Inter Coppa UEFA 1993/1994

Coppa UEFA 1993/1994: l’essenza massima della pazza Inter

Calcio Italiano Le Squadre PSS Slider

Nella storia dell’Inter sono vittorie che rappresentano la degna conclusione di una stagione straordinaria, frutto di grandi prestazioni, con grandi formazioni a disposizione, che restano nella storia per l’alone di invincibilità della squadre trionfanti, come quelle della stagione 2009/2010. Poi ci sono altre vittorie dell’Inter, come quella della Coppa UEFA 1993/1994, che appaiono come una macchia bianca, simbolo di rivalsa, in una tela grigia che racchiude i pochi alti e tanti bassi di un’intera stagione, vittorie destinate a riecheggiare ugualmente nell’eternità.



Ed è proprio della Coppa UEFA vinta dall’Inter nella stagione 1993/1994 che parleremo, e di come rappresenti l’essenza massima della pazza Inter, in un’annata in cui l’unica squadra che può vantare di non esser mai stata retrocessa, evitò l’Inferno più temuto del calcio italiano per solo un punto.

L’Inter, dopo aver concluso malamente il ciclo dei tedeschi con un amaro ottavo posto, si affida nella stagione 1992/1993 ad Osvaldo Bagnoli – il celebre allenatore del Verona campione d’Italia nell’ottantacinque –, oltre che ad investire su Matthias Sammer, Darko Pančev – due flop – e su Ruben Sosa – nuovo perno della manovra offensiva interista.

I risultati sono immediati: nonostante una partenza con il freno a mano un po’ tirato, l’Inter arriva seconda, sfiorando in alcuni frangenti lo scudetto, vinto poi dai rivali concittadini del Milan, e Ruben Sosa è il trascinatore indiscusso con 20 gol in 28 partite.

Nella sessione di mercato successiva l’Inter acquista Wilhelm Jonk e Dennis Bergkamp, nel tentativo di dare una marcia in più alla rosa e ambire a risultati prestigiosi, ma ciò non si verificherà, a causa delle innumerevoli prove deludenti dell’olandese non volante – chiamato così per la sua storica paura di viaggiare tramite aereo.



In Coppa UEFA, però, i risultati sono differenti, nei primi turni Dennis Bergkamp appare indemoniato e sigla una formidabile rovesciata, grazie alla quale l’Inter batte il Rapid Bucarest. Nel turno successivo, seppur con fatica, è l’Apollon ad essere eliminato. Quel pareggio incassato al ritorno in suolo cipriota, però, appare subito come un campanello d’allarme, come una mancanza di stabilità non solo tattica, ma anche ambientale e societaria del contesto nerazzurro, che paga anche l’assenza di Nicola Berti, perno indissolubile della linea mediana, fuori per infortunio.

Negli ottavi di finale i neroazzurri affrontano il Norwich, ed è sicuramente l’Inter, sia all’andata sia al ritorno, ad imporre il proprio gioco, sprecando però diverse occasioni e rischiando al ritorno di subire la rimonta dagli inglesi. La sfida d’andata è molto tattica, le due squadre si studiano e agiscono poco, la gara viene però decisa da un formidabile scatto di Ruben Sosa, che si procura il rigore poi segnato da Bergkamp. Al ritorno, invece, è sempre l’olandese, con una meravigliosa azione di contropiede individuale, a punire il portiere avversario con uno splendido destro a giro sul secondo palo, che consegna i quarti di finale all’Inter e sembra salvare Bagnoli, più che mai a rischio esonero.

Sembra, appunto, a febbraio Bagnoli viene esonerato e al suo posto subentra Gianpiero Marini, ex-giocatore dell’Inter campione d’Italia 1979/1980, gettato nella mischia ad allenare una delle piazze calcistiche più importanti in Italia. La scelta è azzardata e i risultati in campionato sono talmente negativi che si ritroverà a vedere l’Inter in piena zona retrocessione dopo qualche mese.

Ma in Europa l’Inter di Marini si dimostra schiacciasassi, e il quarto di finale ne è la prova. Stavolta l’avversario dell’Inter è il Borussia Dortmund, di certo non un Borussia Dortmund qualsiasi. Si tratta, infatti, del BVB di Ottmar Hitzfield, la cui ossatura, tre anni dopo, avrebbe trionfato nella finale di Champions League contro la Juventus di Marcello Lippi.

