Carlovich

El Trinche Carlovich, più forte dei campioni del mondo

Monografie Storia del calcio

Ci sono delle storie capaci di entrare prepotentemente nel cuore di chi le assimila, in quanto capaci di creare inconsciamente delle emozioni incontrollabili. Ci sono poi quelle storie che, per la loro incredibilità e assurdità, sembrano quasi delle favole, sfociando spesso e volentieri in vere e proprie leggende. Luogo principale molte volte di queste storie romantiche e mitiche è il Sudamerica, nel quale l’amore per il calcio è molto più che viscerale.

Questa storia è ambientata a circa 300 km a nord-ovest dalla capitale argentina Buenos Aires, nella provincia di Santa Fe. Rosario, oggi composta da più di un milione di abitanti, è definita la ciudad del fútbol, vista la presenza di due delle più grandi squadre del campionato argentino – il Newell’s Old Boys e il Rosario Central – ma soprattutto in quanto culla di alcuni dei migliori giocatori argentini che la nazione rioplatense abbia mai sfornato. Messi e Di María su tutti. Due nomi saltano però di più all’occhio, seppur per diversi motivi: Che Guevara, che smise di fare il portiere dopo un’amichevole in cui aveva visto da vicino tutto il talento di Alfredo Di Stéfano, e, appunto, Tomás Carlovich.

Già, Carlovich. Soprannominato sin da bambino ‘el Trinche‘, epiteto di cui ancora oggi si ignora la precisa origine e soprattutto il significato. Poche cose della vita del Trinche sono certe. Una è che al suo attivo ha solo poche presenze nella Primera División Argentina, tutte con la maglia del Rosario Central. L’altra è che non ha mai amato nulla più della sua città natale, che non ha lasciato neanche quando ebbe l’unica opportunità di giocare per l’Albiceleste. Sì, perché nonostante una carriera passata unicamente tra la seconda e la terza serie argentina, a livello tecnico probabilmente il Trinche si può sedere a tavola coi migliori di sempre. L’ultima è che, purtroppo, non esistono filmati di Carlovich calciatore, facendo si che la sua leggenda si basi solo sui racconti popolari.

I due più famosi sono attribuiti a due grandi figure sudamericane. Il primo è ad opera di un grandissimo campione quale Diego Armando Maradona, che quando firmò col Newell’s Old Boys ammise di non essere il giocatore migliore ad aver mai calcato i campi da calcio di Rosario, individuando invece in Carlovich questa figura.

Il secondo invece è dato dalla penna di Eduardo Galeano, influente e grandissimo scrittore uruguagio che nella sua opera ‘Splendori e miserie del gioco del calcio‘ racconta l’aneddoto di un Carlovich ormai trentenne che fu convocato dal CT della Selección Menotti – altro prodotto calcistico rosarino – per il raduno della Nazionale prima del vittorioso Mondiale del 1978. El Trinche partì con la sua macchina ma sulla strada vide un fiume, ci si fermò e dopo una ricca pesca fece ritorno a casa, giocandosi così l’unica possibilità di esordire in Nazionale.

Menotti fu infatti l’unico grande esponente del calcio ad aver sempre creduto in Carlovich. Tutto iniziò il pomeriggio del 17 aprile 1974. A Rosario va in scena l’ultima amichevole della Nazionale Argentina prima del Mondiale tedesco. Avversario del giorno è proprio la Selezione rosarina, composta da 5 giocatori del Rosario Central e da 5 del Newell’s, tra i quali Mario Kempes – eroe del 1978 -, Mario Killer e Carlos Aimar. L’ultimo giocatore, con la camiseta numero cinco è un venticinquenne del Central Córdoba, che milita in Nacional B, la serie B argentina. Quell’uomo è ‘el Trinche. Fine primo tempo, 3-0 per la selezione di Rosario. All’intervallo il CT argentino Vladislao Cap va dal mister dei rosarini implorandolo e quasi obbligandolo a sostituire il 5. Carlovich sta letteralmente umiliando la squadra che poi, rimaneggiata con qualche nome, trionferà 4 anni più tardi e diventerà Campione del Mondo. La partita finisce 3-1 per i rosarini, scatenando però l’ira dei circa 30.000 spettatori, contrariati dalla sostituzione del Trinche.

Perché come si diceva all’epoca, hoy juega el Trinche, quindi si paga un prezzo per il biglietto, ma quando non gioca il prezzo deve essere più basso. Come quando venne espulso dall’arbitro, ma lo stesso direttore di gara fu costretto a cancellare il cartellino rosso viste le incessanti proteste del pubblico ansioso di godere ancora delle giocate di Carlovich.

Giocate perlopiù mitologiche, come il doppio tunnel avanti-indietro messo in scena durante una partita tra Córdoba e Talleres, e ripetuto poi per più volte nel corso della carriera, ottenendo – sempre secondo le voci popolari – bonus dal club che lo resero il calciatore più ricco della rosa. Giocate come quelle che lo portavano a scartare intere squadre, o a sedersi sul pallone per chiamare fuori una difesa troppo chiusa.

Determinante con tutte le squadre per le quali ha giocato, come l’Independiente Rivadavia, con cui ha anche giocato e vinto una partita contro l’Inter, risultando ovviamente decisivo.

Ma sempre radicato alle sue origini e alla sua Rosario, dove vive ancora oggi e passa le sue giornate giocando a carte e parlando di calcio al bar del barrio circondato dagli amici di una vita come il ‘Vasco‘ Artola che gli avrebbe insegnato a colpire il pallone. Con la consapevolezza però che questa storia possa essere solo un’altra falsa e romantica menzogna della vita rioplatense, magica realtà che non può essere indifferente agli appassionati del gioco del calcio.