Carlovich

Storia e Leggenda del Trinche Carlovich

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Come nasce una leggenda? È una verità più o meno antica, in cui un riverbero del reale si riflette all’interno, tra pareti di lucenti illusioni. In definitiva c’è sempre qualcosa di vero dietro un Mito. «Se ripeti una menzogna un numero sufficiente di volte, diventerà una verità», come non ha mai detto il ministro della Propaganda nazista Joseph Goebbels. Ma tutti lo credono. I Conquistadores non potevano credere di aver raggiunto l’El Dorado, anche se lo avevano raggiunto praticamente subito. Erano i centri peruviani indicati a Caboto non ancora saccheggiati dagli spagnoli, e poi in seguito le terre Chibcha, un popolo che possedeva tanto oro, perché produceva smeraldi, e li commerciava con la regione che divenne Las Esmeraldas, ricca di oro, ma non della pietra preziosa a cui deve il proprio nome. I Conquistadores avanzavano perché avevano bisogno di credere che ci fosse sempre qualcosa di più, che il mondo che avevano visto e che conoscevano non era abbastanza per le loro brame. Tomás Felipe Carlovich non si è mai allontanato dalla sua Rosario perché sapeva che il mondo fuori di là era troppo, e gli bastava quello che già aveva. Con lui non bisogna cercare cosa c’è di vero nella Leggenda, ma cosa c’è di leggendario nella realtà.


La Leggenda del Trinche

È certamente esistito, ed è già qualcosa in più rispetto a quanto si possa dire di Gesù; ed era certamente fortissimo con il pallone, un’altra qualità che probabilmente difettava al Messia dei cristiani. Ma quanto era forte?

Per distinguere la Leggenda dalla Storia, il primo necessario passaggio è sempre verificare le fonti. Di qualsiasi genere: archeologiche, video, orali, scritte. Devono essere autorevoli. E non bisogna dimenticare che spesso una fonte, straripata dal suo significato originale, è all’origine di una leggenda, o che alcune testimonianze, sebbene significative, per troppo amore o troppo odio verso ciò che vogliono raccontare, esagerano, minimizzano, inventano di sana pianta, dal terreno fertile di qualcosa di incontestabile.

Ad esempio, quanto è affidabile Diego Armando Maradona? Quello che ha detto che il fratello Hugo – 13 presenze e 0 gol nell’Ascoli 1987/1988 – «era più forte di lui»?. Forse cercava un facile consenso, di cui peraltro non aveva bisogno, quando alla sua firma con il Newell’s Old Boys, ormai a fine carriera, dichiarò: «Non sono il più forte che abbia mai giocato a Rosario, quello è Tomás Carlovich».

Però alcuni dei più grandi allenatori argentini garantiscono per il suo straordinario talento: César Luis Menotti, che voleva portarlo al Mondiale del 1978, ha asserito che «Vederlo giocare a calcio è stato impressionante», Marcelo Bielsa ha raccontato di essere andato a vederlo giocare tutti i sabati per quattro anni consecutivi, José Pekerman lo ha definito «Il miglior centrocampista centrale che abbia mai visto».

Ma cosa diceva Tomás Carlovich? «Sono state dette molte cose su di me, ma la maggior parte non sono vere. Una cosa vera è che non mi è mai piaciuto stare lontano dal mio quartiere, la casa dei miei genitori, il bar dove vado di solito, i miei amici e il Vasco Artola».

E questa, avrebbe potuto aggiungere, è la chiave di tutto. Un giocatore tecnicamente fortissimo, disposto a mettere alle sue spalle due, tre e forse dieci avversari ogni domenica, undici se scartava pure il portiere, due, tre e forse dieci volte a partita, per segnare altrettanti gol. Oppure per fare undici doppi tunnel. Almeno così si dice.

