Maracanazo

Fonte immagine: Pubblico dominio

Maracanazo, la tragedia del calcio brasiliano

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A volte bastano veramente pochi istanti per cambiare la storia di una nazione, e il Brasile che si affacciava agli anni Cinquanta era veramente un paese in grande cambiamento, dal punto di vista politico e soprattutto sociale. Il dittatore Getúlio Vargas vuole elevare il Brasile sulla scena internazionale. L’obiettivo è quello di dimostrare che il Paese carioca non è tanto arretrato quanto si pensa in tutto il mondo. Vargas, come fatto da Mussolini nel 1934 e come farà Videla nel 1978, propone il Brasile come paese ospitante della quarta edizione del Campionato Mondiale di calcio, la prima dopo il lungo stop causato dalla Seconda Guerra Mondiale, e decide di fare le cose in grande: assembla una squadra di grandi campioni e costruisce lo stadio più grande della storia, il mitico Maracanã, progettato per ospitare fino a circa 150.000 spettatori – l’obbligo dei posti a sedere e le ristrutturazioni future lo porteranno alla capienza odierna, ovvero quella di circa 80.000 spettatori. La storia è fatta però di attimi, ed è proprio un istante di quel caldo pomeriggio di luglio del 1950 ad aver cambiato per sempre la storia brasiliana, quando al Maracanã si verificò il Maracanazo.



Il Mondiale è strutturato in quattro gironi – due da quattro squadre, uno da tre e uno da due, a causa dei ritiri di India, Scozia e Turchia –, i quali vincitori avrebbero dato vita ad un ultimo girone finale all’italiana, nel quale la squadra con più punti si sarebbe laureata campione del mondo. Per la prima – ed ultima – volta, non era dunque prevista una finale canonica, anche se l’ultima gara del girone si rivelerà poi come tale.

Come facilmente prevedibile, il Brasile si qualifica al girone finale da imbattuto e assoluto favorito, dopo aver affrontato Messico, Svizzera e Jugoslavia. Per laurearsi campione del mondo deve affrontare la Svezia – che tra le altre eliminò l’Italia, campione del mondo in carica ma ancora molto segnata, calcisticamente e psicologicamente, dalla recente tragedia di Superga –, la Spagna – che vinse a sorpresa il girone dove erano presenti per la prima volta i “maestri” inglesi – e l’Uruguay – che nella sua unica gara del girone spazzò via la Bolivia con un netto 8-0.

Nelle prime due gare del Brasile nel girone finale non c’è storia: 7-1 alla Svezia, con uno scatenato Ademir autore di un poker, e 6-1 alla Spagna. L’Uruguay, invece, aveva iniziato pareggiando 2-2 con gli spagnoli, ma si assicurò la possibilità di fare la storia, battendo la Svezia 3-2 con un gol negli ultimi minuti di Míguez.

L’ultima gara è dunque decisiva, e si gioca tra le due rivali continentali. La Celeste è una delle squadre storicamente più vincenti dell’epoca – fino a quel momento avevano messo in bacheca un titolo mondiale, due ori olimpici e ben otto edizioni della Copa América –, ma il Brasile, che già era assoluto favorito per squadra, risultati e spinta del pubblico, poteva disporre persino di un pareggio per diventare campione del mondo per la prima volta nella propria storia, vista la particolare formula del torneo.

Il 16 luglio 1950, alle ore 16:00 locali, davanti a poco meno di 200.000 spettatori – i controlli e le precauzioni non erano di certo paragonabili a quelle odierne, e lo stadio riuscì in qualche modo ad ospitare circa 50.000 persone oltre la capienza –, va in scena quella che è una delle più famose partite della storia del calcio, che passerà alla storia come ‘Maracanazo‘. I padroni di casa del Brasile scendono in campo con la classica tenuta bianca adornata di contorni blu, l’Uruguay veste la consueta maglia celeste. Il CT brasiliano Flávio Costa schiera la seguente formazione: Barbosa; il capitano Augusto, Juvenal, Bigode; Bauer, Zizinho, Jair, Danilo; Friaça, Ademir e Chico. L’allenatore uruguayo Juancito López risponde mandando in campo: Máspoli; González, Tejera, Gambetta, Andrade; capitan Varela, Pérez, Schiaffino; Ghiggia, Míguez e l’esordiente Morán.

Lo stadio attende solo il fischio dell’inglese Reader, in tutto il paese sono già iniziati i caroselli celebrativi, diverse testate giornalistiche hanno peccato di superbia non ponendo alcun dubbio sulla vittoria carioca. Eppure il calcio sa sempre stupire, soprattutto quando meno ce lo si aspetta.



Il primo tempo scivola via abbastanza liscio, il Brasile sembra essere frenato dalla paura di sbagliare, o forse solamente di strafare, ma nonostante questo riesce ad impegnare diverse volte il portiere avversario Roque Máspoli.

