Lautaro Martínez

Fonte immagine: Miguel Medina, Getty Images

Lautaro Martínez, el Toro de Bahía Blanca

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Bahía Blanca è una cittadina argentina sulla costa atlantica, si trova a circa 550 km a sud-ovest di Buenos Aires e chi nasce lì, dal punto di vista sportivo, deve quasi obbligatoriamente scegliere tra queste due discipline: calcio o basket. La città è infatti considerata la capitale della pallacanestro argentina, avendo dato i natali ad un grandissimo cestista come Manu Ginóbili, finora l’unico argentino ad aver vinto un titolo NBA, ma anche ad ottimi calciatori come Rodrigo Palacio. Quando Mario Martínez chiede il verdetto a suo figlio Lautaro – nato proprio a Bahía Blanca il 22 agosto 1997 – il ragazzo sceglie lo sport meno popolare in città. È così che a 15 anni, dopo essersi diviso equamente tra lunetta ed area di rigore, Lauti si accasa definitivamente al Club Atlético Liniers.



Paradossalmente inizia la carriera da calciatore nel ruolo che è l’antitesi di Lautaro Javier Martínez, ossia il difensore centrale. Dopo qualche partita ci si accorge che il ragazzo si deve girare di 180 gradi, deve guardare la porta, non proteggerla, date la tecnica e la grinta fuori dal comune. L’allenatore decide di spostarlo sempre più avanti, fino al ruolo di prima punta. Durante la sua unica stagione completa ­– cioè unica esclusivamente dedicata al calcio – con il Liniers segna gol a grappoli, facendosi notare dalle grandi l’Argentina, tra cui il Boca Juniors. Con gli Xeneizes sostiene anche un provino, ma viene scartato perché secondo i dirigenti peccava sia in potenza che in velocità, doti che attualmente sono i punti forti di Lautaro.

Il gran rifiuto del Boca fa pensare più di una volta al giovane Lauti di smettere con il calcio per cominciare a lavorare ed aiutare la famiglia in difficoltà economiche. Infatti, papà Mario detto Pelusa, soprannome giovanile dato anche a Maradona, ha smesso di giocare a calcio da qualche anno – ha giocato come esterno nella seconda divisione argentina –, e i soldi cominciano a scarseggiare. Nonostante questo tutta la famiglia, in particolare i fratelli Alan e Jano, spronano Lautaro a continuare.

Qualche settimana dopo, durante un allenamento col Liniers, lo nota per caso Fabio Radaelli, il direttore del settore giovanile del Racing de Avellaneda. Venuto a conoscenza del fatto che il ragazzo avrebbe sostenuto nei giorni successivi due provini, uno con il River Plate e l’altro con il Vélez, chiama l’allora presidente Gastón Cogorno e cerca di convincerlo a prendere il ragazzo.

Cogorno, inizialmente riluttante dato che non l’aveva nemmeno mai visto giocare, alla fine dice sì, fidandosi delle capacità di scouting di Radaelli. Lautaro si impone subito come uno dei migliori delle giovanili del club di Avellaneda, segnando 26 gol in altrettante partite nella prima stagione. Oltre alla buona tecnica unita ad una forza fisica innata, nonostante la statura non eccelsa – solo 174 cm –, Martínez ha convertito gli insegnamenti di tanti anni di basket in movimenti senza palla poco prevedibili dai difensori, risultando praticamente immarcabile. In totale saranno 53 le reti in 64 apparizioni con le giovanili della Academia.

Il 31 ottobre 2015, al Cilindro di Avellaneda, si sta giocando una partita di Primera División tra i padroni di casa del Racing ed il Crucero del Norte. A dieci minuti dalla fine i biancazzurri vincono per tre a zero, grazie ad una doppietta dell’idolo dei tifosi, il Principe Diego Milito, anche lui cresciuto nelle giovanili prima di andare in Europa. Il tecnico Diego Cocca decide di sostituirlo per concedergli una standing ovation dopo la doppietta, al suo posto debutta il diciottenne Lautaro Martínez, come una sorta di passaggio di consegne. In effetti il Torito, soprannome affibbiatogli nelle giovanili per la sua forza e grinta, non sa ancora che il suo futuro sarà indirizzato dal passato di chi gli ha lasciato il posto in campo, e soprattutto che sarà nella squadra che ha reso Milito leggenda.