Perché poi era quella la sua specialità: el doble caños, non il gol. Il pubblico gli chiedeva due, tre, dieci, undici, mille e mille undici volte di fare il doppio tunnel, lui sorrideva ed eseguiva. Sembra che, così come Alexandre Dumas figlio, per la pubblicazione a puntate del Conte di Montecristo, fosse pagato dal Journal des débats per ogni singola parola, i dirigenti delle squadre del Trinche, e forse anche di quelle avversarie, mollassero un extra per ogni doppio tunnel. Per cui il grande autore si dilungava in fiumi di parole, e l’altro grande artista ripeteva il numero ogni due per tre. Ma el Trinche lo faceva soprattutto per il pubblico.

È molto facile farsi prendere dalla frenesia con quest’uomo. Quintali di carne sono già stati messi al fuoco lungo le sponde del Rio della Plata. L’Asado più buono che abbiate mai assaggiato. Come un dribbling che non punta alla porta, ma solo a girare su sé stesso come un carosello infinito, con gli avversari ad arrancare inseguendoti, senza prenderti mai per lento che tu vada, perché hai cura di indugiare con lascivia sulla sfera, per accarezzarla prima di eseguire uno sferzante doppio tunnel.

In che ruolo giocava Tomás Felipe Carlovich? In che squadra ha giocato? Cosa significa ‘Trinche‘? Chi è il Vasco Artola? Forse è tempo di tornare all’approccio più enciclopedico.


L’Uomo della gente di Rosario

Tomás Felipe Carlovich, noto come el Trinche, viene al mondo a Rosario il 19 aprile 1946, e lì vi muore l’8 maggio 2020, dopo avervi di fatto trascorso l’intera esistenza e dopo due giorni di coma, in seguito all’aggressione subita durante un tentativo di furto della sua bicicletta.

Il suo soprannome non significa assolutamente nulla, e si presume che glielo abbia dato un vicino di casa quando era bambino. Nulla impedisce di credere che sia stato il Vasco Artola ad attribuirglielo, ovvero l’uomo che gli avrebbe insegnato ad accarezzare il pallone con quel tocco leggiadro di cui si parlerà per generazioni a venire. Il Vasco è una figura ancora più confusa del suo allievo: Tomás Carlovich può essere considerato una Leggenda di Rosario in senso metaforico, Artola è davvero una leggenda di quartiere. Ovvero uno che sarebbe stato bravissimo col pallone, ma che per sfondare in quel mondo, per ragioni ignote, avrebbe fatto pure meno sforzi del Trinche. O forse semplicemente erano tutti e due propriamente tagliati per il Pallone, ma non cuciti per il Calcio. Giocolieri che non contemplavano di fare di un gioco uno sport, un mestiere, una corsa verso la vittoria. Non c’è orizzonte oltre il doppio dribbling, qui, seduta stante, subito. Olè.

È l’ultimo dei sette figli di un immigrato jugoslavo a Rosario, tutti appassionatissimi di pallone. Professionista, ma solo formalmente, dal 1969 al 1982, ha svariato in tante squadre, dalla seconda divisione argentina alle leghe dilettantistiche, cominciando nel 1965 con il piccolissimo Sporting de Bigand. Tutte però rigorosamente di Rosario o dintorni, arrivando a spingersi sino a Santa Fe e al Colón per un’epifania che contribuirà a forgiare il mito. Si lega però alla terza squadra della città, il Central Córdoba, dopo aver esordito giovanissimo con i titolati gialloblù del blasonatissimo Rosario Central a 22 anni; allora al pallone alternava il lavoro in fabbrica, e al club vigeva il regime imperniato sull’atletismo di mister Miguel Ignomiriello.

Per Jorge Valdano si era trovato «Al posto giusto nel momento sbagliato». El Trinche tuttavia non lasciò che alcuna considerazione di portafoglio o fama intaccasse il suo stile di vita: odiava dormire fuori di casa e andare in trasferta, voleva stare sempre vicino agli amici e al bar di quartiere, dal calcio si accontentava di trarre la gioia di giocare e riempire di meraviglie il cuore del pubblico. Quando ha una nuova possibilità in massima divisione, al Còlon, lui che non ha mai subito infortuni, alla terza partita comincia ad accusare dolorini di cui i medici non trovano il minimo riscontro.

