GOAT calcio

Non esiste un GOAT del calcio

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Nella terza strofa di ‘Nè Cura Nè Luogo‘, brano contenuto nel suo album ‘King del Rap‘, Marracash sostiene: «Nella prossima vita vorrei essere uno sportivo, così se sono il più bravo, cazzo, è oggettivo», ma il rapper siciliano non ha idea di quanto si sbagli. Il dibattito su chi sia il GOAT – Greatest of All Time – del calcio, infatti, è in corso da decenni, e si evolve al passo con le prestazioni e i risultati dei migliori giocatori in attività. Oggi i nomi di Cristiano Ronaldo e Lionel Messi sono quelli più diffusi quando si cerca il migliore di questo sport, mentre le generazioni precedenti avevano posto la questione principale sul dualismo PeléMaradona, ma non sono di certo mancate le alternative: Alfredo Di Stéfano per i madridisti, Johan Cruijff per gli olandesi, Ronaldinho per molti figli degli anni Novanta. Il tifo, i gusti e le emozioni trasmesse sono spesso inscindibili dal giudizio di molti, ma si può trovare in maniera oggettiva un modo per incoronare il più grande di tutti? Secondo noi no, e in questo articolo proveremo a spiegarvi il perché.

Il pezzo di Marracash, in featuring con Salmo, citato ad inizio articolo



Il metodo di valutazione

La prima cosa da fare è comprendere quale sia il metodo di valutazione da utilizzare per ottenere una risposta il più oggettiva possibile. Molti credono che un peso rilevante lo abbiano le statistiche – come ad esempio il numero di gol segnati –, ma queste, per quanto oggettive, sono totalmente decontestualizzate e non prendono in considerazione svariati fattori che direttamente o indirettamente le condizionano – e ne parleremo in maniera approfondita successivamente. Altri credono che i trofei conquistati siano il fattore più importante da prendere in considerazione, ma è evidente che in uno sport di squadra siano limitanti per valutare il valore di un singolo. Insomma, già da qui si capisce quanto sia problematico il tutto, ma entriamo più nel dettaglio.

I ruoli

Uno degli aspetti quasi mai presi in considerazione è quello dei ruoli e/o dei compiti che i giocatori hanno sul campo da gioco. I più estremisti sostengono che sia impossibile paragonare, banalmente, anche Cristiano Ronaldo e Messi, poiché hanno due ruoli e compiti diversi nelle dinamiche della squadra, e anche quando li hanno avuti in comune li hanno interpretati e svolti in maniera totalmente differente.

Ma se con un po’ di sforzo si può soprassedere su questo aspetto, è impossibile pensare di comparare un giocatore offensivo con un difensore o ancor di più con un portiere. È stato più forte Lev Yashin o Garrincha? Franco Baresi o Roberto Baggio? Franz Beckenbauer o George Best? È evidentemente una questione complessa, e spesso trattata in maniera superficiale.

Perché un giocatore come Paolo Maldini, per prendere in considerazione un difensore, non rientra mai nei discorsi relativi al GOAT del calcio? In quale modo oggettivo si può sostenere sia inferiore ad un attaccante? Siamo noi appassionati ad aver deciso che, per qualche ragione, i giocatori offensivi siano maggiormente meritevoli di questa menzione, ma senza alcun tipo di oggettività che possa sostenere altrettanto.

Se dunque tutti i calciatori, dai portieri agli attaccanti, sono da prendere in considerazione, è lapalissiano sostenere che sia impossibile trovarne uno migliore.

Le condizioni di vita e gli allenamenti in epoche diverse

Un altro fattore che complica parecchio i paragoni è quello delle diverse epoche calcistiche. Come si fa a sostenere con certezza che un calciatore sia inferiore o superiore ad un altro che ha giocato un decennio, un trentennio o addirittura un secolo prima? Per i più grandi degli albori di questo sport, il calcio era spesso un hobby del dopolavoro, che portava un compenso minimo o addirittura inesistente nelle tasche dei calciatori. Basti pensare a leggende come Giuseppe Meazza e Matthias Sindelar negli anni Trenta, o agli eroi del Grande Torino nel decennio successivo. Con l’avvento del professionismo – conquistato con scioperi e manifestazioni, come la huelga degli anni Quaranta guidata dal capitano dell’Uruguay Obdulio Varela – i calciatori hanno iniziato a svolgere quest’impiego a tempo pieno, non dovendo più lavorare fuori dal calcio e potendo quindi allenarsi per migliorare la propria tecnica e condizione fisica.

E a proposito degli allenamenti, anche questi si sono evoluti con il tempo e hanno condizionato lo sviluppo o meno delle carriere. Senza nemmeno estremizzare, un giocatore in attività trent’anni fa non ha avuto gli stessi mezzi e le stesse opportunità di chi è un calciatore oggi. Basti pensare al lavoro muscolare o a quello di recupero fatti oggigiorno, con attrezzature all’avanguardia e costosissime che fino a pochi anni fa erano assenti ed inaccessibili a chiunque. L’esempio lampante è quello di Cristiano Ronaldo, con un fisico statuario e neanche lontanamente paragonabile a quello di icone degli anni Ottanta come Michel Platini e Marco van Basten, ma anche Zinédine Zidane se vogliamo prendere ad esempio il decennio successivo.

L’importanza e il peso del contesto calcistico

Sia nella stessa epoca che soprattutto in epoche diverse è inoltre impossibile non prendere in considerazione il contesto calcistico, che rimette in discussione ogni aspetto del banale paragone uno contro uno. Prendiamo come esempio Ferenc Puskás, leggenda del calcio tra gli anni Cinquanta e Sessanta, il quale però si trovava a giocare con calciatori completamente diversi rispetto a quelli affrontati da Gerd Müller nei Settanta. Diego Armando Maradona negli Ottanta fronteggiava difensori come Gaetano Scirea, completamente diverso da quelli affrontati da Adolfo Pedernera tra i Venti e i Trenta. Oggi Neymar slalomeggia tra avversari come Virgil van Dijk e Rúben Dias, Ronaldo vent’anni fa lo faceva con Alessandro Nesta e Fabio Cannavaro. Questo per indicare le differenze tra il tasso tecnico delle varie epoche, che comunque, e torniamo al punto d’inizio, è valutato anch’esso da opinioni e considerazioni personali, o limitato dalle condizioni calcistiche.

Ma allora non esiste una risposta?

No, o meglio, non dal punto di vista oggettivo. Ognuno di noi, influenzato dai propri gusti, dalle proprie simpatie e dai propri pareri, può scegliere il proprio GOAT del calcio. C’è chi lo sceglierà in maniera più razionale, basandosi sui numeri, sui trofei e sulle prestazioni, c’è chi lo sceglierà in maniera più irrazionale, dando la priorità alle emozioni donate e percepite, al romanticismo e all’iconicità. Non c’è un modo giusto per farlo. È molto probabile che, se si è particolarmente appassionati di calcio, indirettamente anche il proprio modo di interpretare la vita influenzi la decisione. La scelta del GOAT parla più di noi stessi che di calcio, ed è per tale motivo che questa discussione è da sempre così appassionante e divisiva.


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