Varela

Obdulio Varela, el líder pobre

Monografie Storia del calcio

Ci sono storie che assumono importanza grazie ai personaggi, uomini protagonisti che -nel bene o nel male, con un ruolo più o meno importante- ingigantiscono l’alone di epicità del contesto. Altre volte la leggenda scaturisce proprio da quest’ultimo, spesso con un immancabile e inevitabile contributo della situazione politica e sociale, che spinge i protagonisti ad elevarsi quasi a figure mitologiche e a diventare idoli e, a seconda dell’importanza, quasi divinità per il contorno, quel popolo per il quale questi eroi sono “costretti” ad agire. Quando però le due casistiche si fondono, allora non si ha più solo una storia o un racconto, in questo caso si entra di diritto nella leggenda e nell’immortalità, così come vi è entrato Obdulio Varela.

È questa la storia che ci porta ad incontrare uno dei più importanti giocatori della storia del fútbol sudamericano, capace di oltrepassare i confini uruguagi e a diventare per un pomeriggio, il più mitologico per la storia della Celeste, il più tragico e disastroso per quella Carioca, re del Brasile. Per spiegare il personaggio basterebbe anche solo il soprannome: El Negro Jefe, il capo nero, derivato ovviamente dalla carnagione e dall’enorme carisma.

La storia di Obdulio Varela inizia esattamente allo stesso modo della maggior parte dei personaggi di maggior spicco della storia calcistica, nella difficile e per certi versi invivibile povertà rioplatense. Nato a Montevideo, inizia fin da giovane a vendere giornali per le strade della capitale per riuscire a guadagnare abbastanza per sopravvivere, prima di entrare nelle giovanili del Deportivo Juventud. Dopo un trascorso nei Wanderers di Montevideo, arriva nel club più titolato e importante del paese, quel Peñarol vincitore di 5 Copas Libertadores e 3 Intercontinentali, oltre a 51 scudetti. È in questo periodo che la Celeste comincia la sua rinascita calcistica, dopo i titoli olimpici nel ‘24 e nel ‘28 e il primo Mondiale nel 1930. Da capitano El Negro Jefe porta la sua Nazionale a vincere la Copa America del 1942, trofeo all’epoca più prestigioso vista l’assenza di Olimpiadi e Mondiali causa Seconda Guerra Mondiale. Cominciano anche i primi successi in patria, con la conquista dei campionati del 1944 e del 1945. Tra il 1948 e il 1949 conduce per sette mesi la huelga dei calciatori, lo sciopero calcistico volto ad ottenere maggiori diritti per gli atleti e l’introduzione del professionismo. Varela è il leader carismatico di questo sciopero e, assieme all’asso del Nacional e rivale in campo  Enrique Castro, guida circa 500 colleghi nella rivolta. Questo causerà lo stop anticipato del campionato del 1948, terminato dopo soli 10 turni e col Nacional al comando ma mai omologato campione, e il ritardo nell’inizio del torneo successivo, che sarà poi vinto ancora una volta dai gialloneri di Varela. Questa specie di lockout cestistico accrescerà la fama e il carisma del mediano, che alla vigilia del Mondiale in Brasile del 1950 viene nominato capitano della Celeste.

A quel Campionato del mondo si arriva in un clima molto, ma molto strano. Innanzitutto, è la prima rassegna iridata dopo l’interruzione causa secondo conflitto bellico, cosa che causa l’esclusione automatica della Germania e del Giappone, ma non quella dell’Italia, forse salvata dal successivo schieramento con gli Alleati, ma molto più probabilmente in quanto bicampione mondiale in carica. Proprio sull’Italia vi sono le più grandi attese, senonché un pomeriggio del maggio del 1949, il fato e il maltempo si sono portati via la più forte squadra italiana della storia, il Grande Torino, colonna portante degli Azzurri e capitanati dal grandissimo Valentino Mazzola.

Le principali candidate per la vittoria finale restano quindi le sudamericane: il Brasile della linea delantera, i 5 attaccanti capaci di segnare ad ogni azione e guidati dal fenomenale Zizinho, e l’Uruguay.

Quello del ‘50 è per l’appunto un Mondiale parecchio strano, in primo luogo per la formula, non la classica ed odierna eliminazione diretta, bensì due fasi a gironi al termine delle quali la squadra con più punti sarà incoronata campione. E il Brasile, per la prima ma non ultima volta nel corso del torneo e della sua storia, non riesce nel suo intento: arrivare all’ultimo match già matematicamente campione.

È il Maracanazo. È il punto più alto della vita calcistica di Obdulio. La partita decisiva. Da una parte i Carioca, forti di un punto in più in classifica che li renderebbe campioni anche con un semplice pareggio. Compito facile se si pensa alla qualità dei suoi calciatori, come Friaça e Jair. Dall’altra la Celeste, obbligata a vincere per bissare il successo del 1930 e in grado di schierare giocatori come “El MonoGambetta, “PepeSchiaffino e Ghiggia, oltre a Varela. A far da cornice uno splendido Maracaná gremito di circa 200.000 spettatori.

Calcio di inizio, arbitra l’inglese Reader, 53 anni, arbitro più vecchio di una finale mondiale. Primo tempo nevrastenico, al Brasile basterebbe un punto ma è chiaro che nessuno si accontenta di un pareggio. La Celeste invece sembra non essere scesa in campo: Schiaffino, l’uomo più tecnico è solo un controfigura del grande campione del Peñarol.

Inizia la ripresa. Gooooool do Brasil. Friaça, 1-0, esplode il Maracaná. Uruguay senza più idee. Ma è qui che si compie il destino di Obdulio. Da capitano prende la palla, ma non la rimette subito al centro del campo, no, lui non la dà vinta così facilmente ai brasiliani, lui la tiene per attimi che sembrano interminabili e, lentamente e con enorme calma, la riporta nel cerchio di centrocampo spronando i suoi compagni. Loro, ai quali prima del fischio aveva consigliato di non lasciarsi distrarre dai fattori esterni, i 200.000 del Maracaná, pronunciando alcune delle parole più importanti della storia uruguagia: “Los de afuera son de palo”, quelli fuori non esistono.

La Celeste è rinvigorita. Pareggia Schiaffino, segna a 10 dalla fine Ghiggia. Gambetta sull’ultimo angolo la prende di mano, prendendosi gli insulti di tutti i compagni, in primis il portiere Máspoli, ma in realtà c’è stato il triplice fischio, e lui è uno dei pochi ad averlo sentito.

È finita. Uruguay campione. Seconda volta su due partecipazioni. Obdulio riceve la coppa da Jules Rimet in persona e rientra in albergo a Rio de Janeiro coi compagni, ma non passa la serata festeggiare con loro, bensì per le vie cittadine a consolare i tifosi brasiliani.

Giocherà i Mondiali del 1954, dove la Celeste perderà la semifinale per 3-2 contro la Grande Ungheria di Puskas, partita saltata da Varela per infortunio e che gli permetterà di concludere da imbattuto la sua carriera ai Mondiali.

Morirà poi, naturalmente in povertà, nel 1996, nella sua Montevideo, capitale di quella nazione che ne ha ammirato le gesta e che non potrà mai smettere di ringraziarlo, in quanto protagonista e vero artefice della più grande pagina della storia uruguagia.

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