Tra l’esperienza al Club Atlético Central Córdoba nel 1970, e quella al Colón, passano 7 anni, e ha già più l’aria dell’ultima chance per un “top player”, privo dell’aura del professionista, e di essere retribuito, di conseguenza, non ne vuole proprio sapere.

In mezzo, la partita che rivela a tutta l’Argentina il suo estro.


Rosario-Argentina 3-1

A due mesi dal Mondiale 1974, il 17 aprile, viene predisposta un’amichevole di preparazione tra l’Albiceleste e una selezione rosarina: 5 dal Newell’s Old Boys, 5 dal Rosario Central, e uno solo del Córdoba: Tomás Carlovich.

Del Trinche giocatore, sino alle soglie del 2020, praticamente non c’erano video, e quasi nemmeno foto. Nessuna in cui sia seriamente in azione. Baffi spioventi e capelli lunghi da ussaro, uno sguardo che sembra sempre perso in considerazioni che vanno oltre l’obiettivo, della fotografia e di un calciatore; curiosamente però sempre piuttosto compito rispetto alla divisa che porta. Ma sembra che sul letto tenesse sempre una foto: l’undici titolare di quella partita, che saluta il pubblico di Rosario per l’unica gara che abbia mai voluto vincere, e che vincerà: Rosario-Argentina 3-1.

All’intervallo il risultato è 3-0 per i rosarini, e il CT dell’Albiceleste, el Russo Vladislao Cup, ordina e supplica di far uscire il 5 avversario, che sta umiliando i suoi: è Tomás Carlovich. Uscirà tra gli applausi del pubblico, con gli occhi strabiliati dei giornalisti addosso. La storia è appena diventata Storia e Leggenda.

Occorre precisare però che gli Old Boys proprio nel 1974 avevano vinto il Campionato, mentre nel 1973 lo aveva vinto il Central. Tra gli uomini messi a disposizione da quest’ultima c’erano Mario Kempes e Carlos Aimar. Non si trattava quindi di una selezione improvvisata di semidilettanti, o di giocatori di seconda divisione. Per certi versi, è più eclatante la sconfitta con il Pontedera dell’Italia di Baggio, Baresi e Maldini, allenati da Sacchi, poi vicecampione del Mondo, a pochi mesi da USA ’94. Ma non è affatto limitante sottolineare come tutte le fonti siano concordi che il giocatore che tutta la Nazionale fu costretta a inseguire per l’intera partita fu proprio il numero 5, Tomás Carlovich, che fu quello che fece la differenza.

Se già prima di quella partita, la gente lontana da Rosario che ne conosceva il talento accorreva apposta per vederlo, ora come se fosse il film più bello in programmazione, i biglietti per i suoi match venivano fatti pagare più.


Rosario-Argentina, la rivincita al Mondiale del ’78, el Trinche “contro” el Flaco

Menotti ha asserito di aver fatto di tutto per portarlo al Mondiale del 1978, quello in casa, che andava vinto a tutti i costi. Il tecnico non volle portarsi il diciottenne Maradona, che era nel giro della Nazionale dal febbraio ’77 ed era tra i capocannonieri del campionato, preferendogli il comunque assai talentuoso René Houseman, perché pensava che il Pibe avrebbe avuto altre occasioni per vincere il trofeo, mentre per chiunque avesse lasciato a casa al suo posto, sarebbe stata l’unica possibilità. Però per Carlovich valeva il ragionamento quasi inverso. Sperava per assurdo che la Coppa del Mondo potesse fungere da leva e smuoverlo. Era l’unica occasione per portare el Trinche nel grande calcio. Confidava nel Mundial in casa non tanto perché ingolosito dalla possibilità di vincere la competizione più importante, ma da quella di confrontarsi con i giocatori più forti del pianeta. I pianeti si erano allineati per portare, almeno per un mese, la Leggenda fuori da Rosario e dentro il Mondo e la Storia ufficiale.

