Carlovich

El Trinche Carlovich, più forte dei campioni del mondo

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Ci sono delle storie capaci di entrare prepotentemente nel cuore di chi le assimila, in quanto abili di creare inconsciamente delle emozioni incontrollabili. Ci sono poi quelle storie che, per la loro incredibilità e assurdità, sembrano quasi delle favole, e sfociano spesso e volentieri in vere e proprie leggende. Luogo principale di queste storie romantiche e mitiche è il Sud America, nel quale l’amore per il calcio è molto più che viscerale.

Questa storia è ambientata a circa 300 km a nord-ovest dalla capitale argentina Buenos Aires, nella provincia di Santa Fe. Rosario, oggi composta da più di un milione di abitanti, è definita la ciudad del fútbol, vista la presenza di due delle più grandi squadre del campionato argentino – il Newell’s Old Boys e il Rosario Central – ma soprattutto in quanto culla di alcuni delle migliori personalità calcistiche argentine che la nazione rioplatense abbia mai sfornato. Messi, Di María, Bielsa e Menotti su tutti. Due nomi saltano però di più all’occhio, seppur per diversi motivi: Che Guevara, che smise di fare il portiere dopo un’amichevole in cui aveva visto da vicino tutto il talento di Alfredo Di Stéfano, e Tomás Carlovich.



Già, Carlovich. Soprannominato sin da bambino el Trinche, epiteto di cui ancora oggi si ignora la precisa origine e soprattutto il significato. Poche cose della vita del Trinche sono certe, una è che al suo attivo ha solo poche presenze nella Primera División Argentina – tutte con la maglia del Rosario Central –, l’altra è che non ha mai amato nulla più della sua città natale, che non ha lasciato neanche quando ebbe l’unica opportunità di giocare per l’Albiceleste. Sì, perché nonostante una carriera passata unicamente tra la seconda e la terza serie argentina, a livello tecnico, da quel racconta chi lo ha visto giocare, il Trinche si può sedere al tavolo dei migliori di sempre.

Le due più famose e importanti testimonianze della grandezza di Carlovich sono date da due figure sudamericane leggendarie. La prima è ad opera del Pibe de Oro, Diego Armando Maradona, che quando nel 1993 – dopo aver dominato l’Europa e il mondo intero – decise di tornare in Argentina, accasandosi al Newell’s Old Boys prima del suo ritorno al Boca, ammise di non essere il giocatore migliore ad aver mai calcato i campi da calcio di Rosario, individuando questa figura in Carlovich.

La seconda, invece, è data dalla storica penna di Eduardo Galeano, influente e poetico scrittore uruguagio, che nella sua opera ‘Splendori e miserie del gioco del calcio‘ racconta l’aneddoto di un Carlovich ormai trentenne che fu convocato dal CT della Selección Menotti – altro prodotto calcistico rosarino – per il raduno della Nazionale prima del vittorioso Mondiale del 1978. El Trinche partì con la sua macchina ma sulla strada vide un fiume, ci si fermò e dopo una ricca pesca fece ritorno a casa, giocandosi così l’unica possibilità di esordire con l’Albiceleste. Menotti fu infatti l’unico grande esponente del calcio ad aver sempre creduto in Carlovich.

L’aneddoto che più di qualunque altro alimenta la leggenda del Trinche è quello che racconta il pomeriggio del 17 aprile 1974, quando a Rosario va in scena l’ultima amichevole della Nazionale argentina prima del Mondiale tedesco. Avversario del giorno è proprio la Selezione rosarina, composta da 5 giocatori del Rosario Central e da 5 del Newell’s, tra i quali Mario Kempes – eroe del 1978 –, Mario Killer e Carlos Aimar. L’ultimo giocatore, con la camiseta numero cinco è un venticinquenne del Central Córdoba, che milita in Nacional B, la Serie B argentina. Quell’uomo è naturalmente el Trinche. Fine primo tempo, 3-0 per la selezione di Rosario. All’intervallo il CT argentino Vladislao Cap va dal mister dei rosarini implorandolo e quasi obbligandolo a sostituire il 5. Carlovich sta letteralmente umiliando gli avversari, ovvero la squadra che, rimaneggiata con qualche nome, trionferà 4 anni più tardi e diventerà Campione del Mondo. La partita finisce 3-1 per i rosarini, scatenando però l’ira dei circa 30.000 spettatori, contrariati dalla sostituzione del Trinche.

Perché come recitavano i manifesti delle partite in cui Carlovich scendeva in campo: «hoy juega el Trinche», «oggi gioca il Trinche», motivo che attirava le persone allo stadio, e quando non giocava il prezzo doveva essere sicuramente più basso. Come quando venne espulso dall’arbitro, ma lo stesso direttore di gara fu costretto a cancellare il cartellino rosso viste le incessanti proteste del pubblico ansioso di godere ancora delle giocate di Carlovich.

Giocate perlopiù mitologiche, come il doppio tunnel avanti-indietro messo in scena durante una partita tra Córdoba e Talleres, e ripetuto poi per più volte nel corso della carriera, ottenendo – sempre secondo le voci popolari – bonus dal club che lo resero il calciatore più ricco della squadra. Giocate come quelle che lo portavano a scartare intere squadre, o a sedersi sul pallone per chiamare fuori una difesa troppo chiusa.

Tutto quello narrato fino ad ora è frutto del racconto di chi quel giocatore tanto forte quanto disinteressato a diventare una star lo vide giocare, e a noi non rimane che affidarci al mistero della fede. Non è però vero che non esiste nessuna immagine del Trinche calciatore, perché dopo la sua triste morte, avvenuta nel maggio del 2020, sono emersi dei video che lo ritraggono sul campo da gioco.

Il contesto è quello di una partita della lega regionale di Córdoba, è il 1988, el Trinche ha 42 anni, eppure regala spettacolo, e dal suo piede emerge tutta la classe che negli anni i racconti popolari hanno narrato.

«Sono state dette molte cose su di me, ma la maggior parte non sono vere. Una cosa vera è che non mi è mai piaciuto stare lontano dal mio quartiere, la casa dei miei genitori, il bar dove vado di solito, i miei amici e il ‘Vasco Artola, che mi ha insegnato come colpire la palla quando ero un ragazzo», al di là di tutte le storie e le leggende che lo riguardano, Carlovich è sempre e solo stato questo, un uomo con un talento impressionante che ha deciso di non barattare mai quello che gli piaceva per diventare un professionista di livello, un bambino che corre dietro un pallone e lo fa solo per il gusto di farlo, il calcio nella sua essenza più pura.

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