Dopo soli due minuti dall’inizio del secondo tempo, avviene quello che tutti stavano trepidamente aspettando: il gol dei padroni di casa, il primo realizzato con la Seleçao da Friaça. Lo stadio può finalmente esplodere di gioia, ancora inconsapevole che si tratterà di una gioia passeggera ed effimera. Infatti, il leader uruguayo, non solo in campo ma anche dal punto di vista motivazionale, Obdulio Varela, sta per dare ai suoi la scossa necessaria per l’incredibile rimonta, dopo che aveva già pronunciato prima dell’inizio del match l’iconica frase «¡Los de afuera son de palo!», «Quelli là fuori non esistono!». Il Negro Jefe decide di prendersi tutto il tempo necessario per far rinsavire i suoi. Prima protesta timidamente, per di più nonostante la differenza di lingua, con il guardalinee, per un presunto fuorigioco, poi compie il suo destino ed assolve totalmente al proprio dovere di capitano, riportando lentamente la palla verso il centro del campo. Obdulio sa benissimo che se il gioco riprendesse così in fretta i suoi subirebbero certamente il contraccolpo psicologico, con il rischio di essere mangiati dai 200.000 del Maracanã.

La strategia di Varela porta gli effetti sperati: la Celeste intensifica gli sforzi, rendendosi più volte pericolosa dalle parti del portiere Barbosa. Il bomber del Peñarol Oscar Míguez colpisce addirittura un palo da poco fuori dall’area di rigore. Al 66′ cambia totalmente l’inerzia della partita. Ghiggia scappa sulla fascia a Bigode e crossa in direzione di Schiaffino, che di prima insacca sotto l’incrocio del primo palo. Diversi anni dopo Pepe rivelerà di aver colpito male il pallone, che nelle sue intenzioni sarebbe dovuto andare ad incrociare. Ma il pallone sta bene lì dov’è, dentro la porta brasiliana.

La Seleção a questo punto perde completamente la ragione. L’ansia da prestazione e la galoppante paura diffusasi sugli spalti inghiotte gli 11 allenati da Costa, che iniziano a soffrire maledettamente le avanzate dell’Uruguay, e al minuto 79 la finale si decide: Ghiggia scappa ancora una volta ad un ubriacato Bigode, entra in area di rigore, e con un rasoterra sul primo palo supera un disattento Barbosa. Lo stadio adesso è in un silenzio tombale, le confuse ed insensate avanzate brasiliane condotte negli ultimi minuti sono del tutto velleitarie. Il Maracanazo prende sempre più forma.

Alla fine, su un calcio d’angolo per il Brasile, l’arbitro Reader fischia la fine. El mono Gambetta blocca il pallone con le mani, i giocatori brasiliani crollano a terra, diversi uruguaiani tra cui Schiaffino e Pérez scoppiano in lacrime, Ghiggia viene sollevato di peso e portato in trionfo da Varela. La partita che doveva essere quella della gioia brasiliana, si trasforma definitivamente nel Maracanazo, il più grande dramma nella storia sportiva, e non solo, del Paese. Lo stadio è attonito, Jules Rimet consegna molto imbarazzato la coppa a Varela, nonostante l’opposizione dello stesso Getúlio Vargas. Rimet era infatti andato a preparare il discorso quando il punteggio era ancora sull’1-1, certo della vittoria brasiliana, trovandosi così spiazzato dalla vittoria della Celeste.

Finisce in questo modo il Maracanazo, una delle partite più incredibili e iconiche della storia del calcio, ma purtroppo per i giocatori brasiliani l’onta non passerà così velocemente. Saranno considerati non più come degli eroi, bensì come dei falliti e dei traditori, in particolare il portiere Barbosa, ritenuto colpevole della sconfitta per l’errore in occasione del secondo gol. Dopo il Maracanazo, infatti, sarà per più di 40 anni odiato da tutta la popolazione, «nonostante la pena massima per un crimine nel paese sia di 30 anni», come dirà successivamente. Tutti i giocatori uruguaiani diventeranno invece delle vere e proprie leggende in patria, ma la maggior parte di essi morirà in povertà. Contemporaneamente in tutto il Brasile moriranno circa 90 persone, tra suicidi e arresti cardiaci, provocando così tre giorni di lutto nazionale.

Altri strascichi del Maracanazo si avranno nella scelta di non utilizzare più la maglia bianca – fino alla Copa América 2019, in cui, dopo 69 anni, il bianco è tornato sui giocatori brasiliani –, nel fatto che ‘Maracanazo‘ è ancora oggi in Brasile un vero e proprio modo di dire per indicare qualsiasi evento negativo della vita di tutti i giorni, ma soprattutto ripercussioni in ambito politico. Falliranno infatti tutti i governi che puntarono sullo sport per ottenere enorme popolarità, permettendo il ritorno al potere di Getúlio Vargas, nel frattempo destituito dalla stessa giunta militare che lo aveva inizialmente eletto. Cambierà in questo modo l’intera storia futura di un paese, influenzata da soli pochi attimi di una semplice partita di pallone, che si rivelò però il giorno più brutto della storia brasiliana.

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