Ma el Trinche trovò una delle sue scuse assurde. Il mito nel Mito vorrebbe che era tutto pronto per accoglierlo a Buenos Aires, a 300 km di distanza, ma a Tomás venne voglia di pescare e poi, come Forrest Gump, sentitosi appagato, o forse stanchino, decise di tornarsene a casa. Appena più plausibile che abbia trovato un fiume in piena e che abbia realizzato che non ne valesse la pena, l’altra storia che gira a riguardo.

Probabilmente erano tutte pallide giustificazioni di fronte al Mondo che lo tirava per i lacci degli scarpini, cercando di costringerlo a entrare in un rettangolo verde grande come il globo terracqueo. Ma lui ne aveva uno tagliato su misura lungo La Plata, e le sfere non dovevano essere così grandi da sfuggire dal suo controllo.

Come il protagonista de ‘La leggenda del pianista sull’oceano‘, dallo straordinario talento artistico, che solo coloro che viaggiavano sulla sua nave potevano conoscere, mentre tutti ancora si chiedono come faceva lui a essere così com’era, el Trinche avrebbe forse risposto: «Tutto quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce e quanto ce n’è! Ma non avete paura voi di finire in mille pezzi solo a pensarla a quella enormità? Solo a pensarla… a viverla!».

Per poi magari aggiungere, parafrasando dal discorso finale: «Tu pensa a un Campo da gioco. Le linee iniziano? Le linee finiscono! Tu lo sai che sono un rettangolo, due aeree e un centrocampo e su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti loro. Tu sei infinito. E dentro quel rettangolo, quelle due aeree e quel centrocampo, il gioco, la danza, la musica che puoi fare è infinita. Questo a me piace. In questo posso vivere. Ma se io esco dal campo che conosco e davanti a me si srotola un altro campo, ma di un milione di linee… Milioni e miliardi di linee che non finiscono mai… ma se quel campo è infinito allora su quel campo non c’è un calcio che puoi giocare. E non è la tua partita. Quello è il campo su cui gioca Dio».

Insomma, a Flaco Menotti avrebbe anche potuto rispondere così. Però Menotti è un rosarino che aveva già girato il Mondo. Era stato in Brasile e negli Stati Uniti. E che il Mondo voleva prima vincerlo e poi vederlo. Un sognatore come lui, ma con dei sogni diversi. E per non offendere i suoi sogni, ci voleva il garbo di una scusa assurda, così assurda che avrebbe dovuta accettarla. El Trinche ed el Flaco sono tutti e due di Rosario, ma c’è un Fiume in piena che scorre tra di loro. Uno è dalla parte dell’Argentina e del Mondo, l’altro da quella di Rosario. El Flaco ha potuto in quell’estate contare su tutti quelli che stavano dalla sua parte del fiume, ma non ha potuto convincere l’unico dall’altro lato.

«La tecnica che possedeva lo rendeva un giocatore totalmente differente – spiegherà Menotti – Accarezzava letteralmente la palla. Da questo punto di vista non gli mancava nulla. Chissà forse non era accompagnato da altrettante doti fisiche o forse non hai mai avuto davvero qualcuno che lo guidasse o consigliasse adeguatamente. O forse, semplicemente, il calcio professionistico lo annoiava e preferiva giocare a suo modo e dove voleva lui».


Il giocatore

Nonostante il corpus di informazioni sui suoi riguardi appartenga più alla tradizione orale che a qualsiasi altra catalogazione, e di conseguenza riproduca meccanismi analoghi a quelli che, sulle strofe degli Aedi, hanno fatto diventare i condottieri Mirmidoni e i Re di Ilio e dell’Ellade, figli, amanti e nemici di Dei, ci si può fare un’idea piuttosto esatta di che tipo di calciatore fosse.