Alla terza partita con il Racing contro l’Argentinos Juniors, Lautaro mette per la prima volta in mostra uno dei suoi più grandi nei: ossia il lato disciplinare, dato che in quel match prende due gialli in pochi minuti. I suoi tifosi sono ben poco clementi, nonostante si stia parlando di un ragazzo di appena 18 anni: il gran numero di insulti sui social costringono Lautaro a chiudere per un po’ i suoi profili.

«Sapevo che l’unico che poteva ribaltare quella situazione ero io, ho imparato a gestire i lati peggiori di un calciatore, la precarietà tra successo e fallimento»

Al di là di alcune intemperanze disciplinari – sempre per motivi di campo, non per altro – il lato tecnico prevale sempre su tutto, e nell’estate del 2016 il Real Madrid gli offre un contratto con il Castilla, la seconda squadra dei Blancos. L’attaccante rifiuta, in quanto andare a giocare in una seconda squadra sarebbe stato secondo lui un passo indietro.

Intanto sulla panchina del Racing arriva Ricardo Zielinski, che sin da subito mette il Toro al centro del progetto, facendolo giocare con continuità. Il 19 ottobre 2016 arriva la prima rete, contro l’Huracàn. Alla fine della stagione il giovane di Bahía Blanca totalizza 27 presenze e 8 gol, e le cifre espresse in campo dal diciannovenne fanno innamorare il connazionale Cholo Simeone, tecnico dell’Atlético Madrid. Nell’estate del 2017 per il passaggio ai Colchoneros mancava solo la firma, ma tra l’Atlético e Lautaro Martínez si frappone nuovamente Diego Milito, appena ritiratosi e subito inserito nei quadri dirigenziali del Racing.

Il Principe lo convince a restare in Argentina una stagione in più, garantendogli che nell’annata successiva sarebbe arrivato il salto nel calcio che conta. Lautaro si fida del suo mentore e gioca un’altra annata da protagonista assoluto con il Racing, mettendo a segno 18 gol in 27 presenze e diventando il leader sia tecnico che carismatico del club di Avellaneda, e a dimostrazione di questo ci sono le 5 partite con la fascia di capitano.

Nel gennaio 2018, in piena sessione di mercato, le squadre maggiormente interessate a Martínez sono il Borussia Dortmund e l’Inter. Per facilitare l’affare, Piero Ausilio chiede aiuto a Milito, ormai divenuto un punto di riferimento quasi paterno per il giovane. Nonostante i vari assalti da parte del Dortmund, nella primavera del 2018 il Toro diventa un calciatore dell’Inter, ufficializzando l’acquisto il 4 luglio per una cifra vicina ai 25 milioni di euro. Il ruolo di Milito nella trattativa è stato ovviamente fondamentale: fin da quando Diego e Lauti giocavano insieme, il primo aveva sempre detto al secondo cosa significasse indossare quella maglia, oltre che delle personali e leggendarie pagine di storia nerazzurre, convincendo il ragazzo ad andare a Milano.



La società meneghina crede in lui sin da subito, e lui risponde con personalità, chiedendo la maglia numero 10 – indossata in passato da grandissimi come Ronaldo, Baggio, Adriano e Sneijder – ma che non aveva un degno proprietario da parecchio tempo.

L’11 agosto 2018, allo stadio Wanda Metropolitano, si gioca Atlético Madrid-Inter, sfida valevole per l’International Champions Cup, il Toro è appena arrivato ma Spalletti decide di schierarlo subito nel suo 4-2-3-1, come trequartista alle spalle di Icardi. Al 31’ minuto l’attaccante di Bahía Blanca sfrutta un perfetto cross di Asamoah e in semirovesciata batte Oblak. Ironia della sorte, Martínez si presenta alla grande ai nuovi tifosi nella stessa città in cui il suo mentore, il Principe Milito, è diventato Re.