Il primo marzo, davanti ai 36.000 del Westfalenstadion, si gioca l’andata del quarto di finale. Il Dortmund parte fortissimo, e Zenga è subito costretto a degli interventi incredibili su Karl-Heinz Riedle, che salvano l’Inter. Nel miglior momento del Dortmund, i nerazzurri passano in vantaggio grazie al gol di Jonk, che si inserisce in tempo per poi battere con la miglior freddezza possibile Stefan Klos. Jonk, tre minuti dopo, si ripete, facendosi beffe della difesa giallonera con una finta prelibata. Quando la partita sembra indirizzarsi verso la fine, il Borussia Dortmund accorcia le distanze, con Schulz, che approfitta di un errore clamoroso di Zenga in uscita, ma al novantesimo, a concludere sul 3 a 1 questa memorabile notte europea dell’Inter, è Igor Shalimov, con un contropiede da manuale concluso dall’assist del solito Ruben Sosa.

Il 15 marzo, al ritorno, è invece l’Inter a rischiare, subendo i gol di Zorc –frutto di un grande inserimento – e Ricken – bel tiro dalla distanza – che riaprono le danze. Il Biscione cerca il gol disperatamente, un gol che farebbe calmare le acque a San Siro, ma Bergkamp colpisce un palo che vibra nell’anima degli interisti, che temono il peggio. Ma ogni sorta di ombra viene definitivamente scacciata via dal gol di Manicone, che in contropiede, con un tocco sotto, scagiona l’Inter dalla peggior agonia possibile, facendo accedere i nerazzurri alla semifinale di Coppa UEFA 1993/1994.



L’avversario, in semifinale, è il Cagliari, uno strepitoso Cagliari capace di eliminare con una doppia vittoria la Juventus di Trapattoni, che usufruisce del talento smisurato di Luís Oliveira, che aveva portato i sardi a questo inatteso traguardo, oltre che avere a disposizione un giocatore ai tempi sconosciuto che avrebbe poi fatto la sua grande figura da allenatore, un certo Massimiliano Allegri.

La semifinale arriva in un momento complicato per l’Inter, reduce da ben cinque sconfitte consecutive e che sta per subire pure la sesta. A Cagliari, il 30 marzo, l’Inter perde 3 a 2, segnando col colpo di testa di Davide Fontolan e con il tiro di punta di Ruben Sosa– che colpisce inoltre un palo clamoroso con una punizione micidiale dai 40 metri –, ma nulla può di fronte alla prestazione di personalità del Cagliari, che con Oliveira, Criniti e Pancaro si regala una vittoria storica che sembra affossare un’Inter che ha comunque fatto due gol in trasferta.

Al ritorno, a San Siro, il 12 aprile, l’Inter strappa una prestazione veramente memorabile, andando in vantaggio con il rigore di Bergkamp nel primo tempo, per poi raddoppiare con un’azione conclusa da Berti. La ciliegina sulla torta di questa notte europea arriva con il gol di Jonk. Un 3-0 netto che vuole dire finale, una finale che può segnare il riscatto di una stagione disastrosa.

La finale è contro l’Austria Salisburgo – oggi Red Bull Salisburgo – e l’andata si disputa a Vienna il 26 aprile. Il Salisburgo ce la mette tutta per vincere questa Coppa, ma quella notte è neroazzurra. Minuto 35, punizione sulla fascia destra per l’Inter, Ruben Sosa vede l’inserimento senza palla di Berti – un suo marchio di fabbrica – che viene servito, stoppa di ginocchio e con un velenoso destro punisce il portiere sul secondo palo. È la seconda rete di Berti in una finale europea e questo gol, come nel caso della Coppa UEFA 1990/1991, si rivelerà vincente.

Al ritorno, a Milano, l’11 maggio 1994, infatti, l’Inter cerca il gol che chiuderebbe definitivamente i conti, ma le occasioni vengono ripetutamente sprecate. Dal canto suo il Salisburgo prova a rispondere, manifestandosi in avanti, colpendo un doppio palo clamoroso e sbattendo contro uno dei migliori Walter Zenga di sempre, alla sua ultima partita con la maglia dell’Inter. L’atto conclusivo della gara arriva al minuto 62, quando vi è l’ennesimo contropiede nerazzurro orchestrato da Ruben Sosa e concluso da Wim Jonk, il solito Wim Jonk, che con una finta fa secco il suo diretto marcatore e, dopo essersi avvicinato all’area piccola, regala con un colpo sotto la seconda Coppa UEFA della storia dell’Inter.

La vittoria della Coppa UEFA 1993/1994, in una stagione segnata dal grigio scuro di un grande e grosso fallimento, appare come una macchia bianca e luminosa, ma che avrebbe comunque mostrato gli scheletri nell’armadio di un’era, quella di Pellegrini, in fase di chiusura prima dell’arrivo di Massimo Moratti nel 1995, che a sua volta avrebbe scritto altre pagine indelebili della storia dell’Inter.


Condividi su...
Share on Facebook
Facebook
Tweet about this on Twitter
Twitter