorato il servizio, ma lo ha anzi reso più costoso e meno funzionale. Ogni operatore gestisce un pezzo di calcio come se fosse un prodotto a sé, e il risultato è che l’appassionato deve adattarsi a un sistema costruito per massimizzare ricavi.
Combattere una battaglia di principio contro le Pay TV è purtroppo impossibile, ma c’è un limite a tutto: ricordiamoci che il tifo non è un atto di consumo. Tutti dovrebbero avere la possibilità accessibile di vivere la propria passione, mentre oggi si ha solo quella di scegliere quanto si è disposti a spendere per non essere tagliati fuori.
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