Innanzitutto il numero: il 5 nel Calcio classico è il mediano, il centrocampista centrale davanti alla difesa, con caratteristiche solitamente difensive e dotato dell’esperienza adatta per prendere in mano le redini di una squadra, a cui si contrappone, più avanzato, il 10 regista dietro le punte.

Immobile ma capace di pescare gli attaccanti con lanci di 40 metri sui piedi, scoccati prima ancora che gli stessi attaccanti concepissero il movimento che avrebbero dovuto fare: sembra che questo fosse il miglior modo di disporre del suo estro.

«Avevo questo dono», ha raccontato lui stesso; «qualche secondo prima che mi arrivasse il pallone vedevo già dove l’avrei dovuto mandare, e il tipo che doveva riceverlo era sempre là».

Eppure, per sua medesima ammissione, el Trinche voleva sempre il pallone tra i piedi. Non poteva staccarsene. Il divertimento, suo e del pubblico, veniva prima di tutto il resto. E tutti si divertivano di più con il doppio tunnel che con il lancio dalla propria area a smarcare l’attaccante.

Se ai suoi contemporanei sembrava strabiliante, era perché si trattava di un calcio molto più incentrato sulla tecnica che sull’atletismo, e inoltre quella che di fatto era la scelta di non impegnarsi nelle divisioni più importanti – o forse addirittura di non impegnarsi affatto – per contrasto lo faceva risultare ancora più dominante di quanto già comunque fosse. Ma era più semplice così, per fare quello che voleva.

Oggi è stato disvelato qualche reperto in più che permette di rivelare una parte del suo mistero.

Il contesto è quello di una partita della lega regionale di Córdoba, è il 1988, el Trinche ha 42 anni, eppure regala spettacolo, e dal suo piede emerge tutta la classe che negli anni i racconti popolari hanno narrato


Una Leggenda non muore dopo il triplice fischio

Nel 1982 si toglie la soddisfazione di riportare il piccolo Central Córdoba in Seconda divisione, poi si ritira nel 1988 all’età di 42 anni. Si ritira. Ed è qui che finisce la Storia e comincia la Leggenda. Perché le Leggende sono fatte di gente che parla, che racconta, che tramanda.

Si mette a fare l’installatore di pavimenti assieme a uno dei suoi fratelli. Ma anche lì non dura molto come professionista: viene colto da una grave forma di osteoporosi, per cui non può fare molto di più di dare una mano quando capita.

Racconta, quando ormai navigato negli anni, mentre il suo mito gira, in sua vece, metaforicamente il mondo: «Me ne sto solo, non ho voglia di fare niente. Julio Grondona – il Presidente dell’Asociación del Fútbol Argentino, ndr – mi disse che ero il suo calciatore preferito, che si sarebbe fatto carico lui personalmente della mia pensione. Però poi il poveretto è morto, e ora mi tocca fare tutto da solo».

Non ce ne era davvero bisogno: gli amici, tutta Rosario, gli paga un’operazione, poi ovunque va, in giro con la sua bicicletta, è sempre tutto offerto. Il Quartiere 11 de Septiembre di Rosario non potrebbe essere più suo di così. Valdano spiega che ormai «fa parte dell’iconografia fisica della città».

ll 16 febbraio 2020 incontra e abbraccia per la prima volta Diego Armando Maradona: «Dopo aver incontrato Diego posso andar via da questa vita in pace. Mi ha detto che sono stato il miglior giocatore che ha visto». Anche più forte di suo fratello Hugo, forse. O più probabilmente era a lui che si riferiva il Pibe quando diceva che c’era un fratello più grande di lui. Non lo era di sangue, ma di idee.

Ma se ogni Leggenda insegna qualcosa, o se invece lo fa la Storia, non sono quelle le parole con cui concludere: «Rifarei tutto quello che ho fatto, perché mi sono sempre divertito». Questo è Reale. Questo è quanto vi è di leggendario nella realtà.


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