Pedernera

Fonte immagine: Dominio pubblico

Adolfo Pedernera, el más grande

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«Pedernera è stato un gradino sopra gli altri. Sopra tutti. Sempre. Se chiedete a me che cosa penso quando chiudo gli occhi e sussurro nella mia mente la parola ‘fútbol’, io vi dirò che il mio cuore penserà sempre e solo ad una persona: Adolfo Pedernera», con questa frase Alfredo Di Stéfano rispondeva ad un cronista che gli chiese chi fosse, secondo lui, il miglior giocatore della storia del calcio, e questo, probabilmente, è sufficiente a comprendere lo spessore calcistico della figura di cui parleremo in questo articolo.



Adolfo Pedernera, per l’appunto, insieme all’austriaco Matthias Sindelar, è stato uno dei primi falso nueveante litteram – della storia del calcio. Nato a Buenos Aires nel 1918, iniziò a cimentarsi nel mondo del pallone nelle giovanili dell’Huracán. A soli 16 anni si verificò quella che si può considerare la svolta della sua carriera, quando si trasferì al River Plate. Debuttò in prima squadra l’anno seguente, e toglierà per l’ultima volta la maglia bianca e rossa dodici anni dopo, nel 1946.

I tifosi del River amano chiamare il proprio club «el más grande de Argentina», e se possono permettersi di farlo, è anche per merito suo. In tredici stagioni con i Millionarios divenne uno dei giocatori più importanti della storia del Sud America. Fece parte di entrambi i cicli della Máquina biancorossa, nel ‘38 e dal ‘41 al ‘47. La Máquina era chiamata così poiché considerata quasi invincibile e capace di schierare una linea delantera – una linea d’attacco a cinque, come si giocava all’epoca – in grado di muoversi e ruotare per il campo, in modo da trovarsi sempre dove gli avversari non se lo aspetterebbero e annichilire ogni difesa. Sì, perché all’epoca non vi erano molte alternative e possibilità nella scelta dei moduli, la cosa che la faceva da padrone, oltre al talento dei calciatori, era come essi venivano interpretati.

Nel 1938, per la prima volta, il River poté fregiarsi del titolo di Máquina, grazie ad un attacco in grado di realizzare 106 reti in 34 partite durante la stagione 1936/1937. I componenti di quell’incredibile attacco furono solo il preludio a quello che renderà grandi los Millonarios per tutti gli anni Quaranta. Pedernera condivideva il reparto col Charro Moreno, Carlos Peucelle – primo idolo di Di Stéfano –, Eladio Vaschetto e la Fiera Ferreyra. Il River, guidato dall’ungherese Hirschl, giocò con il classico Sistema e dominò anche il campionato successivo, staccando di 6 punti l’Independiente di Arsenio Erico – capocannoniere con 47 gol, ancora oggi record di realizzazioni in una singola stagione del campionato argentino, ed inventore di uno dei gesti tecnici più amati di sempre: il colpo dello scorpione.

Nel 1941, dopo tre anni, il River Plate tornò a vincere il titolo, con Ángel Labruna, Aristóbulo Deambrossi e Juan Carlos Muñoz che aiutarono el Charro e Pedernera a sovrastare di 4 punti il San Lorenzo, ma è solo nell’anno seguente che iniziò il secondo ciclo della Máquina, quando Deambrossi venne sostituito da Félix Loustau, dando inizio ad un’epoca calcistica unica.

Il sistema di gioco messo in atto dal nuovo allenatore Renato Cesarini – sì, quello della zona – prevedeva che tutti i giocatori, eccetto il portiere, attacchino – Pedernera lo definiva un 1-10 – anticipando di un decennio il Sistema ungherese di Sebes e di trent’anni il Calcio totale di Rinus Michels.

Loustau e Muñoz sono le due ali devastanti, in grado di fare entrambe le fasi per tutti i novanta minuti e di mettere dei cross perfetti per gli inserimenti di Labruna e Pedernera. El Maestro – uno dei tanti soprannomi che Pedernera si è guadagnato durante la sua carriera – è infatti il terminale offensivo della rosa, ma come già detto è da considerarsi l’inventore del ruolo di falso nueve. Cesarini decise di provarlo in questo ruolo e lui si mise in luce con prestazioni fantastiche, che lo porteranno a segnare 131 gol totali in 287 partite. Con il River vinse 5 campionati argentini, l’ultimo nel 1947, il quale segnò la fine della Máquina.



Alla soglia dei trent’anni, a causa anche dei problemi con Labruna e con il presidente Liberti, Pedernera decise di lasciare il posto ad un giovane di belle speranze, reduce da 10 gol con la maglia dell’Huracán, prossimo ad essere designato e definito suo erede naturale: la Saeta Rubia Di Stéfano.