Quando inizia il campionato però, le cose cambiano: il titolare fisso dell’attacco nerazzurro è il capitano Mauro Icardi, che a soli 25 anni ha segnato più di 100 gol con la casacca dell’Inter. Lautaro Martínez è una prima punta, e nel dogma tattico spallettiano non c’è posto per due attaccanti. Gioca soprattutto spezzoni, riuscendo con il passare del tempo a sfoderare prestazioni sempre più convincenti, come l’assist per Icardi nell’1-1 contro il Barcellona in Champions League e soprattutto la rete che decide Inter-Napoli del 26 dicembre 2018, nell’unico Boxing Day nella storia del campionato italiano.

Si arriva a febbraio con Lauti che ha messo a segno 4 gol, ma la revoca della fascia a Icardi e il conseguente ostracismo del tecnico toscano dà a Lautaro Martínez le chiavi dell’attacco nerazzurro. Paradossalmente da titolare segna meno gol – soltanto due da febbraio a maggio – ma uno di questi è fondamentale: il 17 marzo 2019 segna su rigore la sua prima rete nel derby contro il Milan, che si rivela decisiva per la vittoria dell’Inter e il relativo controsorpasso sui rossoneri in classifica. L’Inter non perde più il quarto posto e si qualifica per il secondo anno di fila in Champions.



Nella stagione successiva l’Inter decide di rivoluzionare la squadra, affidando la panchina ad Antonio Conte e sostituendo Icardi, ormai in rotta con il club, con Lukaku. L’allenatore salentino sin da subito mette il Toro al centro del progetto, schierandolo nel suo 3-5-2 in coppia con l’attaccante belga. I due velocemente mostrano una grande intesa e sembra che giochino insieme da una vita: nasce così la LuLa.

Diventano in poco tempo una delle coppie più prolifiche d’Europa, mettendo a segno a fine stagione 55 gol tra campionato e coppe, ma soprattutto fanno sognare tutto il popolo nerazzurro dopo anni di magra. Lauti segna 21 gol in tutte le competizioni, dando prova di una completezza sotto porta veramente rara in un ragazzo di 22 anni.

Lautaro Martínez

Fonte immagine: Getty Images

Nell’anno della sua consacrazione ha anche ricevuto la benedizione di Lionel Messi, non uno a caso insomma: «È spettacolare, ha qualità impressionanti, si vedeva che sarebbe diventato in gran giocatore, ora è esploso e lo sta dimostrando». Messi si riferisce a quanto visto in Nazionale, dato che il ragazzo è già arrivato a quota 11 reti in sole 21 apparizioni. La dichiarazione ha alimentato le voci riguardanti un suo eventuale passaggio al Barcellona, voci che per un buon periodo di tempo hanno condizionato, soprattutto mentalmente, il rendimento del numero 10 nerazzurro. Nel finale di stagione, però, è ritornato determinante soprattutto in Europa League, trascinando la squadra fino alla finale, poi persa contro il Siviglia.

Nello schema di Conte, non rappresenta il classico attaccante veloce e brevilineo, spesso poco concreto, da affiancare al finalizzatore vero e proprio. L’argentino è una punta di razza, bravo non solo negli ultimi 16 metri, ma anche da fuori area: sa calciare benissimo a giro sul secondo palo – i gol con Napoli, Fiorentina e Benevento lo dimostrano –, ma soprattutto ha nel colpo di testa uno dei suoi pezzi forti. Nonostante non sia molto alto, ha un’elevazione fuori dal comune, frutto della sua esperienza sotto canestro.

In questa stagione Lautaro Martínez è già arrivato in doppia cifra, nonostante qualche errore di troppo davanti alla porta – alcuni clamorosi per un attaccante con tali potenzialità. Il tempo e il lavoro gli permetteranno di migliorare anche in questi aspetti, e di fare il definitivo salto di qualità per poter diventare un attaccante, per caratteristiche, unico e totale.

I tifosi nerazzurri sperano che il loro numero 10 resti per tanto tempo con la maglia della Beneamata addosso, e che magari faccia lo stesso percorso del leggendario Principe che lo ha portato a Milano, meglio ancora se in una notte di maggio.

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