Giocò successivamente nell’Atlanta e di nuovo nell’Huracán, ma nel 1949 scoppiò lo sciopero dei calciatori argentini, che reclamavano l’avvento del professionismo. Si assistette quindi ad un’incredibile fuga di cervelli calcistici verso la Colombia, in un neonato sistema calcistico in grado di offrire cifre da capogiro ai giocatori.

Pedernera si trasferisce, assieme a Di Stéfano – neanche a farlo apposta – nel Millionarios di Bogotà, divenendo parte del ciclo dell’El Dorado. Vinse per quattro anni il titolo colombiano, risultando decisivo nella doppia finale del ‘49 contro il Deportivo Cali, segnando sia all’andata che al ritorno, per le due vittorie dei biancoblu. Dall’anno successivo assunse il ruolo di allenatore-giocatore, conducendo una squadra composta tra gli altri da Di Stéfano, Néstor Rossi e Julio Cozzi al successo per tre anni consecutivi, fino al 1954, quando il Patto di Lima costrinse tutti i giocatori stranieri a lasciare la Colombia, con Don Alfredo che si trasferì al Real Madrid e Pedernera che tornò dove tutto era iniziato, all’Huracán, dove terminò ufficialmente la carriera da calciatore.

Una carriera strepitosa, dai connotati magici e leggendari, che lo hanno reso uno dei giocatori più innovativi ed importanti per la storia del calcio. Un giocatore troppo elegante, probabilmente il massimo esponente della marianela, giocata meravigliosa inventata da Juan Evaristo, che consiste in una finta rabona, eseguita per passare la palla con l’esterno del piede.



I tifosi argentini che riuscirono a godere delle sue gesta non furono solo quelli del River, ma quelli di tutta la sua Nazione. Con l’Albiceleste segnò 18 gol in 36 partite e trionfò nelle edizioni 1937, 1941 e 1946 della Copa América – quando ancora si chiamava Campeonato Sudamericano –, riuscendo a mettersi alle spalle formazioni come il Brasile semifinalista mondiale nel ‘38 e l’Uruguay di Schiaffino e Varela.

Il suo più grande rimpianto con la Nazionale resta probabilmente il non aver potuto giocare mai un Mondiale. Nel ’38, quando aveva 19 anni, l’Argentina decise di non partecipare, perché dopo essersi proposta come squadra ospitante del torneo – e di fatto sarebbe dovuto toccare ad un paese sudamericano –, venne scelta la Francia a suo discapito, per paura che ci fosse una defezione di massa delle migliori squadre europee come nell’edizione del ’30. A causa della Seconda Guerra Mondiale, non verranno organizzati campionati mondiali durante quello che è stato il periodo del suo massimo splendore calcistico. Si dovrà attendere il ’50, quando di anni ne aveva 31, e comunque l’Argentina rinuncerà alla partecipazione a causa degli scioperi dei calciatori, così come nel ’54.

Torneranno a disputare la competizione nell’edizione immediatamente successiva, quella del ’58, con Pedernera già ovviamente ritirato, e da quel momento non mancheranno mai più l’appuntamento con la più ambita competizione calcistica, tranne per l’edizione del 1970, quando clamorosamente fallirono la qualificazione, mandando il Perù in Messico. Jorge Luis Borges, una delle migliori penne argentine di sempre, anche lui porteños come Pedernera, sosteneva che coloro i quali non hanno fame di giustizia, perché sanno che la nostra sorte, avversa o benigna, è opera del caso, che è inscrutabile, sono beati. Adolfo non rientrava sicuramente tra questi ultimi, perché in quelle catastrofiche qualificazioni per Messico ’70, sulla panchina dell’Argentina, c’era proprio lui.

Nonostante la parentesi poco felice a capo della Selección, sarà grande anche la carriera da allenatore, con vittorie in tre diversi campionati sudamericani: quello colombiano, quello uruguaiano nel 1955 col Nacional de Montevideo e quello argentino nel ‘64 con il Boca Juniors. Avrà soprattutto, però, il merito di aver cambiato radicalmente il modo di giocare di Enzo Francescoli, il Principe, il cui raggio d’azione venne avanzato di 15 metri, scelta che gli permetterà di segnare 25 reti in 34 presenze nel 1984 con il River Plate e di regalare ancor più emozioni con tutte le maglie che indosserà.

Adolfo muore nel 1995, ad un anno di distanza dall’ultima riunione con due dei suoi più grandi compagni ed amici di sempre, el Pipo Néstor Rossi e Don Alfredo Di Stéfano, lasciando in eredità al calcio il ruolo – al suo tempo innovativo – del falso nueve e alcune delle più belle giocate di sempre.

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